Cimiteri

Mario Grossi

Potremmo definire anche lui il caro estinto, perché fedele al tema che tratta, dopo aver fatto una rapida apparizione nelle librerie è scomparso, svanito nel nulla, come se le pagine scritte fossero rapidamente diventate trasparenti, vuote, leggere come un corpo che rapidamente divorato dai vermi mostri ormai solo le bianche ossa alleggerite da tutto il resto.

Scomparso, come si dice appunto per i cari estinti. Passato a miglior vita? Trapassato? Spirato?

cimiteri_fondo-magazine1Sta di fatto che Cimiteri libro di Giuseppe Marcenaro edito da Bruno Mondadori, apparso in prima edizione nelle librerie a gennaio, non si riesce a trovare, nonostante io l’abbia ripetutamente ordinato dal solito libraio amico di riferimento e abbia tentato anche di reperirlo altrove. Non sono ancora riuscito a mettergli le mani sopra e di conseguenza a leggerlo.

È per questo che tenterò una cosa che non ho mai fatto prima, una recensione preventiva senza averlo letto. Ma è troppa la curiosità per l’oggetto e per la sua misteriosa sparizione che non posso farne a meno.

Voi capirete e scuserete l’affranto recensore ancora scosso dalla prematura scomparsa del volume e rattristato dalla sua mancanza.

In fin dei conti sono in buona compagnia perché, se non ricordo male, fu Oscar Wilde a dire «Non leggo mai i libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato».

Così affidandomi alle scarne informazioni desunte da un articolo comparso su “La Repubblica” del 27 ottobre 2008 che lo preannunciava ed una breve nota di Augias del 9 gennaio 2009 mi accingo a raccontarvi Cimiteri.

Ma per potervene parlare devo fare una premessa che è assolutamente necessaria.

Molti sostengono che parlare di morti sia sconveniente e di cattivo gusto, che visitare cimiteri sia lugubre e deprimente. Io che sono un visitatore di cimiteri, da qui la curiosità per il libro di Marcenaro, affermo che non è affatto lugubre, anzi è istruttivo e rilassante.

Se uno comincia a programmarsi delle visite a cimiteri scoprirà di essere in buona compagnia, tanto da poter affermare che esiste un vero e proprio popolo che si dedica ai tour cimiteriali. E sono tutt’altro che zombie, vampiri, Emo o potenziali suicidi.

Detto questo bisogna sgomberare il campo da un altro pregiudizio: visitare cimiteri non è occupazione di pochi dementi, ma una pratica comune a tutti noi.

Nessuno andando in Egitto eviterebbe la visita alle Piramidi perchè sono delle tristi tombe. Così chi gira per Micene va alla tomba di Atreo, o chi insegue le tracce di Alessandro Magno e passa per la Macedonia greca fa una deviazione per Pella e visita la sepoltura di Filippo II suo padre, se poi scende verso Atene non può non fermarsi ad ammirare il Tumulo di Maratona.

Se siete mussulmani almeno una volta nella vita andrete alla Mecca e renderete omaggio alla tomba di Maometto. In Turchia, se siete appassionati di sufismo, non mancherete di andare a Konia nel monastero dei dervisci rotanti che ospita la tomba ed i resti terreni di Jallal ad Din Rumi Mevlana, se siete comunisti di transito a Mosca non mancherete una visita al Mausoleo che conserva la mummia di Lenin, così come un passaggio a Predappio ce lo si concede sempre.

Mai stati a Cerveteri, necropoli etrusca? Non vi è mai capitato una volta a Venezia di avere avuto la curiosità di andare all’Isola di S. Michele dove, nel cimitero, è sepolto Ezra Pound? Se ci andate scoprirete che lì ci sono anche Stravinsky ed Helenio Herrera. Curioso non è vero?

E poi il panorama di Venezia dall’isolotto ha un’altra affascinante prospettiva.

E il Pantheon a Roma non è una sepoltura? E la cripta dei Cappuccini a Vienna dove si va a rendere omaggio agli Imperatori?

Se si va a Parigi si passa per Les Invalides dove è infine sepolto, dentro un sarcofago di porfido rosso fegato lucidissimo, l’inventore dei cimiteri moderni, Napoleone che con l’editto di Saint-Cloud impose la sepoltura fuori le mura delle città.

Ogni giro turistico pertanto è costellato di cimiteri e sepolture. Non potrete quindi darmi del pazzo, come fecero i miei sodali di viaggio, quando, nella torrida estate del 1981, li costrinsi ad un’estenuante caccia nella campagna intorno a Majadahonda alla ricerca del sacrario di Mota e Marin che lì non erano sepolti ma vi erano caduti durante la Guerra civile spagnola.

Ognuno di voi potrebbe raccontare cose simili, e anche Marcenaro segue una pista sua propria.

Così sembra, a detta dell’articolo in mio possesso, che tra i siti descritti da Marcenaro ci sia il cimitero parigino di Pere la Chaise dove sono sepolti i famosi tumulati a fianco degli sconosciuti. Ne parlo perché anch’io l’ho visitato e ne sono rimasto colpito. Intanto perché è il più mercificato di tutti. All’ingresso bagarini vendono la piantina del camposanto con evidenziate in legenda le sepolture rilevanti. E questo la dice lunga su come, in una città come Parigi votata anche al turismo, i morti facciano la loro parte. A Pere La Chaise due anni fa ho condotto anche mia figlia per iniziarla a questo turismo pieno di sensi e per cedere al suo desiderio di rendere omaggio alla tomba più visitata di tutte. Quella tomba che ha massificato il rito delle visite, la tomba di Jim Morrison. La lapide è stata ripulita dalle scritte e sono scomparse le bottiglie scolate, i ceri, i fiori, le bandane. La nuova sepoltura appare molto sobria e lontana mille miglia da quella immagine sballata immortalata in mille fotografie. Al Pere La Chaise è anche sepolto Oscar Wilde. Il piccolo mausoleo di oggi è stato pagato da un’ammiratrice visto che Wilde è morto indigente e non ebbe degna sepoltura. Oggi è meta di molte coppie omosessuali che si giurano eterno amore baciandosi con trasporto letterario. Il basamento della sepoltura è ricoperto da impronte di labbra (non so se lasciate con del rossetto o con della vernice).

