C’era una volta una fiamma…

miro renzaglia


Auguri al nuovo partito

All’esito della nuova ennesima svolta della destra-destra che, una volta per tutte, s’è rifatta il lifting, m’è venuto, quasi di getto, parafrasare una vecchia canzone di Gino Paoli, traducendola così: “C’era una volta una fiamma, che aveva una macchia nera sul muso…”. Non vi sembra appropriata al caso? E perché, no? Pensateci bene: nonostante i mille tradimenti che quella stessa fiamma ha perpetuato nel corso della sua storia, la macchia nera era sempre lì, sul muso, a dichiararne l’identità originaria… Non c’era verso di cavarsela di dosso… Le hanno provate tutte, i capi in testa che di quel simbolo si facean fieri, a smacchiarla: macché! Perfino il lavacro di Fiuggi, cittadina probabilmente scelta proprio per le virtù taumaturgiche delle sue acque, era risultato, in qualche maniera, e almeno alla base, impotente all’impresa: quella imperterrita riaffiorava, per nostalgia o per ripicca, dopo ogni lavaggio… Così, i capi in testa, hanno pensato di risolvere il problema alla radice: non si riesce a tirar via quella macchia che aleggia sulla fiamma e che sa tanto di sudiciume? Ebbene, tagliamo la testa al toro: via pure la fiamma… Detto fatto… E adesso?

simbolo-2_fondo magazineMa prima di sondare l’adesso, rifacciamo un attimo il percorso che l’adesso ha preceduto. C’era una volta una fiamma – si diceva – che nacque nell’immediato dopoguerra ultima mondiale… Pensava, la meschina, di raccogliere il consenso, pressoché plebiscitario, che il fascismo seppe conquistarsi in un ventennio, poco più o poco meno, di onorato regime, finché gli esiti di una disfatta militare ne imposero l’arresto… Di primo acchito, si pensò addirittura come organizzazione clandestina che riprendesse, al contrario, la guerra di resistenza… Sennonché, due diverse predisposizioni, fra loro avverse ma non troppo, la misero in condizione di poter rinunciare ad una tale opzione. La prima: l’amnistia che il ministro di giustizia della neonata repubblica italiana, Palmiro Togliatti, promosse ed emise per tutti i coinvolti nell’infame regime. La seconda: la concessione che il leader della neonata maggioranza governativa, Alcide De Gasperi, intese  fare agli irriducibili vetero-neo-fascisti di costituirsi in un partito che partecipasse legittimamente alle dispute democratiche… La loro, di Togliatti e De Gasperi, fu una astutissima partita a scacchi: il comunista che cercava di intercettare a suo ruolo di partito i sinceri rivoluzionari fascisti che vedevano di malocchio il restaurarsi dell’anziano pre-regimentale, e il democristiano che, intuita la mossa dell’avversario, gli dà scacco consentendo il costituirsi di una entità partitica autonoma da tenere, però, sistematicamente isolata dal reale àgone politico…

A conti fatti, ebbe di gran lunga ragione De Gasperi che non solo ottenne la neutralizzazione delle spinte rivoluzionarie dei reduci fascisti ma, dopo averli messi in frigorifero, consentì nel corso dei decenni al suo partito (la Dc) di servirsene per tutte le mosse reazionarie che gliene invalse: dall’elezione di un presidente della repubblica, unico dimissionario per sospetta flagranza di reato, a un abortito (per fortuna…) referendum abrogativo della legge sul divorzio: tanto per dire due delle battaglie di retroguardia parlamentare che videro protagonista la fiamma.

Salterò, per brevità di saggio,  le infinite cadute nel vortice sempre più chino della reazione pura di cui si fece alfiere il Msi limitandomi ad alcuni cenni: dall’abbraccio con il patto atlantico all’improvvida spedizione picchiatora all’Università di Roma, nel ’68; dalla richiesta della pena di morte (“doppia” per i terroristi neri) all’alleanza con gli ectoplasma monarchici; dal servaggio continuato nei confronti della Confindustria alla comunella con apparati di servizio e/o massonici, fino all’appoggio a governi di chiara marca conservatrice come quelli di Zoli, Segni II e, addirittura in solitaria, Tambroni. Il quale ultimo, in contropartita al voto esterno di fiducia missino, gli concesse di suicidarsi andando ad organizzare il suo congresso del 1960 in una città, Genova, che gliela fece pagare cara, sia a Tambroni che agli avventurieri congressisti…

