Anarchia: unica via…

Adriano Scianca

«Io sono un anticristo/Sono un anarchico/Non so quello che voglio/Ma so come ottenerlo». Era il 1977 e Johnny Rotten, insieme agli altri pazzi dei Sex Pistols, auspicava con la sua voce distorta e sguaiata l’avvento dell’anarchia nel Regno Unito. Una provocazione mediatica, non un programma politico. La stessa candida ammissione di confusione ideologica («Don’t know what I want /But I know how to get it») la dice lunga su quanto i re del punk inglese si prendessero sul serio. Non che la ribellione generazionale fosse poco sentita, intendiamoci. Ma, insomma, Bakunin è un’altra cosa.

Abbiamo detto ribellione generazionale, appunto. Perché in fondo, chi non è un po’ anarchico tra i 14 e i 25 anni, cosa potrà mai diventare a 40? Pur senza voler arrivare a citare Freud e l’uccisione rituale del padre, diciamo che è comunque assolutamente lampante che senza contestazione dell’autorità costituita non c’è gioventù autentica. Ed è anzi chiaro che il senso specifico delle nuove generazioni è in ogni società legato ad istanze di rinnovamento che di volta in volta possono contrapporsi allo stato di cose esistente con modalità più o meno esuberanti. Non solo non c’è nulla di male, ma va anzi bene così.

bakunin_fondo-magazineIl problema semmai sono gli altri, gli adulti, i rappresentanti dell’autorità, che di rapportarsi in modo sano e costruttivo alle varie ondate contestatarie spesso non ci pensano proprio, facendo errori che, in determinate circostanze storiche, possono dar luogo a spirali distruttive poi difficilmente controllabili. Quando i giovani sono in fermento, infatti, la società sembra dividersi fra chi punta sic et simpliciter alla “repressione” e chi, più subdolamente (e più pericolosamente) cerca di strumentalizzare la protesta, soffiando irresponsabilmente su un fuoco che non sempre è in grado di dominare. E’ di questi giorni, per quanto riguarda il primo caso, l’uscita del ministro Brunetta sugli studenti “guerriglieri”, poi corretta così: «Mi sono sbagliato, questi non hanno la dignità dei guerriglieri, che sono una cosa seria, sono quattro ragazzotti in cerca di sensazioni più o meno violente». Il ministro dice alcune cose vere, quando ad esempio parla dell’Onda – o quel che ne resta – come di un movimento rumoroso ma non rappresentativo, ricordando lo scacco alle elezioni universitarie, ma sbaglia nello scegliere la via del muro contro muro. E questo, sia chiaro, viene detto senza alcuna particolare simpatia nei confronti dell’inacidito e fossilizzato “movimento studentesco”, che ha abbandonato ogni slancio di vitalità per gettarsi fra le braccia di politici e sindacalisti. L’Onda è morta, e i fuochi fatui che aleggiano sul suo cadavere ricordano paurosamente stagioni che credevamo sepolte. Eppure, nonostante questo, gli inviti alla repressione lasciano il tempo che trovano.

Lascia il tempo che trova, in effetti, ogni lettura del mondo contemporaneo che si rifiuti di ascoltare le esigenze – per quanto distorte, strumentalizzate e magari minoritarie – delle giovani generazioni. Il vecchietto che sbraita alla finestra gridando “drogati andate a lavorare” alla prima comitiva di ventenni che passa sotto la sua abitazione ha sempre torto. Sempre. E non perché i giovani abbiano viceversa sempre ragione (capita persino che talvolta si droghino e effettivamente non abbiano molta voglia di lavorare), ma perché l’atteggiamento reattivo è sempre perdente. Una società che “reagisce” è spacciata, una società che “agisce” ha un futuro.

