Lovecraft. Fra modernità e tradizione

Giovanni Di Silvestre

Quando si parla di Howard Philip Lovecraft [nella foto sotto], non si parla soltanto di racconti del terrore, fantastici o onirici. Lovecraft non è solo uno scrittore, è un visionario, uno psicologo e un critico del mondo moderno. In questo lavoro mi sono posto però un altro obiettivo; tutti noi conosciamo i racconti di Lovecraft come Il richiamo di Cthulhu, Le montagne della follia e L’orrore di Dunwich. Io invece voglio parlare di un altro aspetto di Lovecraft, quello meta politico e il suo rapporto con la modernità e la tradizione.

howard-philips-lovecraft_fondo-magazineLovecraft nasce il 20 agosto 1890 a Providence nel Rhode Island. Verrà istruito da autodidatta dalla madre e dalle zie divorando ogni campo del sapere. I suoi biografi lo hanno descritto come una persona timida e introversa, affetto da idiosincrasie e da una povertà terribile che lo costrinse a vivere quasi da recluso, ma questo non gli impedì di vivere fuori dal mondo, anzi era a conoscenza di ogni cosa che accadeva nel mondo grazie alle informazioni ricevute durante le passeggiate a Providence, i suoi viaggi e dalla lettura di libri, giornali e riviste e soprattutto attraverso il carteggio con i suoi amici. Lovecraft amava Providence e l’Inghilterra dei puritani con i suoi valori, opposta all’America industrializzata, capitalista e soprattutto moderna. La stessa ammirazione la provava per la Roma Imperiale a cui dedicò non solo dei racconti ma anche diversi saggi. Lovecraft assieme a Céline è un critico del mondo moderno sia per la sua ingiustizia e per il sistema economico basato sul commercio e sul consumismo, ma anche per la sua bruttezza che si riscontra nell’architettura, nel linguaggio e nel modo di affrontare la vita. Questa visione la incontreremo in Ezra Pound e in Mishima. La differenza è che rispetto a loro non è polemico ma solo pessimista o meglio ancora realista. Amava definirsi una persona di scienza e un conservatore. Nelle sue storie critica la meschinità della scienza e del razionalismo. Per lui la scienza nasconde una realtà primordiale che costituisce il mistero della vita. Un problema sul quale i critici si sono scontrati è la sua simpatia al fascismo. Naturalmente si stratta di speculazioni superficiali e vergognose. La posizione politica di Lovecraft non può essere schematizzata e bollata come totalitarista. In Lovecraft semmai emerge il rimpianto per l’Inghilterra del secolo XVIII o per l’epoca romana. Di sicuro era contrario all’american way of life. Egli utilizza la fantasia per scagliarsi contro il mondo moderno.

Grazie alla fantasia si può generare e far rivivere il mondo come vorremmo fosse. Ma quale è il mondo di Lovecraft? Di sicuro non è il mondo descritto ne Il richiamo di Cthulhu in cui critica la sicurezza dell’attuale società né il mondo de Il modello di Pickman in cui si scaglia contro l’idea che esista solo ciò che si vede. Ma l’attacco più feroce che egli fa alla modernità emerge nel racconto quasi sconosciuto intitolato “La strada”, in cui narra le fasi nella vita di una strada che si vendica degli uomini che hanno dimenticato i loro valori e le loro tradizioni. La visione del futuro in Lovecraft è pessimista e la strada rappresentata in quel racconto è la New York del primo dopoguerra. Lovecraft percepirà i processi politici e spirituali dell’America e il suo giudizio sarà spietato «Tutti gli ideali dell’America moderna basati sulla velocità, sul lusso meccanico, sui profitti materiali e sull’ostentazione della ricchezza mi appaiono puerili e non meritano seria attenzione».

L’America fu spietata con Poe e con Lovecraft e solo dopo morti saranno rivalutati. Il suo pensiero può essere riassunto in questa frase “Anche se mi sono calmato, non posso dimenticato, non posso dimenticare che sono un intruso; un forestiero in questo secolo e tra coloro che sono ancora uomini”. Lovecraft fu sempre visto come un “conservatore” anche se negli ultimi anni della sua vita fu un sostenitore del New Deal di Roosvelt. Questa però non era una conversione, ma rispondeva a un suo disegno politico. In una lettera dell’8 luglio 1936 riporta le ragioni del suo appoggio a Roosvelt: «Nella primavera del 1931, per la prima volta nella mia lunga vita ho accolto le argomentazioni sociali e politiche della sinistra. E non mi sono più tirato indietro. Anzi, mi sono spinto sempre più a sinistra – ma ho rigettato totalmente i dogmatismi specifici del puro marxismo, che sono indiscutibilmente fondati su ben precise stupidaggini scientifiche e filosofiche».