simbolo3_fondo-magazineSeguirono poi, di lì a poco, i famigerati anni ’70. E qui venne bene alla luce tutta la doppiezza del partito fiammista: bisognava, in nome di un anticomunismo viscerale, che con il fascismo storico aveva ben poco a che fare ma che aveva e ha molto da spartire con le istanze reazionarie della destra-destra, contendere le piazze ai rossi. Sennonché, era preferibile, eventualmente, che a lasciarci la pelle, durante la contesa, fosse un nero… Se, disgraziatamente, la vittima era rossa, meglio prendere le distanze dagli autori materiali del delitto. E ciò, prima ancora che uno straccio di magistratura facesse il suo dovere… L’Almirante sempre con la bara della vittima neofascista in spalla, fa l’esatto contraltare al rivendicatore – come dicevo sopra – della doppia pena di morte per il colpevole fascista… E quale migliore metafora di questa doppiezza non fu il fatidico doppiopetto? Una doppiezza talmente ben simulata che sia gli avversari che i militanti missini pensavano fosse l’astutissima paraculata di mimetizzare l’anima (golpista o rivoluzionaria, a seconda dei punti di vista) con il bel capo d’abbigliamento che pretendeva rendere borghesemente presentabili gli impresentabili in camicia nera… Sbagliavano entrambi, antifascisti e neo-fascisti: sotto il doppiopetto c’era davvero l’anima conservatrice, bigotta, reazionaria e questurina che la destra-destra è sempre stata e sempre sarà… Non a caso, l’avvio della strategia del doppiopetto, nacque all’indomani dell’ultimo soprassalto di rivolta nazionale, sebbene localizzata nel ridotto di Reggio Calabria, sostenuta dai “boia chi molla” del sindacalista Cisnal Ciccio Franco… Sempre non a caso, infatti, alle successive elezioni politiche del 1972, le liste furono imbottite da altissime sfere dei servizi segreti, più o meno deviati, e da appartenenti alla Forze dell’Ordine, come Vito Miceli e Giuseppe Santovito. Come voler dire, “guardate che a Reggio abbiamo scherzato: noi siamo davvero il partito dell’ordine e della disciplina…”. E, a sigillo della chiarezza, sempre nel 1972, nel logo del partito comparirà per la prima volta la dicitura “Destra Nazionale”.

Insanguinati ben bene gli anni ’70 che furono, sui quali è stato talmente tanto scritto che incorre sorvolare, il decennio successivo fu trascorso un po’ pigramente sui richiami ad una svolta presidenzialista della Repubblica. A fronte di un inaudito scatto di orgoglio nazionale che indusse, nel 1985, il Comitato centrale del Msi ad approvare su mozione di quel vero galantuomo che fu Beppe Niccolai un ordine del giorno di sostegno al Governo Craxi per l’affaire Sigonella,  va fortemente segnalato il passaggio definitivo dalla ideologia sociale a quella liberal liberista, emblematizzata con il voto in parlamento a favore della liberalizzazione del mercato televisivo che, di lì a poco, avrebbe fatto registrare l’irresistibile ascesa, prima mediatica e poi politica, di Silvio Berlusconi… Cosa, invero, che dovette risultare assai poco gradita al suo elettorato, al punto che alle elezioni politiche del 1987, il Msi subì un fortissimo ridimensionamento… Ma la via era ormai tracciata e, da quella via, gli epigoni di Almirante, morto nel 1988, Fini in testa e a seguire i famosi colonnelli (tranne un brevissimo interregno dell’eterno secondo, Pino Rauti, che per un pelo non riuscì ad azzerarne del tutto l’elettorato…), non si sarebbero più scostati.

Pur tuttavia, la strategia del doppiopetto, fu perseverata negli anni ’90 e a seguire. Ad un percorso di progressivo appiattimento politico sugli standard ultra-liberisti, filo-americani, neo-guelfi, vetero-testamentari, si continuò per un certo periodo ad inviare messaggi di uno pseudo-identitarismo di bassissima lega e di ancor più evidente inconsistenza, come il richiamo ad un assai improbabile “fascismo del 2000″, la commemorazione del settantesimo anniversario della “Marcia su Roma” (1992) o l’elezione in parlamento della nipote omonima del duce.  Povere cose, insomma, ma comunque valide a mantenere il legame con il sentimento diffuso della base: la famosa “macchia nera sul muso”… Sennonché, gli anni ’90, come conseguenza diretta dell’implosione della ex Unione sovietica e della fine della contrapposizione internazionale dei blocchi Est-Ovest, maturarono il crollo dei vecchi partiti politici italiani: uno dopo l’altro furono messi in liquidazione dalla tempesta giudiziaria di “mani pulite”. Il che liberò dal rigido vincolo di appartenenza anticomunista l’elettorato della destra democristiana che aveva fin lì votato scudo crociato, pur “tappandosi il naso” per il fetore. Tant’è che alle amministrative comunali del 1993, Fini a Roma e Alessandra Mussolini a Napoli sfiorarono la fino ad allora impensabile elezione alla carica di primo cittadino dei due capoluoghi.

