ACAB

Mario Grossi

Quando nel notturno zapping televisivo, l’avevo intercettato nella trasmissione della Dandini, ne ero rimasto incuriosito. L’autore mollemente seduto su un sofà si stava facendo intervistare dalla presentatrice che chiedeva conto, con domande in realtà un po’ banali, del libro che, pubblicato nel gennaio 2009, aveva avuto immediata risonanza. L’autore risponde al nome di Carlo Bonini ed il libro, edito da Einaudi, ha per titolo ACAB All Cops Are Bastards, tutti i poliziotti sono dei bastardi. Romanzo non romanzo sui celerini. Per farvela breve l’ho acquistato e terminato in poche ore. Una rapida lettura frutto della curiosità, andata però rapidamente delusa. Il libro è asciutto e vibrante nella prosa dell’autore, giornalista di Repubblica, e questo non so dire se si tratta di un pregio o di un difetto. Sta di fatto che permette una lettura asciutta e vibrante, tanto che, quando sei arrivato in fondo, a causa dell’asciuttezza, sei assetato e a causa della vibrazione ti senti un poco tremulo. Peccato che il tremore sia dovuto ad una sottile rabbia che cova di pagina in pagina e che non trova soluzione se non nella delusione complessiva. Già la citazione iniziale è di quelle che ti fanno esclamare un sonoro “che palle!”. Si comincia infatti con la classica, abusata e francamente non condivisibile litania di Pasolini: «… Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo con i poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri…» e vi risparmio il resto perché conosciuto da tutti. Ma andiamo con ordine per raccontare questo romanzo non romanzo che fin dall’inizio puzza di stantio, o meglio muove i suoi passi da un vintage che può interessare solo i radical-chic che credono di scoprire l’acqua calda solo perché vanno a raccattare dalle bancarelle del passato, più o meno recente, brandelli di cose che furono e tentano con il loro sociologismo di attualizzarle. Il titolo è una citazione da una canzone dei 4-Skins:

Hangin’ around with my mates one night
We got in a little fight
Geezer c
ome with a Knife in his fist
I got cut along with the wrist said
A.C.A.B.
All Cops Are Bastards

«Poliziotti bastardi. Guardie infami. Sbirri di merda. Non era sublime poter dire tutto questo con una parola sola? Con un solo schizzo di odio o di vernice nera su un muro? Acab».

acab_fondo-magazineUn romanzo non romanzo, in quanto il libro racconta fatti realmente accaduti e personaggi reali, che vengono avvolti nella loro realtà dal paludamento romanzesco. Espediente deresponsabilizzante per l’autore che tenendo i piedi in due staffe, il romanzo di fantasia ed il reportage giornalistico, riesce sempre a cavarsela. Nel senso che i fatti reali sono frammisti a descrizioni e dialoghi di pura finzione che vengono accolti dal lettore come veri, proprio perché su di loro si stende l’ombra dei primi. La storia parte da tre personaggi reali Michelangelo, Drago e lo Sciatto. Il primo è quel Michelangelo Fournier, vice questore della Polizia di Stato, assurto alla gloria per i fatti del G8 di Genova e per, è una sua definizione, “la macelleria messicana” della scuola Armando Diaz della notte del 21 luglio 2001, fatti che nel libro vengono ricordati con un elenco estenuante di referti medici letti in aula durante il processo. Drago e lo Sciatto sono due celerini che a quello sgombero parteciparono e che nel corso degli episodi del libro partecipano ad altri scontri che negli ultimi anni si sono susseguiti qua e là in varie parti d’Italia. Attraverso le loro esperienze, l’autore fotografa una situazione per sostenere in sostanza che i celerini esistono e che, per poter esistere, non possono far altro che quello che fanno. E per fare quello che fanno devono necessariamente abbeverarsi alla stessa fonte cui attingono i loro avversari. La fonte dell’odio.

«Quando alcune centinaia di ultras o di autonomi sono schierati a cinquanta metri da te con spranghe, catene, bombe carta e coltelli, io ritengo opportuno fargli così tanto schifo e paura che non devono pensaredi poterci attaccare senza lasciarci le ossa! L’Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino». Passano così in rassegna, dopo gli scontri del G8, le retate delle prostitute, gli scontri fuori dagli stadi, i raid impuniti contro i romeni, la rivolta al CPT di Ponte Galeria, gli scontri provocati a Pianura durante la sommossa contro l’apertura della discarica nei giorni dell’emergenza immondizia, fino all’assalto della caserma di via Guido Reni a Roma, durante la notte di rivolta in cui tifosi laziali, romanisti e teste calde di altre parti d’Italia, scatenarono una guerriglia urbana dopo l’uccisione di Gabriele Sandri da parte dell’agente Spaccarotella nella stazione di servizio di Fabro.

Tra skin, ultrà, Teste Matte, Bisl, tifo, camorra, rivolta, i fatti si susseguono con una continuità artificiosa per sostenere in sostanza tre cose. La prima, che per stare in strada bisogna accettare le regole della strada, magari i celerini le subiscono ma le devono praticare per sopravvivere e per permettere agli onesti cittadini di essere difesi da questi scoppi di violenza perpetrati dalle frange lunatiche che li commettono. La legge della strada è dura, ma ci dice l’autore, è ipocrita far finta che i celerini non siano una faccia di questa sporca medaglia. La seconda, che i celerini, lo vogliamo o no, reagiscono alla stessa legge degli altri gruppi che fronteggiano. Sono anche loro un branco, con le loro solidarietà, i loro miti, i loro odi, le loro paure. Affondano la loro mitologia e i loro comportamenti in quel “Fascismo” che informa anche i loro oppositori. La terza, che questi gruppi di facinorosi sia che si vestano dei panni dei tifosi, sia che si vestano dei panni dei vendicatori nazionali quando attaccano i romeni, sia che si facciano assoldare dai capibastone della camorra sono sempre e soltanto dei “fascisti”, che pensano come “fascisti”, che si comportano come “fascisti”, che rispondono a logiche di branco tipiche del pensar “fascista”.