Nel cimitero si visita anche la tomba di Marcel Proust, di Edith Piaf. Io mi sono soffermato brevemente di fronte a quella di Elena Cioran. Ed ho scoperto che lì vicino era sepolto Couvier, insigne scienziato, noto agli appassionati per aver classificato per primo il famigerato squalo tigre (il Galeocerdo Couvier appunto).

Ma se andate a Parigi non potete non visitare anche, per raffrontarlo a questo, il piccolo e defilato cimitero di Monmartre, tanto per capire come l’animo dei parigini sia più intricato e contorto di quello che lascia intendere il Pere La Chaise.

Nel libro (sembra) non ce ne sia cenno, ma imprescindibili, in questo genere di visite, sono i cimiteri militari, anch’essi fondamentali per comprendere il popolo dei caduti.

Tra gli innumerevoli visitati ne cito soltanto due che ho visto in Normandia. Uno è il cimitero dei caduti americani ad Omaha Beach e l’altro è quello dei caduti tedeschi di La Cambe sempre in Normandia.

I due sono un esempio didascalico di quanto vado dicendo e che (mi sembra) sostenga anche l’autore del “caro estinto tipografico”.

Quello americano domina la famosa spiaggia di Omaha Beach con le sue croci bianchissime e lucide, tutte allineate in campi verdissimi e curati. È sempre pieno di gente che, seppur rispettosa del luogo, lo fa apparire come una Disneyland funeraria. Lo scenario è hollywoodiano, basta affacciarsi sulla scarpata che dà verso mare e la spiaggia si apre come una lunga lingua gialla di sabbia che si perde alla vista. Sarà che uno ha nelle orecchie ancora il rombo della colonna sonora di Salvate il soldato Rayan, ma lo stomaco ha come una stretta, appena mitigata da un refolo di vento che sale dal mare.

Per arrivare al cimitero dei caduti tedeschi di “La Cambe” bisogna invece inoltrarsi all’interno, nella campagna francese, e di un bel po’. Si abbandonano tutte le folle che ingombrano vocianti le spiagge del litorale e i cimiteri alleati sulla costa e si entra in un mondo diverso. La pacificazione è istantanea.

Il parcheggio di La Cambe è semivuoto, come era rigurgitante quello di Omaha Beach. Un muro con delle rose rampicanti cinge il campo. Attraverso una cancellata di ferro battuto brunito si entra e la vista si posa su un prato verde con radi gruppi di querce. Le croci sono in gruppi di 5 (altre sono raso terra e non si vedono subito). Sono croci tozze, massicce, di pietra lavica grezza. Su ogni croce è impresso grado, nome, data di nascita e di morte e una sola indicazione per tutti “Ein deutscher soldat”, senza altre connotazioni, perché quella basta e tutto comprende. L’assoluto opposto delle scintillanti, bianchissime e slanciate croci americane tutte allineate perfettamente da qualsiasi prospettiva si osservino. Anche in questo particolare si nota la spettacolarizzazione contrapposta ad una solida, ruvida ma fedele sobrietà che trasmettono i gruppetti di croci tedesche.

Una visione rutilante e massificata la prima, lucida ed appariscente (sostanzialmente vuota), anima fedele della società individualista e omologata che si contrappone violentemente alla visione d’insieme del campo teutonico. Un’unità che si compone di piccoli manipoli, clan, cuib, comunità di solida roccia che armoniosamente si saldano gli uni agli altri. Unione di persone non spersonalizzate, sostenute dalla comunità, fuse nella Nazione. Persone che anche da morte mantengono le loro specificità, moltiplicate dalla forza del gruppo.

Il campo è vuoto e permette una visita silenziosa e raccolta da cui si originano scoperte curiose, come la croce con impresso il nome di George Bush, stranamente assonante con il nome dell’ex Presidente degli Stati Uniti.

Così anche nei cimiteri militari come in quelli civili lo spirito e lo stile di una nazione affiorano forse anche con più forza che nelle città dei vivi.

Si potrebbe continuare su questa falsariga indagando i cimiteri ebrei e mussulmani, il libro cita il vecchio cimitero ebreo di Praga (che anch’io ho visitato) al quale contrappongo quello islamico di Hammamet in Tunisia. Claustrofico il primo, con tutte quelle lapidi serrate le une alle altre e sconnesse, quanto aperto ed arioso con affaccio sul mare il secondo.

Infine le curiosità. La città dei morti al Cairo, colonizzata dai vivi che coabitano con le salme in mancanza di alloggi, o il cimitero dei Cappuccini a Palermo con la sua raccapricciante processione di scheletri e mummie.

Alla fine non c’entra niente la necrofilia o l’essere macabri, i cimiteri offrono tanti e tali motivi di curiosità e riflessione che possono essere, a buon diritto, considerati il rovescio della medaglia delle città dei vivi, non necessariamente la più oscura.

Diciamoci la verità, molte città dei nostri giorni, popolate come sono da morti viventi, ed ectoplasmi vari che credono di essere vivi solo perché si muovono, sono molto più tristi, morte e fredde dei cimiteri in cui ancora si può trovare un po’ di vita e di calore!

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