Tributo a Kurt Cobain

Alessandro Cappelletti

Il 1989 verrà ricordato dai libri di storia principalmente per la Caduta del Muro di Berlino e l’inizio della fine dei regimi comunisti europei. Ma il 1989 fu anche l’anno di un’altra piccola rivoluzione, in questo caso musicale, che rase al suolo per una breve stagione, il Muro che opprimeva l’asfittico mondo del rock di fine decade. Qualcosa già lasciava presagire l’arrivo della tempesta. Il successo crescente di Metallica e Iron Maiden, Jane’s Addiction e Red Hot Chili Peppers, il fervore dell’underground USA indipendente e alternativo, tradiva la voglia di abbattere i confini che le corporation discografiche avevano imposto. Nel 1989 debuttarono Nirvana e Mudhoney, fu l’anno della consacrazione di Soundgarden e Sonic Youth e dell’esplosione di un fenomeno che avrebbe poi influenzato perfino le grandi firme della moda. La stampa, dopo un primo momento di sbandamento, definì “grunge” quel miscuglio di rock, punk, heavy metal, pop, hard rock, psichedelia, folk, con una trasversalità allora inedita e spiazzante (Cfr. Teenage Riot – Sonic Youth).

Epicentro di questo terremoto fu Seattle, “ridente” cittadina ai confini con il Canada, dove piove 200 giorni l’anno, in cui nacque Jimi Hendrix ed hanno sede Microsoft e Boeing. Era musica povera, nichilista, stracciona, malata di malinconia, le cui melodie alternavano sfuriate elettriche e momenti di quiete, che usava il rumore come forma d’arte e di comunicazione, che colpiva per la spontaneità e gli spigoli, una violenta ed istintiva reazione alle sonorità plastificate che dominavano le classifiche di allora, fatte di sintetizzatori, tastiere, effetti speciali, lustrini e pallets, produzioni così patinate da sembrare (sembrare?!) finte. A ben guardare, a vent’anni di distanza, vien da chiedersi che cosa avessero musicalmente in comune, i vari Nirvana, Pearl Jam, Mudhoney, Alice in Chains, Smashing Pumpkins o Soundgarden. Ma forse dovremmo cercare il minimo comune denominatore più nell’atteggiamento anti-conformista e nei temi trattati che non nella musica in sé.

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(Nirvana, Smells like teen spirit, 1991)

Possiamo infatti dire che, pur usando sonorità diverse, ciascuno esprimeva lo stesso senso di disagio e smarrimento, comune a quello di milioni di giovani sparsi per il mondo. Per questo il Grunge fu universale e globalizzatore. C’è un altro fattore extra musicale che lega questi gruppi, i cui leader provenivano da famiglie sfasciate, padri violenti o scappati di casa o morti precocemente, madri disattente o vittime della violenza domestica. (Cfr Jeremy & Betterman – Pearl Jam). Ecco allora che oggi, con la distanza della prospettiva storica, emergono chiaramente alcuni dettagli che possiamo analizzare. Il Grunge è stato un movimento culturale la cui sensibilità artistica rappresentò l’estremo tentativo di affermare, attraverso la musica, una propria identità di fronte alla nascente marea globalizzatrice; ha raccontato la morte del Padre nella moderna società occidentale e la conseguente confusione di chi non ha ricevuto le coordinate per la vita; ha rabbiosamente lanciato vane richieste d’amore, comprensione, attenzione. (Cfr: Bullet With Butterfly Wings – Smashing Pumpkins). Kurt Cobain [nella foto sotto], di cui ricorre il quindicesimo anniversario della morte per suicidio il 5 aprile, per quanto abbia rifiutato il ruolo di messia impostogli dai media, non può non essere assurto a simbolo di quella scena. Leader dei Nirvana, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della musica.

