Genio e follia. Il giorno e la notte dell’artista…

Adriano Scianca

«Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te», diceva Nietzsche descrivendo l’esperienza straniante e, talvolta, annientante dell’esplorazione dei fondali burrascosi dell’avventura umana. In fondo alla quale, spesso, si può rinvenire il nulla, con il quale non è mai facile far battaglia. Ma ciò che conta non è chi vince. L’importante è che la battaglia sia terribile e maestosa. In questo modo sono nate, nel corso dei secoli, alcune delle più grandi opere d’arte che noi oggi osserviamo nell’atmosfera ovattata e rassicurante dei musei. Demoni in teche di cristallo. Demoni che divorarono spesso gli autori di quei messaggi lasciati in tante bottiglie disperse nel mare della storia. Accade, quando il genio si fonde con la follia. Un fenomeno che si è ripetuto spesso nella storia dell’arte e nella storia tout court.

genio-e-follia1_fondo-magazineUn fenomeno che ora trova la sua consacrazione nella mostra Arte, Genio, Follia. Il giorno e la notte dell’artista inaugurata da pochissimo a Siena e ancora in programma fino al 25 maggio presso il Complesso Museale Santa Maria della Scala. Van Gogh, Kirchner, Munch, ma anche Ernst, Dix, Grosz, Guttuso, Mafai, Ligabue e Zinelli: sono solo alcuni degli artisti che si potranno ammirare all’interno dell’esposizione nata da un’idea di Vittorio Sgarbi in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta. Quasi 400 opere tra dipinti e sculture, alcune delle quali di grande impatto emotivo, che danno vita ad un percorso espositivo articolato in 10 diverse sezioni, affidate alla cura di importanti nomi del campo dell’arte e della psichiatria.

Perché la follia ci attira? Perché il genio – ovvero colui a partire dal quale riformuliamo i nostri parametri di giudizio – confina così spesso con la sragione? Come è possibile che le vette dello spirito umano si tramutino con tanta facilità in abissi? La storia culturale della modernità, del resto, parla da sola: l’erosione delle certezze, la “morte di Dio”, la fine della razionalità “forte”, il fallibilismo epistemologico, la messa in questione di tutte le verità fondamentali hanno caratterizzato tutta la produzione artistica, scientifica e filosofica novecentesca. Tanto da generare macchiette: il filosofo postmoderno che “decostruisce” il linguaggio fino a perdervisi è stato già preso in giro da Bricmont e Sokal (Impostures intellectuelles, Odile Jacob, Paris 1999). Allo stesso modo quello dello “scienziato pazzo” è un topos di troppa letteratura popolare, mentre quello dell’artista pazzoide e bizzarro è un luogo comune pericolosamente vicino al suo rovesciamento per cui ogni folle, in fondo, può atteggiarsi a genio.

Derive a parte, è comunque vero che la storia ci insegna chiaramente come originalità, creatività, ispirazione abbiano poco a che fare con una razionalità lineare. La ragione, insomma, non è l’unica facoltà produttrice di senso, non è in dialogo solo con se stessa, ha confini tra sé e ciò che è altro-da-sé molto meno rigidi di quanto si pensi. «Il senso», dice Gilles Deleuze, «è un’entità inesistente, che ha rapporti molto particolari anche con il non senso». E ancora: «Il non-senso non è affatto l’assurdo o il contrario del senso, ma ciò che lo fa valere e lo produce, circolando nella struttura». Uno dei più grandi successi cinematografici dell’ultimo decennio, del resto (A beautiful mind, di Ron Howard) è esattamente dedicato alla vita di John Nash, matematico fenomenale e rivoluzionario affetto per trenta anni da gravi attacchi di schizofrenia, con tanto di allucinazioni e gravi paranoie. In campo filosofico, invece, il binomio genio-follia è stato incarnato massimamente da Friedrich Nietzsche. Autore le cui profezie si sono spesso intersecate con l’arte e gli artisti. Una sezione della mostra senese è appunto dedicata a “Genio e follia al tempo di Nietzsche”, con opere di Munch, Strindberg, Kirchner e Van Gogh.

Drieu la Rochelle, non a caso, vedeva nel grande olandese un potente anticipatore delle rivoluzioni, degli entusiasmi e delle tragedie del Novecento. Persino un precursore, seppur talvolta rinnegato dalla sua figliolanza spirituale, dei fascismi e delle avanguardie. Un animo inquieto destinato necessariamente ad incontrarsi nella posterità con quel suo fratello spirituale che, in prosa o in poesia, ci ha descritto gli stessi paesaggi allucinati: Friedrich Nietzsche, appunto. «Sono tanti – diceva il francese –  i punti per cui questo grande solitario potrebbe essere paragonato all’altro grande solitario che fu Nietzsche. L’uno e l’altro erano nati in un ambiente di mistica protestante; l’uno e l’altro sono stati attirati irresistibilmente dal sole meridionale; l’uno e l’altro hanno inizialmente addestrato la loro anima tumultuosa e oscura alle discipline plastiche dello spirito e dell’arte mediterranea. E poi l’uno e l’altro sono ritornati al Nord per affondarsi nella visione catastrofica dei cieli settentrionali. Artisti miracolosi, dolorosi e terribili profeti oppressi dalla loro profezia».

Per tante intelligenze scomode del secolo scorso, invece, l’oppressione or ora accennata è stata molto meno metafisica e molto più concreta. Tanti, troppi geni del Novecento hanno visto le pareti imbottite per puri motivi di dissidenza ideologica. Accadeva in Unione Sovietica con i nemici del regime. Accadeva, purtroppo, anche nei regimi liberali che incarcerarono Knut Hamsun ed Ezra Pound. «Mi hanno dichiarato pazzo per discreditare le mie idee», dirà il poeta americano. In questo, paradossalmente, si trovarono d’accordo tanto gli amici che i nemici dell’autore dei Cantos: i secondi potevano depotenziare completamente dietro l’ombra della follia un pensiero scomodo e dirompente, i primi potevano invece invocare clemenza per Pound proprio attribuendo ad una vena di pazzia la sua adesione al fascismo e le sue teorie economiche. «Per decenni – ha scritto Giano Accame – l’insistenza di Pound sulla centralità del problema monetario nei conflitti del XX secolo venne considerata maniacale anche per quella che era proprio la sua anticipazione più geniale: aver assegnato una priorità così ossessiva alla questione dell’usura». La questione, venne risolta come sappiamo: dopo le tre settimane passate nella gabbia a cielo aperto, il più grande poeta del Novecento venne rinchiuso per tredici anni nel manicomio criminale federale di St. Elizabeths di Washington. Tredici anni. Roba da pazzi.

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