Sul suicidio nella storia

Costantino Corsini

Non voglio parlare della morte  secondo le modalità tanto di moda, non entro nel merito del testamento biologico. Sono problemi di etica, di morale, di scienza che possono essere analizzati solo avendo delle risposte certe a domande del  tipo: cosa è la vita? Cosa differenzia un umano da una lucertola e poi da un fiore? Un proverbio indiano dice: “Dio dorme nella pietra, sogna nel fiore, si manifesta nell’uomo”. Anche il panteismo più estremo dunque pone dei distinguo. Voglio solo con queste poche righe richiamare l’attenzione non su una morte illustrata dalla cronaca ma da tante morti anonime  che ogni giorno si susseguono. Il suicidio non è stato nei tempi la stessa cosa ed anche nell’antichità, senza che vi fosse una influenza giudaico-cristiana le posizioni erano differenti. Platone ed Aristotele lo bollavano come un atto di fuga dalla realtà, gli stoici lo nobilitavano a strumento di difesa delle proprie convinzioni. In una società gerarchica ed integrata come quella greco-romana l’individuo aveva poco valore se limitato esclusivamente a se stesso. Il suicidio poteva essere inteso come un atto di scissione dalla società, l’amputazione volontaria e cosciente di una parte ormai inutile od in contrasto con l’interesse comune. Poi arrivò il Cristianesimo e la sacralizzazione del creato. L’uomo e la società non erano più i demiurghi ma lo era un essere superiore a cui tutto doveva rispondere. Ed il suicidio divenne peccato. I suicidi non potevano essere sepolti in terra consacrata. Non lo era la morte in se stessa. Potevi morire martire, oppure combattendo gli infedeli (dall’una o dall’altra parte), la perdita della vita era consentita, lecita, anche desiderata  perché offerta alla volontà di Colui che l’aveva data.

Solo con l’avvento della Rivoluzione Francese il suicidio non è più stato considerato reato ( o meglio il tentato suicidio per ovvi motivi), è rimasta punibile severamente l’istigazione al suicidio. Ma a tale liberismo illuminista non ha fatto seguito una analisi delle motivazioni che ne stanno alla base. D’altronde una cultura razionalista non poteva affrontare che razionalmente il problema e quindi intellettuali quali Voltaire non avevano il potere comprendere un qualche cosa che nascesse dall’irrazionale. Solo decenni dopo si è cominciato ad intravvedere ciò che giaceva sotto la punta dell’iceberg del cosciente. Groddek, allievo di Freud dal quale precocemente si distaccò aveva intravvisto per primo un Es irrazionale che governava di nascosto l’Io razionale. Freud poi da bravo venditore qual’era gli rubò il concetto e coniò la seconda topica. Negli stessi anni nascevano anche la sociologia  e l’antropologia. Uno dei fondatori di questa scienza umana è stato  Emile Durkheim. Secondo questo autore le cause del suicidio sono si psicologiche ma soprattutto sociali. Coniò il termine di anomia, la rottura dell’equilibrio tra il soggetto e la società. Anche qui nulla di nuovo sotto il sole, bastava rileggersi gli autori latini. Durkheim vedeva il suicido modellato in tre tipi: egoistico, altruistico, anomico. Di queste tre tipologie, quella che ci interessa maggiormente dal punto di vista sociale è quello anomico.

Facciamo ora un passo indietro. Continuano a illudersi che questa sia la migliore delle società possibili.

In tutta la storia del genere umano si sono alternati momenti di pensiero utopico a forme di ridimensionamento e contestazione dello stesso. Alla “Città del Sole” si è contrapposto il Leviatano. Ma è possibile realmente per l’uomo giungere ad un punto in cui il male sia completamente dimenticato? L’ultima utopia che ci è stata presentata si chiama illuminismo, razionalismo, progressismo.

