Per una postmodernità ludica

Adriano Scianca

“La morte ti fa bella” era il titolo di una commedia macabra del 1992 girata dal regista Robert Zemeckis, in cui si ironizzava sugli abusi della chirurgia plastica e sulla ricerca della forma fisica perfetta, costi quel che costi. Forse non proprio la morte, ma almeno la crisi sembra avere di questi tempi indubbi risvolti estetici. Sembra strano eppure, dati alla mano, è così. E’ di questi giorni, infatti, lo studio a cura dell’Isplad (International Society of Plastic-Aesthetic and Oncologic Dermatology, che riunisce 2mila specialisti in dermatologia) secondo il quale, anche nella congiuntura economica drammatica, gli italiani non cessano di pensare al benessere del corpo, aumentando anzi le spese per cure estetiche e trattamenti di bellezza. Nei primi due mesi del 2009 si registra infatti un +20% di richieste di visite e terapie estetiche da parte delle donne, e un +10% da parte degli uomini. I dati, calcolati rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso, fanno superare il trend già positivo del 2008, anno che si era chiuso con un incremento del 22% di richieste femminili e del 15% da parte degli uomini rispetto al 2007. Il mercato cosmetico italiano, inoltre, nel 2008 ha aumentato il fatturato dell’1,2%, seguendo in questo il trend statunitense dove il settore non conosce flessioni. Spiega Antonino Di Pietro, presidente Isplad: «Molti pazienti riferiscono che, mentre rimandano acquisti importanti come l’automobile per gli uomini e l’ultima borsa griffata e di tendenza per le donne, hanno paradossalmente più liquidità e spendono per la cura del corpo più di prima».

postmodernita-ludica_-fondo-magazinePunture antirughe per eliminare le rughe del viso, botulino per spianare i solchi della fronte, terapie contro la cellulite, trattamenti per cancellare le macchie del viso, filler per gonfiare gli zigomi per le donne; cura contro la calvizie, ringiovanimento del viso, eliminazione delle macchie sul volto e diete e trattamenti antismagliature per gli uomini: stiamo lucidando le maniglie sul Titanic? La nostra è una società impazzita che anziché tirare la cinghia si rifugia nell’edonismo più sfrenato, come le civiltà decadenti dell’antichità prima di essere sopraffatte dai barbari? O non c’è forse qualcosa di più sottile, un meccanismo sociologico più sofisticato, dietro la ricerca del superfluo in un periodo in cui rischia di mancare l’essenziale? E se la crisi avesse portato all’evidenza una tendenza da molti anni sotterranea ed ora finalmente uscita allo scoperto? Forse l’homo oeconomicus, mito alla base dell’antropologia che sorregge l’attuale pensiero dominante, è giunto al capolinea e soprattutto fra le nuove generazioni che più devono affrontare la crisi sta emergendo una nuova sensibilità più ludica, creativa, estetica.

E’ questa, ad esempio, l’opinione del sociologo postmoderno Michel Maffesoli: «I media – spiega il francese intervistato dall’Espresso – raccontano i crolli finanziari, mentre in realtà sta crollando un modello di vita e di società che per secoli era stato alla base della cultura moderna. La nostre classi dirigenti, gli intellettuali considerano ancora il mito del progresso come fondamento della società, mentre nella vita quotidiana le persone, e soprattutto i giovani, non pensano più che il lavoro e la produzione siano centrali per la loro esistenza». Le nuove generazioni cresciute nel culto di ciò che altrove Maffesoli – citando Corbin – chiamava “l’immaginale” sembrano essere più ricettive, più plastiche, maggiormente disposte a cavalcare la crisi anziché esserne cavalcati. Per generare magari un salutare cambio di paradigma.

L’economia contemporanea che sta attraversando un momento tanto difficile è del resto particolarmente basato su meccanismi incorporei, sull’importanza del fattore emotivo e irrazionale. Qualche anno fa Francis Fukuyama scrisse un saggio intitolato Fiducia. Come le virtù sociali contribuiscono alla creazione della prosperità. Ora, Fukuyama porta sfiga, ormai è assodato: cantò la “fine della storia” e imperversarono i conflitti etnici e religiosi; auspicò un’iniezione di fiducia per il capitalismo ed è venuta la crisi peggiore dai tempi del ’29. Ma al di là dello scarso tempismo dell’analista nippostatunitense, il fatto che siano proprio i fattori emozionali e mediatici a reggere le sorti dell’economia sembra verissimo. E allora c’è da chiedersi se non sia proprio una gioventù cresciuta nella postmodernità strisciante, che sotto la cenere dell’individualismo, del razionalismo, del progressismo faceva già da tempo pulsare un fuoco ludico e irrazionale, la più adatta a fronteggiare la difficile situazione economica e magari pensare l’oltre. Scriveva sempre Maffesoli ne La contemplazione del mondo (Costa & Nolan, Genova 1996): «La trasfigurazione del produttivismo è ormai compiuta quando l’atmosfera emozionale prende il posto del ragionamento, o quando il sentimento si sostituisce alla convinzione». Il che significa che le luci, i fuochi d’artificio, i flash della “società dello spettacolo” cessano di essere bagliori accecanti dietro cui si cela l’alienazione e la mercificazione, per assumere anzi l’aspetto di dionisiaci presagi di una postmodernità ludica e comunitaria.

Una postmodernità che si lasci alle spalle il rigido razionalismo calcolatorio e riscopra il piacere di quella che Bataille chiamava “la parte maledetta”. Ovvero quel settore dell’esistenza consacrato al voluttuario, al superfluo, all’esteticamente appagante, all’orgiastico. E’ la rivincita del lusso? Scrive a tal proposito Thierry Paquot: «Il denaro è in molti casi la condizione necessaria perché si possa parlare di lusso, ma l’idea stessa di lusso rifugge, in un certo senso, una semplice analisi economica […]. In contraddizione con lo spirito della società dei consumi, secondo cui la prosperità di ciascun individuo dipende dalla sua capacità di accumulare beni materiali, ho notato che in realtà sono i beni immateriali, le “cose senza prezzo”, le cose da niente che si sottraggono al mercato a procurarmi un piacere immenso. Di fatto queste idee rappresentano l’idea che mi sono fatto io del lusso» (Elogio del lusso, Castelvecchi, Roma 2007). L’era del capitalismo freddo, ascetico, puritano descritto da Weber è finito. Sorge una nuova immagine dell’esistenza basata sul dispendio improduttivo. E forse scopriamo che la crisi non è altro che il momento di passaggio fra una cultura vecchia e una nuova che si affaccia all’orizzonte. Meglio: fra una cultura dei vecchi e una cultura dei giovani. La crisi come scontro generazionale: perché no?

Michel Maffesoli sembra esserne convinto e persino nelle mode più frivole e nelle tendenze più superficiali sembra intravedere i segni del cambiamento: «Il ludico e l’immaginario sprigionati dalla vita quotidiana, nelle reti digitali, in Facebook, MySpace, Second Life, nelle tante feste della musica, notti bianche e in tutte le altre situazioni in cui lo spirito della vacanza trionfa sull’economia, sono eventi che destrutturano fatalmente il capitalismo perché non rientrano nella sua logica interna». Spirito della vacanza? Siamo pronti: dateci mojito e infradito e vi cambieremo il mondo.

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