Sulla crisi…

Riccardo Torsoli

Scacco matto! Nell’ultimo G-20 abbiamo la certezza che da questa depressione globale non se ne può uscire con le regole del gioco odierne, è matematicamente impossibile, anzi, è possibile che ci sia un peggioramento ulteriore in quanto l’unica strampalata ricetta anti crisi, scaturita durante la riunione dei ministri delle finanze tenuta nella gradevole contea del West Sussex, è stata quella di fare ulteriormente leva sul debito, aumentando le disponibilità del Fondo Monetario Internazionale e continuando a distruggere intere economie con prestiti impossibili da restituire, in poche parole: una follia.

La globalizzazione oramai al tramonto, non ha nel codice genetico nessuna capacità di far fronte ad una crisi di così vasta portata che essa ha inesorabilmente generato. Le banche centrali hanno dimostrato in passato e dimostrano ancor oggi di essere ampiamente impotenti e perfino imbarazzanti nella loro incapacità sia di vigilare che di assicurare la stabilità monetaria e alla fine di tutta questa storia non rimarrà che il triste ricordo di una grande speculazione.

Adesso in piena parabola discendente europea stiamo penosamente assistendo al gioco meschino chiedendoci quale paese cadrà per ultimo sotto i magli della crisi economica e finanziaria e, invece di cercare una nuova strada europea da percorrere tutti insieme, si assiste alla gara a chi ricorrerà per ultimo ai prestiti del FMI, perdendo quel che rimane della propria sovranità nazionale e soprattutto della propria dignità nazionale. L’Islanda ha già perso e si scommette già su quale paese vedrà compiersi il proprio destino e si inginocchierà con il cappello in mano di fronte al FMI.

In questa triste graduatoria troviamo i paesi dell’Est Europa capitanati dai paesi Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania,  seguiti da Ucraina, Romania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ad occidente, invece, l’Irlanda sembra ormai compromessa, ma potrebbe essere seguita ad una incollatura da Spagna, Portogallo, Grecia e, clamorosamente, dall’Austria, piegata inesorabilmente dai debiti che gravano sul proprio sistema bancario, poi subito dietro troviamo il Regno Unito, che potrebbe riservare amare sorprese essendo praticamente devastato da una “profonda” recessione derivante dall’eccessivo peso nella sua economia dei servizi legati al sistema finanziario, infine scorgiamo in posizione niente affatto privilegiata l’Italia, chiudono la speciale classifica Francia, Germania e i paesi scandinavi.

L’Europa si dimostra non solo priva di personalità politiche capaci di organizzare una linea comune  alternativa a quella classica americana orientata al debito ma, anche, priva di un sentimento unitario, dimostrando per l’ennesima volta come la nascita di un nuovo soggetto europeo sia impossibile da percorrere tramite fenomeni elitari come lo è stato l’unione monetaria ma debba giocoforza nascere da un autentico sentimento popolare e da una autentica volontà di potenza.

In questi mesi di crisi, in Europa, abbiamo assistito ad un rincorrersi di pulsioni autolesionistiche e da forti spasmi d’ipocrisia, i piccoli governanti europei si sono lanciati in una gara su quale paese o sistema bancario fosse posizionato meglio per resistere alla violenza della tempesta perfetta scatenata dalla crisi economica e si è arrivati perfino, in svariate occasioni, a rasentare il ridicolo come sul tema del protezionismo, invocandolo apertamente a livello nazionale e scongiurandolo in occasione delle manifestazioni internazionali, oppure come in Italia, celebrando il sistema bancario nazionale come il più solido tra quelli europei e poi richiedendo apertamente aiuti ai paesi dell’Europa orientale perchè i debiti in euro contratti da questi paesi dalle valute nazionali disintegrate potrebbero mettere seriamente a rischio la stabilità bancaria nazionale.

Ma mentre in Europa paghiamo drammaticamente un vuoto politico, negli Stati Uniti, in questi giorni, sono alle prese con il problema del mark-to-market, ovvero il principio contabile che obbliga le aziende a portare a bilancio il valore di mercato del cespite, quindi nel caso dei mutui le minusvalenze sono pesantissime per le banche che quindi devono provvedere, giustamente, a profonde svalutazioni ed, a causa delle alte leve finanziaria, a subire forti ripercussioni in conto capitale, obbligandole quindi a frettolose dismissioni od ad improvvidi aumenti di capitale a prezzi sconvenienti, in quanto i corsi azionari sono collassati.

Nei liberisti Stati Uniti si sta pensando a sospendere questa norma contabile per salvare i bilanci delle banche e tutto ciò rende chiaro che ormai per tentare di arginare la crisi occorre affidarsi anche alla mistificazione dei valori dei cespiti nei bilanci poiché i valori di mercato, in questo caso, è giusto dimenticarsene per il bene supremo della stabilità finanziaria e bancaria nazionale, peccato che i “sani” principi liberisti di mercato siano fortemente invocati, per esempio, per quanto riguarda i salari dei lavoratori del comparto automobilistico giudicati superiori ai livelli di mercato odierni e quindi ridotti, oppure quando si cerca di pagare con azioni il 50% dell’assistenza sanitaria pensionistica ai lavoratori della FORD o si delocalizzano le produzioni in paesi dal costo del lavoro sempre più basso.

grafico-borsa_fondo-magazineMa mentre nella patria del liberismo si cerca di deregolamentare ulteriormente in Italia, invece, il nostro Ministro dell’Economia ha proposto, giustamente, di utilizzare degli osservatori regionali in mano ai prefetti per il controllo dei flussi di credito, i loro compiti saranno il controllo del credito tra banche ed imprese, la raccolta dei reclami riguardanti l’erogazione e la possibile mediazione con istituti di credito in caso di necessità, chiaramente tutto questo a spese della autonomia della Banca d’Italia e seppure questo provvedimento sia inviso alle forze più reazionarie di questo paese, mai scelta fu più giusta poiché se lo Stato si deve fare carico del sistema bancario nazionale è giusto che provveda direttamente alla vigilanza del sistema bancario e al controllo diretto del credito, senza più lasciarlo nelle sole mani della Banca d’Italia, ed aggiungo, possibilmente finché la stessa non sia riportata sotto l’alveo pubblico e sia gestita direttamente dall’esecutivo.

Chiaramente la presa di posizione del governo Italiano ed in particolare del suo ministro dell’Economia ha suscitato una immediata levata di scudi da parte degli strenui sostenitori della difesa della indipendenza della banca d’Italia e , quindi, dello status quo, senza ricordarsi che la Banca d’Italia essendo in mano alle banche di cui dovrebbe essere controllore, non eccelle per trasparenza e capacità di accreditarsi alla opinione pubblica come organo di vigilanza inflessibile e puntuale e che non possa essere tollerabile il fatto che tra i detentori del capitale sociale , e quindi con potere di nomina e di controllo, ci siano soggetti esteri come i francesi di BNP, i tedeschi di Allianz e perfino i libici della Banca di Stato libica tramite Unicredit e non lo Stato Italiano. I Tremonti Bonds, il codice etico collegato, le novità degli osservatori regionali gestiti dai prefetti per la vigilanza del credito sono passi che , seppur timidamente, vanno nella direzione giusta e lasciano spiragli ad una riforma bancaria di più vasta portata da effettuarsi, auguratamente, nei prossimi mesi.

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