Sulla base di questa lettera i soliti intellettuali italiani vicini alla sinistra hanno pensato di dare una collocazione politica a Lovecraft facendolo convertire al marxismo. A questo punto è lecito domandarsi quale era il suo pensiero politico? La sua mentalità era sistematica, i suoi pensieri li riportava su carte e ci sono giunti a noi sotto forma di carteggio e di saggi. Dopo l’affermazione di Rooosvelt alle consultazioni elettorali del 1932, Lovecraft vide nel New Deal uno schema vicino alle sue idee politiche. Le sue ragioni le spiegò nel suo saggio “Some repetitions on the times” in cui riportava le riforme economiche e sociali per andare oltre il New Deal. Questo documento è tuttora conservato alla “John Hay Library” di Providence, si tratta di un saggio di uso privato in cui chiarisce bene la sua posizione politica. Lovecraft ritiene che il capitalismo sia fallito e di conseguenza anche la classe politica che lo sosteneva. Per rimediare ai guasti causati da una distribuzione ingiusta della ricchezza e alla distruzione della propria identità culturale Lovecraft pone tre soluzione:

  1. Controllo delle risorse e delle fabbriche da parte del governo e gestione delle entrate in funzione del bisogno.

  2. Riduzione degli orari di lavoro, partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese.

  3. Sussidi di disoccupazione e pensioni di vecchiaia.

Naturalmente, Lovecraft non voleva l’abolizione della proprietà privata o la confisca dei capitali privati, non credeva nel “partito unico” o nella “coscienza di classe” o in altri concetti che il marxismo ha utilizzato in più di un secolo insanguinando intere nazioni e vessando interi popoli con programmi folli. Lovecraft, nel 1932 sapeva bene cosa aveva significato l’applicazione dello stalinismo e del marxismo in Russia. Ma conosceva bene anche la natura distruttiva del capitalismo disumano, gretto e incolto e aveva vissuto questa situazione sulla sua pelle. Come Evola comprendeva che dal denaro non nasce una classe dirigente che incarni gli ideali di un popolo. Il suo programma mirava a togliere il potere al capitalismo e agli ideologi permettendo alla popolazione di coltivare i semi del retaggio tradizionale e dell’identità nazionale. Naturalmente questi valori erano inaccettabili dalla società americana. Non c’erano sussidi di disoccupazione e di vecchiaia, e solo con Roosvelt vennero introdotti i controlli governativi sui prezzi e le tariffe, per non parlare poi della partecipazione degli operai agli utili. Concetti simili vennero attuati dal fascismo che attrasse Lovecraft. Purtroppo non fece in tempo a conoscere il Manifesto di Verona (1943) visto che morì nel 1937. Poiché dalla fine della guerra il fascismo è considerato “male assoluto” non ha nulla di “sociale” e se un intellettuale espone idee “sociali” non può che essere “comunista”. Eppure il New Deal venne apprezzato da esponenti del fascismo come Alberto Beneduce. Il New Deal di Roosvelt era ancora lontano dal programma di Lovecraft. Ma in esso colse i segni di un’evoluzione sociale. Ma si rendeva conto che in America una “rivoluzione” di tipo fascista era inattuabile e per prendere piede in America doveva avere simboli, contenuti e modalità d’azione diversi dal fascismo.

Lovecraft mirava a creare “una oligarchia dell’intelligenza e della cultura”. Questa oligarchia doveva essere frutto di una democrazia in grado di riconoscere gli errori provocati da suffragio universale in una paese la cui popolazione era illetterata e preda di suggestioni. Lovecraft proponeva una restrizione del diritto di voto a chi fosse stato in possesso di determinati requisiti come la conoscenza di temi civili ed economici. Queste posizioni si riscontrano nelle teorie di Werner Sombart e nella critica all’America e all’Unione Sovietica di Evola in cui unisce l’aristocrazia intellettuale all’economia corporativa. Chi da un colore politico a Lovecraft definendolo compagno o camerata commette un errore di valutazione. Il critico Joshi precisa «che Lovecraft occasionalmente ha usato il termine fascismo per indicare le sue teorie. Ma il fascismo di Lovecraft per l’America post New Deal non aveva nulla a che fare con quello realizzato da Mussolini» ecco cosa scrive Lovecraft nel 1932 all’amico J. L. Morton «Non giudicare il tipo di fascismo che io invoco sul metro di qualsiasi altra forma esistente». Ma Joshi sottolinea che Lovecraft non rinunciò a Mussolini anche se la sua ammirazione era meno forte rispetto al 1922. Con rigore respinse le accuse di marxismo quando lamentò la tiepidezza delle riforme sociali di Roosvelt. Ai suoi amici F. B. Long, Barlow e Sterling rimproverò «Maledizione, ragazzi miei, ma non vi starete mica trasformando tutti in bolscevichi!”».

Qualcosa del suo programma politico emerge dal romanzo breve The Shadow out of the time, del 1934, quando parla della Grande Razza: «La Grande Razza sembrava costituire un’unica nazione o lega, unita da regole, non troppo rigide; le principali istituzioni erano in comune, benché esistessero quattro divisioni ben distinte. Il sistema politico ed economico di ciascuna unità era una sorta di socialismo reazionario, e le risorse fondamentali erano distribuite in modo razionale; il potere era affidato a un ristretto consiglio di governo eletto da tutti colo che avessero superato specifiche prove educative e psicologiche (….). L’industria, altamente meccanizzata, richiedeva soltanto pochissimo tempo a ciascun cittadino; e l’abbondante tempo libero veniva impiegato in attività intellettuali ed estetiche di svariata natura». Purtroppo ancora oggi per provincialismo intellettuale o ottusità politica si apprezza un autore solo se ha la stessa “ideologia” conforme ai suoi critici.

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