simbolo4_fondo-magazineIntuito il qual buon vento e senza che niente e nessuno glielo imponesse, stante la sua estraneità ai fatti di tangentopoli che indussero – come si diceva – gran parte dei partiti dell’arco costituzionale a sciogliersi o a farsi il lifting, nel 1994 arrivò la svolta di Fiuggi e la nascita di An… Più che di una svolta, per la verità, si trattava della ennesima fuga in avanti verso il definitivo abbandono e successiva negazione della matrice fascista: per la prima volta il partito diceva di riconoscersi nei valori dell’antifascismo democratico. Per di più, al posto di Mussolini “più grande statista italiano”, furono eletti Giolitti e De Gasperi; al posto di Gentile (per non dire Evola…) furono indicativamente privilegiate le letture di Popper; ripudiata la socializzazione delle imprese, fu sposato il liberissimo mercato e via così, di sostituzione in destituzione… La fiamma, pur tuttavia, sebbene ridimensionata nel logo, continuava ad ardere. Nel contempo, due fatti determinarono le fortune del nuovo soggetto politico: la scesa in campo del cavaliere e, soprattutto, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario… Era chiaro che il nuovo sistema avrebbe rimesso in gioco democratico un partito, An che, bene o male, continuava a contare una percentuale determinante per la eventuale vittoria di uno schieramento di centro-destra… Tanto chiaro che ancora prima di ufficializzare la sua scesa in campo, Silvio Berlusconi si premurò, sebbene in forma privata, di sdoganare il vecchio Msi… Era così chiaro che, però, incredibilmente, An decise di votargli contro nel referendum che lo approvò… Per sua esclusiva fortuna, però, il maggioritario entrò in vigore… Evviva, evviva: nelle elezioni del 1994, che si tennero con il nuovo sistema, la coalizione di centro-destra che comprendeva Forza Italia, Lega Nord e, appunto, Alleanza Nazionale vinse e sbarcò a Palazzo Chigi…

Evviva, evviva? Ma evviva di che? Persino il doppiogiochista-doppiopettista Almirante, forse memore del proverbio della volpe che non potendo arrivare all’uva diceva che era acerba, ebbe a sostenere: «Che ci andiamo a fare al governo se poi non possiamo fare la nostra politica?». Ora, quale politica alternativa intendesse non è del tutto chiaro, stante le risultanze di un’azione che di alternativo e rivoluzionario nei decenni della sua gestione di partito non ha espresso niente ma, pur tuttavia, così disse. La domanda, quindi, andrebbe girata ai suoi epigoni, finalmente entrati nei ministeri: cosa avete prodotto di “alternativo” ad un sistema che a chiacchiere dicevate di voler non dico disintegrare ma almeno riformare in senso “sociale”?

simbolo5_fondo-magazineDa lì in poi, la storia delle fughe in avanti, fino al definitivo strappo di un partito che, per voce del suo leader, si dichiarerà apertamente antifascista, è talmente nota e recente che non occorre aggiungere molto altro che questo: l’equivoco è finito. L’equivoco di una destra fascista è finalmente sciolto: la destra sposò sin dalle origini il fascismo per convenienza ma, ogni volta che ha potuto, l’ha puntualmente tradito continuando, però, a fingere di amarlo per mero interesse di patrimonio elettorale …Per mero interesse di bottega, la destra-destra ha sopportato quella “macchia nera sul muso” rappresentata dal sentimento di una base, militante ed elettorale,  che ha sempre accettato tutto in nome di una presunta doppiogiochezza imposta dalle regole democratiche.  Ora, è finalmente chiaro che sotto il doppiopetto non batteva un cuore nero che aspettava l’occasione per ricominciare a battere… Chi continuerà ad illudersi non ha più alibi… La fiamma si è spenta? Nessun rimpianto, nessuna nostalgia e, soprattutto, niente lacrime…

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