kurt_cobain_fondo magazineNacque il 20 febbraio 1967 ad Aberdeen, sperduta cittadina di provincia non tanto distante da Seattle, subì il trauma del divorzio dei genitori quando ancora era bambino, evento amplificato dal fatto che cominciò ad essere sballottato dalla madre qua e là tra nonni e zii, quasi fosse un peso. La musica diventò così la sua forma di comunicazione e l’unica ragione di vita. Incontrò il bassista Chris Novoselic nell’86, fondarono assieme i Nirvana nell’87. Esordirono con Bleach nel 1989, spendendo solo 600 dollari per la realizzazione e suscitarono clamore tra le college radio e le fanzine indipendenti soprattutto per i loro infuocati concerti, in linea con la miglior tradizione rock. Un disco grezzo, viscerale, i cui testi raccontano scene di vita quotidiana in un qualsiasi paese di provincia, a volte in maniera grottesca (Cfr: Swap Meat – Bleach, 1989), altre con acerba timidezza adolescenziale (About a Girl – Bleach, 1989), altre con provocatorie dichiarazioni di diversità da quel mondo: “sono una linea negativa e sono sconvolto”. (Negative Creep – Bleach, 1989). Ce n’era abbastanza per distinguersi dal reaganismo ancora imperante.

Nel 1991 travolsero inaspettatamente le classifiche di vendita con Nevermind. Se la loro grandezza artistica non è stata ancora completamente compresa, è forse per la mercificazione, anche e soprattutto postuma, subita a causa del successo e per colpa di quei geronto-critici musicali, reduci dell’era hippy i quali, insensibili ormai alle rivoluzioni e arroccati nostalgicamente a un’epoca che fu, non riuscirono a captarne il messaggio rivoluzionario: i Nirvana riportarono il rock a quella dimensione primordiale di ribellione generazionale alle regole imposte da chi aveva sognato le rivoluzioni, ma aveva lasciato in eredità il tradimento. Si ascolti a tal proposito la storpiatura ubriaca di Let’s Get Together degli Youngbloods, un inno degli anni 70 che invitava alla fratellanza universale per la pace, posta all’inzio di Territorial Pissings, puro punk rock che straccia il sogno hippy con urla, feedback di chitarre e una rutilante batteria che lancia la furia iconoclasta di tre minuti scarsi di violenza nichilista. Nell’unico momento di tregua, in cui le chitarre si zittiscono per pochi secondi, Cobain sussurra: “Solo perchè sono paranoico, non significa che la gente mi debba seguire”. Non più l’unione di popoli per il power to the people, ma la solitudine del singolo di fronte alle proprie paure. (Cfr: Territorial Pissings – Nevermind, 1991). Non più la fratellanza universale, ma la chiusura nel proprio mondo personale. “Sono così felice perchè oggi incontro i miei amici, che sono nella mia testa” (Lithium – Nevermind, 1991).

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(Nirvana, Come are you are, 1994)

Probabilmente la tecnica borroughsiana del Cut Up, usata in tutto Nevermind, per la composizione dei testi non ha aiutato i cervelli atrofizzati dei critici a capire la cifra artistica di Cobain, il quale in tutto il disco allude, elude, confonde e nasconde messaggi in frasi apparentemente sconnesse. Imprescindibile per comprendere questi testi, è la musica stessa, che mischia melodie pop e atmosfere psichedeliche con elettriche sferzate punk. Più dei critici, potè il pubblico. Nevermind divenne successo planetario, contro ogni previsione discografica. Nessun manager si sarebbe aspettato che quel biondino imbronciato, con i capelli sul viso, un po’ sporco, potesse bucare il teleschermo con una canzone il cui titolo era dedicato al profumo di un bagno schiuma. Eppure Smell Like Teen Spirit diventò video in rotazione pesante su MTV. Curt Cobain divenne il nuovo personaggio da copertina e molti dicono che proprio i Nirvana, paradossalmente, rianimarono MTV e il music business in un momento difficile. Chissà. Di certo, fu il cavallo di troia per far entrare MTV nel mondo dell’alternativa, trasformando ciò che era diverso nella regola. Le canzoni tornarono ad essere prodotti, la spontaneità calcolo, l’istinto maniera. Lo spirito Punk cedette alle lusinghe del successo commerciale.

