Who killed Nancy?

«Sono stato innamorato solamente di una bottiglia e di uno specchio». Non esattamente un bravo ragazzo, Sid Vicious [nella foto a destra]. Non puoi, del resto, entrare nella storia della musica dopo essere morto a ventuno anni, praticamente senza saper suonare, se sei anche un bravo ragazzo. Il regista Alan Parker, tuttavia, sembra convinto che Sid – all’anagrafe John Simon Ritchie, noto ai più per essere stato il bassista dei Sex Pistols – non fosse neanche così cattivo. Non tanto, almeno, da aver ucciso, come vogliono leggende e voci di corridoio, la sua ragazza, Nancy Spungen, con la quale il musicista condivideva una fatale passione per l’eroina.vicious-sid_fondo magazine Il regista di Evita e The Commitments lancerà infatti nelle sale a febbraio “Who killed Nancy?”, documentario sulla scomparsa della ragazza morta dissanguata dopo essere stata accoltellata il 12 ottobre 1978, nel Chelsea Hotel a New York. Il film esce in occasione del trentennale della morte di Vicious, avvenuta per sospetta overdose mentre il ventunenne era in attesa del processo per omicidio. Per realizzare la pellicola, Parker ha raccolto qualcosa come 182 interviste e ha riesaminato il materiale d’archivio del New York Police Department. Il documentario tende ad assolvere il bassista della punk band dall’accusa di omicidio, puntando sul fatto che Nancy era probbilmente prova di sensi quando fu uccisa, che nella stanza d’hotel dove avvenne il delitto c’erano le impronte di altre sei persone non interrogate, che i soldi della coppia non furono più trovati. Insomma: pazzo, sbandato, tossico sì. Assassino no.

L’interesse per il caso giudiziario in sé, tuttavia, appare in fondo limitato: vittima e presunto carnefice sono morti da trent’anni e, come detto, nessuno dei due aveva una qualche particolare reputazione da difendere. Nel frattempo anche i Sex Pistols sono morti, come testimoniano involontariamente le stesse, nostalgiche e ostentatamente commerciali reunion del 1996, 2002 e 2003. Jonny Rotten, il leader della band, non ha fatto mistero di voler continuare a interpretare il suo ruolo solo per soldi, non facendosi problemi nemmeno a comparire in uno spot televisivo che promuove Country Life, una nota marca di burro inglese. Eppure decenni prima aveva dichiarato: «Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo».

Ma in fondo la parabola ha una sua logica. I Sex Pistols non hanno mai finto. Nemmeno di essere veri. Non c’è impegno, non c’è coerenza, c’è solo rabbia e schifo: per il “sistema”, per l’industria musicale, per il pubblico, per se stessi. Il purismo di chi distingue “autentico” e “commerciale” non è mai appartenuto a Rotten e compagni. Che, non a caso, nascono nel cuore stesso del marketing. E’ intorno ad un negozio di abiti di tendenza che, non a caso, si forma il gruppo. La boutique di culto si chiama “Let it Rock”, nome poi cambiato in un beffardamente profetico “Too Fast To Live, Too Young To Die” e infine divenuto “Sex”, da cui il nome della band. Deus ex machina del negozio che detta le leggi del look trasgressivo londinese è Malcom McLaren, figura controversa di agitatore di tendenze nato nelle factory situazioniste di Andy Wahrol. «McLaren, figlio della media borghesia inglese cresciuto nel mito del rock’n roll ribelle, era entrato in contatto durante gli anni caldi della contestazione  con il gruppo situazionista King Mob, una banda che nel suo momento migliore arrivò a contare una sessantina tra sofisticati artisti e intellettuali e feroci skinhead. Con lui c’erano anche Jamie Reid, il grafico delle copertine dei Sex Pistols di allora […] e la stilista Vivienne Westwood […]. McLaren spingeva i Sex Pistols a insultare il pubblico e a cercare la rissa nei concerti. Li piazzò in un talk show televisivo dove presero a male parole il presentatore. Non perdette un’occasione per sfruttare l’effetto shock, amplificato a dismisura dai famigerati tabloid inglesi e dalla televisione» (Alberto Piccinini, ‘Demolire la quarta parete del rock’, in Guy Debord, Giancfranco Sanguinetti, I situazionisti e la loro storia, Manifestolibri 1999).

httpv://it.youtube.com/watch?v=Gvi5jy3dRZM
(Alan Parker, Who killed Nancy?)

Un genio del male, insomma? I SexPistols come una boy band ante litteram, scelti e pilotati ad uso e consumo dell’effetto mediatico? Per quanto lo stesso McLaren abbia a posteriori narcisisticamente alimentato questa versione dei fatti, è probabile che la nascita del gruppo non sia solamente il frutto di una scelta presa a tavolino da manager senza scrupoli. E’ tuttavia vero che il successo della band fu in larga parte dovuto a provocazioni mediatiche sempre al limite tra contestazione della società dello spettacolo e sfruttamento dei suoi stessi meccanismi. Il 6 novembre 1975, nel primo concerto del gruppo John Lydon (alias Jonny Rotten) sfoggia una maglietta dei Pink Floyd con su scritto a pennarello “I hate”. “Odio i Pink Floyd”. Subito una provocazione al vetriolo, che prende di mira i mostri sacri del rock psichedelico, troppo sofisticati per la cruda sensibilità rabbiosa delle “pistole sessuali”. Seguiranno messaggi sempre più controversi, politicamente ondeggianti fra estremi inconciliabili perché in fondo puntati solo a dare cazzotti nello stomaco: dalla t-shirt “anarchy”, con ritratto di Marx accluso, alla maglia “destroy”, ornata da una ingombrante svastica.

httpv://it.youtube.com/watch?v=_Tv3z7cYE-k
(Sex Pistols, The Filth And The Fury)

E qui entra in scena spingendo Sid Vicious. Sì, spingendo, come si fa nei concerti per darsi la carica. Prima di lui, però, non si faceva. Perché se a suonare non era un granché, il giovane Sid ha per lo meno il merito di aver inventato il “pogo”. Presto divenuto fan numero uno della band grazie anche all’esuberanza sotto palco, il giovane scapigliato – come pettinatura e come indole – viene preso come bassista quasi solo in virtù del suo look. Il punk non l’ha inventato Sid Vicious, non l’hanno inventato nemmeno i Sex Pistols. Eppure nulla è più punk del ghigno schifato di questo sex-pistols_fondo-magazinemusicista dilettante ed eroinomane. La musica lo ricorderà in eterno per la sua cover dissacrante di My Way, di Franck Sinatra, e praticamente per null’altro.

Morte e look, sofferenza e apparenza, mass media e tragedia, provocazione e compromesso. Il punk ne è intriso, in un nodo insolubile di verità e finzione. I Sex Pistols non erano veri, non erano falsi, viaggiavano al di là delle categorie puritane. Il che rende patetici gli ultimi nostalgici convinti che “punk” sia un significante cui ancora oggi corrisponde un significato reale di contestazione, di ribellione, di vitalità. In Italia un Marco Philopat continua a custodire gelosamente l’eredità incorrotta di quello che ritiene essere un universo di simboli chiuso, coerente, schierato (a sinistra, ovviamente) e tuttora vivo e vegeto. Ma anche per la strada ti capita ogni tanto di incontrare ragazzini con la cresta, le “A” cerchiate e le spille da balia alle orecchie. Ingenui spunti di ribellione che si nutrono di suggestioni che oggi fan quasi tenerezza. La rivolta come brand. Il che non è nemmeno un problema. Finché non finisci per crederci.

Adriano Scianca

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