I romeni non violentano le donne

Angela Azzaro

Nel linciaggio pubblico nei confronti dei due romeni accusati dello stupro della Caffarella, Alexandru Loyos e Karol Racz (Racz è accusato anche della violenza su una donna di 41 anni, sempre a Roma) si sono mescolate almeno tre questioni: il giustizialismo della società e dei giornali, il razzismo, ma soprattutto l’applicazione delle politiche sicuritarie a partire dalla limitazione della libertà delle donne.

Partiamo dai giornali. Il caso è emblematico di come si costruiscano i mostri per mezzo stampa. L’indagine era appena iniziata ma alcune notizie fatte appositamente filtrare dalla polizia hanno spinto quasi tutti i giornali a titolare, a caratteri cubitali: <Arrestati i colpevoli della violenza del 14 febbraio. Sono due romeni>. Nessun dubbio. Nessuna incertezza. Alcuni indizi, tra cui una confessione strappata da una polizia che non avrebbe risparmiato maniere forti, sono diventati verità assolute. Il processo era già stato fatto da investigatori, giornali e opinione pubblica: i due romeni erano colpevoli. La presunzione di innocenza, garantita dalla Costituzione, finiva nel dimenticatoio in nome di un altro principio, poco costituzionale ma molto in voga: i romeni stuprano le donne. I fatti hanno dimostrato che il teorema, della questura e dei media, era falso e ancora oggi le indagini sono in corso, con un elemento a favore dei due accusati che depone decisamente a loro favore: la prova del Dna è risultata negativa.

Ma allora quale è stato il vero contendere e perché non possiamo permetterci di lasciare cadere questo episodio nel nulla?

Piero Sansonetti, ex direttore di “Liberazione”, scrivendo su “Il riformista” ha sostenuto, giustamente, che la condanna anzi tempo di Loyos e Racz è segnata da un forte atteggiamento razzista. Il razzismo in Italia, secondo Sansonetti, sta crescendo e si fonda su un meccanismo molto semplice: attribuire a diversi popoli diverse attitudini delinquenziali: i rom rubano i bambini, i romeni stuprano le donne, e così via. Gad Lerner su “Repubblica” ha ribadito il concetto: basta con queste percentuali fondate sull’appartenenza nazionale o etnica, perché tale classificazione si fonda, appunto, su un principio razzista. Giustissimo. Ma anche a voler leggere le percentuali così fatte ci raccontano un altro mondo, molto diverso da quello che ci vogliono far credere i giornali tesi, come non mai, a lanciare una campagna per alimentare la paura: la paura contro i romeni, la paura delle donne che non dovrebbero più uscire da casa o si dovrebbero affidare al giustizialismo delle ronde fatte dagli stessi uomini che poi le picchiano e le violentano a casa.

violenza_donne_fondo-magazineEcco le cifre o i fatti, come si preferisce. Partiamo dai romeni. La comunità dei romeni in Italia è una delle più numerose. Oltre un milione di cittadini vivono qui: lavorano, producono, si prendono cura delle nostre case, dei nostri figli e dei nostri genitori. Ma questo conta poco. Conta che lo 0,27 per cento sia coinvolto in atti delinquenziali per farci credere che un’intera comunità sia impegnata a farci del male. Il dato dello 0,27 per cento è stato riportato dal “Corriere della sera” sulla base di un dossier della Caritas, poi ripreso anche dall’ex prefetto Achille Serra sulla “Stampa” per dire che si è creata un’emergenza, quella dei romeni che delinquono in Italia, fondata sul nulla. E quindi: meramente strumentale. Ma c’è anche un altro dato, ancora più sconvolgente e spiazzante rispetto alla costruzione della paura a cui stiamo assistendo da un anno e mezzo a questa parte. Da quando cioè è stata uccisa Giovanna Reggiani. Uccisa due volte. Da un uomo prima, dalla politica dopo (senza distinzione di destra e di sinistra, né di nazionalità).