Di tutto questo Cobain se ne accorse e ne patì le conseguenze in prima persona. I problemi di droga, il matrimonio con Courtney Love, la nascita della figlia, ogni fatto della sua vita privata si trasformava in gossip. Le pressioni dell’industria discografica diventarono enormi e insostenibili. Non si poteva rischiare di rallentare o bloccare una catena produttiva così redditizia… l’arte musicale tornò ad essere merce. Fu l’inizio della fine. Nel 1993 uscì In Utero. I suoni tornano grezzi come agli esordi. Le melodie oblique e dissonanti, il pop che aveva caratterizzato Nevermind, quasi scomparso. Tutto il disco è pervaso da atmosfere cupe e paranoiche. I testi, contradditoriamente, quasi espliciti. Le raggelanti parole di Serve The Servants, canzone d’apertura del disco, l’ultimo in studio dei Nirvana, sono un chiaro manifesto di resa ad un nemico troppo grande per essere battuto: “la rabbia giovanile ha pagato bene, ora sono annoiato e vecchio”.  Il confuso tentativo di rivoluzione della Generazione X era stato blandito prima ancora di capire a cosa poteva mirare, violentato dal materialismo in power point delle corporation. (Rape Me – In Utero, 1993). Il desiderio di sbarazzarsi delle Unità Produttive Amichevoli, capaci di soggiogare e persuadere subdolamente, è andato fallito. (Cfr: Radio Friendly Unit Shifter – In Utero, 1993).

La reazione a questo fallimento è una maggior chiusura in se stessi: “Il giorno se n’è andato, ma mi sto divertendo, penso di essere stordito, o forse solo felice”. (Dumb – In Utero, 1993) e il bisogno di conforto nella propria famiglia (All Apologies – In Utero, 1993). Non a caso, sono anche le canzoni più tranquille del disco, permeate di atmosfere acustiche, raccolte, intime. Questa è la storia di una sconfitta. Non era difficile prevedere il futuro, considerando anche lo stato psico fisico di Kurt Cobain ormai devastato, distrutto dall’abuso di qualsiasi droga e psicofarmaco, incapace di uscire dal gorgo di depressione, nonostante l’amore per la figlia, stanco di un Sistema che lo aveva prosciugato e gli aveva tolto la voglia di suonare. Chi vide i Nirvana degli esordi, sapeva di cosa erano capaci sul palco: concerti di intensità devastante che finivano spesso con la distruzione degli strumenti, tuffi in mezzo al pubblico e pubblico sul palco, un rito dionisiaco che univa band e fans. Chi li vide a Milano e Roma, nel febbraio del 1994, stentava a riconoscerli. Immobili, distaccati, s’ignoravano reciprocamente, freddi con il pubblico, ormai considerato nemico. Sintomatico di questa situazione è un video amatoriale di Sappy, facilmente reperibile su Youtube, filmato all’allora Palatrussardi di Milano, in cui Kurt Cobain esegue l’assolo svaccato su una sedia. La fine era vicina, distava circa un mese o poco più.

Il 5 aprile del 1994 il suicidio di Kurt Cobain fu, metaforicamente, il suicidio di una generazione, incapace di crescere e prendersi le proprie responsabilità, che intuì il pericolo della precarietà sociale, morale, familiare ed economica, intese i rischi della globalizzazione, ma non riuscì a focalizzare la propria rabbia verso un obiettivo. Forse perchè preferì, parafrasando Obama, barattare la propria Libertà per un pò di Comodità. A pensarci bene…. quanti sono gli uomini e le donne di potere, influenti nati tra la fine degli anni 60 e la metà degli anni 70?

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