Pd alla frutta ma non al capolinea

Giovanni Di Martino

“VELTRONI SI DIMETTE: PD IN MANO A SUAREZ” è lo slogan divertente che gira su un sito di tifosi interisti. Infatti il PD di queste settimane ricorda un po’ l’Inter degli anni novanta, in cui ogni anno era quello buono, ma poi si cambiavano quattro allenatori. E Suarez era l’ex giocatore dirigente a cui veniva affidata la panchina nell’ultimo tratto di stagione, quello in cui tutto era ormai perduto e si pensava già all’anno successivo (per cui pagare un altro allenatore sarebbe risultato uno spreco, anche per Moratti).

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Così il PD di questi giorni barcolla, e di questi due anni ci restano solo le mitiche imitazioni di Veltroni fatte da Corrado Guzzanti (che già dieci anni fa imitava l’ex segretario), e di Maurizio Crozza (non troppo gradita dall’ex sindaco di Roma). E con la caduta della segreteria Veltroni il centro sinistra perde (dopo Rutelli) un altro timoniere proveniente direttamente dall’immaginario dei personaggi interpretati da Alberto Sordi. Ma anche questo è troppo scontato. È come sparare sulla… sul PD.

Quella che non è affatto scontata invece è la fine del suddetto partito. Che è realmente in crisi, ma potrebbe ancora risolvere i suoi problemi e probabilmente lo farà. I problemi dell’accozzaglia biancorosa (perchè rosso – bruni sono gli estremi, mentre una fusione a freddo tra democristiani ed ex comunisti pentiti come la chiami? Biancorosa appunto) sono stati soprattutto due.

Il primo problema è stata la fretta, ma non si poteva fare altrimenti. Perchè nell’ambito della transizione dalla Seconda Repubblica (quella bipolare nata dal colpo di stato giudiziario di Mani Pulite e dalla comparsa di Berlusconi sulla scena) alla Terza Repubblica (quella del perfetto bipartitismo all’americana), la fusione tra ex democristiani di sinistra ed ex picisti (che in piemontese ha un doppio significato) di destra era una tappa fondamentale. Si trattava di fondere in una unica struttura politico – associativa – clientelare due mezzi ex grandi partiti, che risentivano e risentono tutt’ora troppo della propria differente origine. Quindi una operazione delicata: portare gli eredi infelici di De Gasperi e Togliatti ad essere come Kennedy e Bill Clinton, mignotte escluse.

Proprio in quanto delicata, l’operazione iniziava nel 2006, con la vittoria del centro – sinistra alle elezioni politiche, ed era tarata per durare cinque anni e poter presentare la nuova struttura alla fine dalla legislatura. Ma c’è stato un imprevisto, una sorta di Irpiniagate 2, tipo quello che fece cadere il governo De Mita, avente come protagonista il suo figlioccio Mastella, allora ministro della giustizia e capobastone della minuscola, ma utilissima (almeno al governo Prodi) formazione dell UDEUR. Per il momento non è dato sapere se dietro l’Irpiniagate 2 ci fosse veramente Berlusconi o magari lo stesso centro – sinistra (per eliminare Mastella e i suoi per sempre), fatto sta che la maggioranza ha traballato e il governo è caduto. Nel PD non erano ancora state gettate le fondamenta e la sconfitta alle elezioni è stata epocale, malgrado l’appoggio di quasi tutta la classe intellettuale italiana, quella dell’antifascismo in servizio permanente effettivo che, non accettando la propria sconfitta rivoluzionaria sessantottina, vi ha collocato la fine del mondo, riciclandosi come mercenariato d’appoggio a Veltroni.

Il secondo problema è stata l’estrema sinistra. Il passaggio verso la Terza Repubblica la doveva in qualche modo cancellare e toccava al PD farlo, ma per farlo occorreva tenere duro e pagare lo scotto. E questo è successo: estrema sinistra fuori dal parlamento e scotto pagato con interessi usurai (anche qui per ragioni di fretta e malgrado l’aiutone dei vari Bertinotti, Giordano e Vendola). Essendo l’estrema destra molto più piccola, Berlusconi non ha avuto più di tanti problemi nel togliersela di torno.

Ma pagati entrambi i pegni, il PD è comunque la struttura che il centro – sinistra aspettava per ripartire. Sono ancora in disaccordo su molti temi, ma non sugli obiettivi. E sono molto più confindustriali del PDL, e molto più preparati politicamente, quindi per gli americani sarebbero dei vassalli più affidabili (più dell’entusiasmo caciarone di Berlusconi).

Correggeranno il tiro, quindi, devono farlo. Ma purtroppo non credo che la loro storia finisca qui.

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