Gli stupri rappresentano il 3 per cento della violenza sulle donne. Il 97 per cento è la violenza in famiglia, cioè la violenza esercitata da parte di mariti, padri, fratelli, fidanzati, ex. Un dato di Amnesty International, ripreso dal Consiglio d’Europa, denuncia il fatto che la prima causa di morte o di invalidità permanente per le donne europee, tra i 16 e i 40 anni, è rappresentata dalla violenza del partner. Incide più delle malattie del cuore, più dei tumori, più degli incidenti stradali. Torniamo solo un momento a quell’esile tre per cento delle violenze sessuali: il 60 per cento è fatto da italiani, il dieci per cento è di nazionalità incerta, il 30 per cento riguarda i migranti di varia nazionalità in mezzo ai quali ci sono pure i romeni. Molto più del 60 per cento delle violenze sessuali avviene tra le mura domestiche o comunque da parte di persone conosciute.

Leggendo questi dati è immediato capire come il caso di Loyos e Racz sia stata una grande montatura rivolta contro due cittadini che dovrebbero godere dei nostri stessi diritti (come tutti), contro un popolo stigmatizzato in quanto tale, contro le donne e attraverso le donne contro questa società che si vorrebbe normare, controllare, rendere mansueta. Ci levano il lavoro, il potere decisionale, ci levano diritti ma ci vogliono far credere che il problema sono i romeni che stuprano le donne. Il discorso a questo punto diventa solo più complesso e deve, riprendendo Foucault, analizzare quali sono oggi le politiche sicuritarie e quali strumenti abbiamo per contrastarli. Ma due cose vale la pena evidenziare per discuterne.

Le politiche sicuritarie (e il loro uso del corpo e della libertà delle donne) non hanno colore. Non conoscono cioè distinzione tra cosiddetta destra e cosiddetta sinistra. Il primo a firmare un decreto d’urgenza contro i romeni, sulla base di un singolo episodio, è stato il centrosinistra. Era fine ottobre, 2007. Giovanna Reggiani viene uccisa. I giornali all’inizio pensano sia una donna romena e danno la notizia nella cronaca. Dieci righe. Non di più. Poi una donna romena accusa un suo connazionale e si scopre che la donna uccisa a Tor di Quinto (Roma) è italiana. Diventa un caso che finisce sul tavolo del Consiglio dei ministri. Walter Veltroni (che con questo atto si candida alla guida del Pd dichiarando di fatto la fine del governo Prodi) spinge il presidente del Consiglio a firmare un decreto d’urgenza che per la prima volta parla di espulsioni indiscriminate nei confronti dei romeni. Anche Rifondazione comunista non dice di no. Il ministro era Paolo Ferrero. Non se la prendono con un singolo, un uomo, ma con una comunità. Se questo non è razzismo, che cosa è? Da allora i pacchetti sicurezza sono diventati pane quotidiano, fino all’approvazione del cosiddetto decreto antistupro da parte del governo Berlusconi che legalizza le ronde.

Il secondo elemento che vale la pena evidenziare riguarda la libertà delle donne. Dicono di parlare in nostro nome, di volere il nostro bene, ma ci vogliono ricacciare nel gorgo della paura. Vogliono usare il nostro nome, la nostra libertà per normare tutta la società stabilendo cosa è giusto, cosa è sbagliato. La vera minaccia non sono gli stupri ma una società fondata sui ruoli così come strutturati dalla famiglia. Le donne, per esperienza, lo sanno. Eppure in molte cadono nella rete giustificando le politiche razziste e sicuritarie. Da possibili soggette della ribellione diventiamo complici della norma. Verrebbe da dire: cornute e mazziate. Picchiate e normate. Gli uomini che assecondano la strumentalizzazione degli stupri hanno tutto l’interesse a farlo, perché altrimenti dovrebbero mettere in discussione il loro ruolo, il loro potere, il loro desiderio. Ma noi, noi donne, che convenienza abbiamo ad assecondare queste politiche (ronde comprese)?

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