La fede cieca nella ragione  e nel raziocinio umano ha creduto che eliminando i fantasmi della tradizione, della religione, del mito la società sarebbe progredita fino ad un sistema “perfetto” in cui  ogni individuo sarebbe vissuto privo di costrizioni, in cui la scienza e la tecnica ci avrebbero liberato dalle malattie, dalla miseria ed un giorno anche dalla morte.

Ma la storia non ha letto “l’Enciclopedia” e dopo due secoli il mondo della “razionalità scientifica” ci ha liberato di alcune malattie e ce ne ha regalate altre. Sono scomparse alcune miserie e ne sono giunte di nuove, più nascoste.

La guerra si combatte ancora e con distruzioni di massa che coinvolgono la popolazione civile ancora più degli eserciti.

Hobbes è ricomparso vestito da banchiere a ricordarci che “homo hominis lupus”, Rousseau è tornato ad essere un paragrafo marginale  sui libri di scuola.

Eppure, nonostante sia più che evidente il fallimento di questa politica razionalista, continuiamo ad essere illusi del miraggio di un mondo utopico senza reale futuro. Contemplando il “Sol dell’Avvenire” non ci accorgiamo delle tenebre dell’oggi.

Una delle massime del buon governo confuciano recitava che: “la virtù nasce dal rispetto delle piccole cose”. Noi occidentali abbiamo prima eliminato il rispetto per le piccole cose e poi anche per quelle grandi.

L’orgia iconoclastica che ci perseguita continua a distruggere i templi degli dei sostituendoli con centri commerciali. La felicità nasce dal possesso di un televisore al plasma. Ma quando hai acquistato con 48 rate senza anticipo il televisore al plasma e ti accorgi che sei come prima a quale oracolo ti rivolgi? Il dio del consumismo ti risponderà che non sei felice perché lo hai acquistato di “soli” 32 pollici. Avresti dovuto averlo di 42 con il lettore di DVD e sistema Home Theatre. Così, insoddisfatto, queste nuove rate si assommeranno a quelle del telefonino, della lavatrice, della macchina, del viaggio alle Maldive.

L’aumento dei suicidi, caratteristica peculiare delle società industriali più “evolute” è solo un epifenomeno del malessere che caratterizza l’uomo moderno. Il suicidio è una tendenza autodistruttiva individuale ma esistono altri tipi di suicidio “collettivo”.

La famiglia ha assunto sempre di più i connotati di un contratto commerciale. Non un impegno trascendente ma un accordo tra le parti.

Tu mi stiri le camice, io pago la bolletta della luce. Se un giorno non porterò più le camice allora arrivederci.

I figli rappresentano più che un problema un peso, la natalità è in caduta verticale nel mondo “civilizzato”. Certo avere dei figli rappresenta una gran rottura. Passi per il doverli nutrire, vestire, mandare a scuola, al doposcuola, al dopo-doposcuola (brillantemente risolto dalla televisione), ma trovare quando devi andare a teatro una baby-sitter  che non ti rubi in casa è una impresa. Ma soprattutto ti trovi a dover rispondere a delle domande che non sono soltanto se i bambini li trovano sotto i cavoli o peggio ancora a dover essere di esempio.

L’uomo nell’apoteosi estrema del proprio individualismo è riuscito persino ad annullare uno dei principali istinti animali presenti in natura: la sopravvivenza della specie.

Anche le amicizie sono state sostituite dai soci in affari. Utili spalle per il proprio comportamento, non più esseri con cui condividere sogni, aspirazioni, dolori, delusioni.

Il rapporto con Dio è diventato “democratico”, ma del resto quello che è diventato l’unico e vero dio attuale è il “denaro”.

Non serve più il confessore, è molto più trend ed efficiente lo psicanalista. Deve sicuramente essere più efficace perché il confessore è gratis, al massimo si accontenta di un’offerta, quindi la sua è una prestazione di scarso valore. Lo psicanalista si che si fa pagare, e non poco, e poi almeno non ti affligge con quelle storie dei doveri verso Dio e verso gli altri. Unico oggetto della seduta a pagamento è l’IO, l’ES, l’EGO, il subconscio, che poi sei sempre e solo tu.