In questa tesi soggiacente sta tutta la vera ipocrisia dell’autore che rispolvera tutti i tic intellettualistici dei radical-chic per descrivere una situazione assai più sfuggente di quella che tenta semplicisticamente di descrivere. Così come in un gioco di guardie e ladri mal riuscito ci vengono propinati tutti gli stereotipi del caso. Gli autori di questi scontri sono solo dei lunatici che si appropriano di mitologie fasciste mal digerite, dal pensiero debole ultradestro che trova terreno fertile in tutta quella broda rivoltosa che sfiora, non sempre borderline, la delinquenza comune e quella organizzata. Ci mancava solo un richiamo alla P2 ed alla stagione dello stragismo per completare l’opera. La violenza, le rivolte sconsiderate prive di pensiero sono sempre attribuite ad un tipo d’uomo che guarda caso veste di nero, che sia un giubbotto di pelle o una T-shirt inneggiante alle Teste Matte poco importa, che ha il corpo tatuato da truci emblemi del passato (tra romanità e paganesimo nordico), con la testa rasata e i muscoli scintillanti, che usa più il coltello e la spranga che la testa. Che cosa c’entri tutto questo con il “fascismo” non è dato capire, bisogna recepirlo così come ci viene sciroppato, filtrato attraverso le lenti oblique del pregiudizio. A questa stessa logica corrisponde la reazione del celerino che, pur coattamente, vive delle stesse pulsioni, come è ben descritto nell’unico capitolo vero e veramente pulsante di tutta questa poltiglia. Quel capitolo in cui vengono trascritte le mail prese dalla chat “Doppia vela” che la Polizia di Stato mette a disposizione dei suoi agenti per permettergli di scambiarsi informazioni, umori, messaggi. Come in questa mail di tal F. da Roma «Il reparto è un credo, una fede, per il quale sei disposto a sacrificare la tua vita. Per difendere il collega al tuo fianco, e tutta la squadra. Il reparto è odore di lacrimogeni misto a saliva, sangue, fango, odore di terra bagnata e asfalto umido. Il reparto è sensazione di onnipotenza, incoscienza, virilità, paura. L’attesa dell’intervento…della carica. Fermi… dietro gli scudi….Via… carica… lo scontro diventa fisico. Un turbinio di emozioni ti pervade. Colpi dati, colpi presi. Non senti più nulla, ormai. Perché tale è l’istinto del guerriero che contraddistingue il celerino dal resto». O come in questa risposta di E. da Padova «La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “uno a zero” dimostra di essere intelligente? No. Ma come si dice a Roma ‘sti cazzi! Hanno messo a ferro e a fuoco una città, rischiando di farci fare una figura di merda a livello internazionale, provocando danni, feriti, spese enormi e si preoccupano della frase di una telefonista? Non mi vergogno per quello che ha detto. Mi vergogno perché oggi la madre di un teppista imbecille, dimostrando una mancanza di scrupoli e un cinismo degni di una Kapò, è riuscita a farsi eleggere senatrice della repubblica; perché un partito italiano ha fatto intitolare un’aula all’imbecille! Non voglio i soldi di questi politici. Non voglio i soldi di questo governo (e da un altro come questo). A difendermi ci penso da me, con l’aiuto di Dio e dei fratelli celerini, che mi stanno accanto e non mi tradiscono nel momento del bisogno».

In fondo il libro tende ad una completa autoassoluzione per gli ambienti da cui proviene l’autore, che hanno tutto l’interesse a dare di questi episodi e di chi ci si trova immerso una lettura manichea e univoca. Da una parte i “brutti, sporchi e cattivi” scarafaggi neri che talvolta escono dalle loro fogne per inquinare la tranquilla e pulita aria che si respira alla luce del sole, dall’altra i paladini della legalità e della legge che, loro malgrado, devono anche loro trasformarsi in “brutti, sporchi e cattivi” scarafaggi neri, sacrificando le loro vite, battendo la strada a mò di prostitute per permettere a tutti noi di dormire sonni tranquilli. Sulla strada si contendono il marciapiede oscure puttane contrapposte che si vendono ai loro padroni. Quello stesso marciapiede che viene saltuariamente frequentato dai borghesi politically correct che voltano la faccia dall’altra parte di giorno ma che talvolta lo bazzicano di notte per cercare quell’amore clandestino a pagamento che nei loro salotti deplorano. Così di tutto questo libro non ci rimane che un capitolo in cui, fuori dai denti, si riescono a percepire senza filtri  gli umori dei celerini, ed il titolo che testualmente riporta ACAB All Cops Are Bastards. Insider bastardi necessari, contro outsider bastardi inutili, in fondo solo dei “fascisti” immersi in un mondo intoccabile tutto loro. Tutti a fare marchette sul marciapiede. L’autore ce li mostra attraverso il suo binocolo lontano deprecandoli. Poi a sera magari, anche lui, con il favore delle tenebre…. come in quella canzone di Guccini in cui il protagonista ci ricorda «non ho rapporti con i proletari… soltanto a tarda notte lungo i viali…».

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