Il vero pericolo per le nuove generazioni, tuttavia, non è tanto rappresentato da chi non si sforza di comprenderne le esigenze quanto da chi le cavalca per bieco interesse di parte, fomentando odii che non possono generare nulla di buono. Qualche decennio fa ci siamo passati. Era l’epoca dei “cattivi maestri”, quelli che iniziavano, da baroni e intellettuali affermati, cantando le lodi della rivoluzione e finivano nelle ville di Fregene a brindare con un figlio di papà che aveva arso vivo un ragazzino di 4 anni e suo fratello maggiore. E’ successo anche questo (e sorvoliamo sui nomi per carità di patria). E quando oggi sento Ascanio Celestini bacchettare Andrea Rivera che sia pur paternalisticamente aveva teso la mano al Blocco Studentesco, affermando che ciò equivarrebbe a stringere la mano alla criminalità organizzata, un brivido mi corre lungo la schiena. Perché nel suono terribilmente demagogico e irresponsabilmente piromane di certi discorsi si ascolta di nuovo l’eco di quei brindisi agghiaccianti consumati sulla spiaggia di Fregene.

Ma veniamo a cose più vicine all’attualità. Capita, ad esempio, che oggi e domani si tenga a Jesi la terza sezione straordinaria del 26esimo congresso della Federazione anarchica italiana. Dandone notizia l’Espresso, in un articolo intitolato pittorescamente “Giovane è l’anarchia”, ci parla di un mondo che raccoglie almeno 10mila militanti e che a Jesi discuterà aspettando l’onda. «Non quella degli studenti – precisa l’articolista, il già iperlegalitario e sodale di Travaglio, Peter Gomez – che appare più impegnata a preparare gli esami. L’onda perfetta, quella che gli anarchici italiani sognano di cavalcare, dovrebbe arrivare dalla Grecia, dove i manifestanti hanno attaccato una chiesa e molti negozi, hanno bruciato l’albero di Natale di Atene e scritto su ogni muro “No control”, nessun controllo».

Ora, beninteso: gli anarchici italiani si riuniscano quanto vogliono. Peraltro l’anarchismo, come attitudine esistenziale se non come ideologia, suscita pure una certa simpatia. In Italia anarchico fu il giovane Berto Ricci, almeno per buona parte degli anni ’20. Esponenti dell’anarchismo come Gioda, Malusardi, Rygier e Rocca passarono in totale continuità di pensiero da Bakunin a Mussolini, attraversando il fuoco sacro interventista. E Robert Brasillach, ricordando gli anni della gioventù, potrà scrivere: «Sospetto che fossimo prima di ogni altra cosa anarchici per temperamento, leggevamo altrettanto volentieri Le Canard Enchainé e l’Action Française». Evola e Jünger, del resto, hanno delineato rispettivamente le figure dell'”anarchico di destra” e dell'”anarca”, con accenti certo lontani dall’anarchismo classico ma con terminologie e tematiche comunque rivelatrici.

Quello che grida vendetta è piuttosto il tono compiaciuto, sereno, vagamente simpatetico con cui ambienti che, come abbiamo letto, sognano di assaltare chiese e negozi, vengono descritti in una rivista che, insieme al quotidiano gemello Repubblica, non cessa di alimentare un antifascismo moralistico, isterico e paranoico, lanciando facili capri espiatori, fra l’altro, proprio a quei “10mila militanti libertari”. E questa idea della schedatura, della denuncia, del reportage allucinato e allarmato da una parte (questa settimana già tre articoli in tema sulle colonne di Repubblica) e del tono incuriosito, accondiscendente, dall’altra. Da una parte sempre e comunque i “picchiatori”, dall’altra figure romantiche uscite da un testo di De André. Eppure sempre di ragazzi si parla. Idealisti e confusi, irrequieti e un po’ anarcoidi da entrambi i lati della barricata. Forze vive che una società sana dovrebbe integrare senza snaturare, rigenerandosi negli stimoli di rinnovamento che da esse provengono. Energie vitali rispetto alle quali non si sente il bisogno di “cattivi maestri” che dividano, istighino, fomentino, creino inclusioni ed esclusioni, lanciano il sasso e nascondono la penna.

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