Perché quello che più spaventa è comprendere di avere anche dei doveri.

Doveri verso il coniuge, doveri verso i figli, doveri verso gli altri. Tutti questi doveri sono dei pesi, delle responsabilità. Ben venga quindi questo sistema che ci solleva dall’avere dei doveri e ci lascia solo diritti.

Ma l’assenza di senso del dovere non ci ha reso più liberi, ci ha reso solo più “animali”, anzi ci ha reso ancora meno che animali. Una bestia non butterebbe nel cassonetto il proprio figlio appena partorito.

Generazioni private dalle norme morali, dai doveri etici di comportamento, crescono in quei paesi ed in quegli ambienti ove la tradizione e la cultura popolare sono state sradicate.

Non dobbiamo ritenerci esenti da questo, anche da noi non si trasmettono più valori reali, la pedagogia è diventata una scienza esatta. Nelle scuole medie ed nelle superiori non si insegna a vivere ma l’inglese, l’informatica, il diritto d’impresa.

La grande educatrice è diventata la televisione, gli insegnanti ampiamente demotivati attendono lo squillo della campanella ancora più degli studenti.

Ma se la televisione è strumento di penetrazione commerciale, proviamo ad immaginare quale tipo di modello educativo possa proporre.

Da questo sistema, deluso dalle aspettative create da un liberismo positivista, in cui si è perso il concetto di educazione improntata non solo sui diritti ma anche sui doveri, è nata una società di infelici, disadattati, insoddisfatti cronici. Questo solamente nel contesto “fisiologico”; nel campo della patologia si è dovuta creare una vera e propria scienza per la diagnosi e la “cura” di malattie della psiche praticamente sconosciute nella società pre-rivoluzione industriale.

Il 60% degli statunitensi fa uso di psicofarmaci, la percentuale di suicidi si è decuplicata, il trend demografico dell’occidente è in continua diminuzione, si fa uso di droghe e di aiuti farmacologici per divertirsi, per fare sesso, per fare sport, per lavorare. Con queste premesse non dovrebbe essere molto difficile intuire come non si stia poi molti meglio complessivamente rispetto al passato.

Certamente la mortalità infantile si è ridotta nettamente, ci sono ora molti più giovani che possono morire suicidi, per droga o schiantati contro un albero a duecento all’ora il sabato notte.

Un anziano difficilmente morirà di polmonite, esistono gli antibiotici, potrà continuare a condurre una triste vita seduto su una panchina senza nemmeno potersi permettere il quotidiano del giorno, considerato come un peso per la società della produzione, uno che spende poco e che si deve solo mantenere.

Abbiamo telecomunicazioni che ci consentono di parlare con genti dell’altro pianeta ma non conosciamo il nostro vicino di casa. Chattiamo con sconosciuti ma non parliamo con i compagni di scuola e di lavoro. Possiamo viaggiare velocemente in aereo per raggiungere luoghi lontani e trovare gli stessi negozi, le stesse marche, gli stessi cibi, tutto stereotipato e senza interesse alcuno.

La scienza e la tecnica hanno fatto passi da gigante, non abbiamo più paura del colera, ora abbiamo quella della bomba atomica. La guerra oggi è programmata ancora dai militari, ma a morire sono soprattutto i civili. Questo è forse il mondo perfetto?  Se è così perfetto, perché continuiamo nel nostro intimo a sentirci tanto male?  Ma, soprattutto, se ci sentiamo così male perché continuiamo a credere a chi continua a dirci che questo è il migliore dei mondi possibile, l’unica possibilità per il genere umano. Se questo è il migliore dei mondi possibile, la fine della storia, perché aumentano i suicidi? E chi sono gli artefici di questo malessere? Non è forse ancora un reato l’istigazione al suicidio? Non sono forse colpevoli quelli che hanno tolto la vita e la speranza ad intere generazioni? Ma questo è un argomento più scomodo da trattare nei salotti televisivi piuttosto di uno stra-scontato, laico, razionalista , illuminista “testamento biologico”.

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