Mussolini narratore

“Claudia Particella ovvero l’amante del Cardinale”. Non si tratta di una commedia sexy all’italiana, anni ’70, anche se il titolo lo farebbe pensare, ma di un  romanzo anticlericale a sfondo erotico scritto da un giovanissimo Benito Mussolini.

“Tra il 1910 e il 1911 il futuro duce è esule a Trento, dopo aver scontato 15 giorni di carcere in Svizzera per aver minacciato di spaccare la testa a un capo cantiere che in veste di crumiro costringeva gli operai a lavorare senza la benché minima misura di sicurezza. Era quindi fuggito nell’allora cittadina austriaca  per dirigere il segretariato della Camera del Lavoro e “L’Avvenire del Lavoratore”, organo della Camera stessa. Cesare Battisti accortosi della penna sagace dell’esule lo invita a collaborare al giornale che dirige, “il Popolo”, assumendolo come redattore capo. Inizia sul foglio irredentista, la storia a puntate di Claudia Particella e del suo cardinale. Il romanzo, oltre che erotico, per quanto potesse esserlo allora, è anche storico. Lui, il cardinale, non è altro che Carlo Emanuele Madruzzo, rampollo di una dinastia di vescovi-principi. Nel 1648, riuscì ad ottenere il riconoscimento di uno speciale stato di autonomia per il Trentino. Follemente innamorato della figlia di un suo consigliere, Claudia Particella, il cardinale chiede al papa una dispensa per poter convolare a nozze. Quando papa Alessandro VI nega l’autorizzazione, il Madruzzo gli appioppa un leggendario schiaffone.”

L’ impeto e il carisma del  personaggio affascinarono inevitabilmente Mussolini. Ma se per il concittadino illustre provava sincera ammirazione, molto diverso era l’atteggiamento che aveva nei confronti della città.  Infatti per “il vero eretico”, (pseudonimo usato da Mussolini), Trento era troppo clericale. A inasprire i rapporti fra la città e il giornalista de “il Popolo”, pesò anche la profonda lamante-del-cardinale_-fondo-magazineavversione  che aveva per il leader dei cattolici: Alcide De Gasperi, apostrofato da Mussolini, “pennivendolo”, “uomo senza coraggio”, “un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe“.

Colui che sarebbe diventato “l’uomo della Provvidenza”, dimostrando di avere ben imparato la lezione di Rostand,decide di indirizzare le sue stoccate, verso quello che da sempre è stato il nervo scoperto del potere spirituale: il sesso.

Leggiamo nel romanzo:

«Don Benizio accompagnò i colleghi fin sulla porta.(…)Mentre si svestiva per andare a dormire, pensieri di vendetta, di conquista,di godimento gli turbavano il cervello. A domani!  A domani! diceva tra sé… La pecorella non può sfuggirmi… impiegherò i mezzi buoni e cattivi, l’eloquenza gentile e la minacciosa… farò delle promesse, delle grandi promesse! Ah Claudia, domani sarai mia! Lo voglio! E la donna – dalle nudità lungamente agognate, quali appaiono nei furori di un erotismo coartato, ai forzati della castità – la donna bella e impudica che domani gli avrebbe gettato le braccia al collo, Claudia dagli occhi neri come quelli del diavolo, dagli omeri rotondi, dai capelli odorosi, dalla bocca paradisiaca, dalla pelle bianca e tenera, Claudia la cortigiana turbò il sonno di Don Benizio, con l’incubo dei desideri insoddisfatti, con la speranza di carezze ignorate, di voluttà ineffabili sino all’esaurimento, sino all’esasperazione. La carne di questo prete fremeva, come freme un Dio silvano nel mirare una ninfa nuda che si specchi nell’acqua di un ruscello limpido e silenzioso.»

«Una sera Don Benizio affronto Claudia che passeggiava sola nei giardini della Cervara, le parlò del suo amore, le chiese uno sguardo Benigno, una buona parola. Fu eloquente – a scatti e singulti come gli uomini che davanti a una donna non possono più trattenere l’impeto della passione. E Claudia aveva sorriso di scherno e di pietà. Don Benizio non era il primo, molti altri l’avevano assediata ma invano. Di qui la ragione recondita dell’odio inestinguibile che gli ecclesiastici nutrivano contro di lei.»

«(…) Don Benizio dopo dieci anni di vane manovre ricorse alle minacce. Cercò di atterrire Claudia. Non ne cavò vendetta allegra. Claudia era troppo intelligente, troppo superba per cedere alle minacce apocalittiche di Don Benizio e dei suoi emissari. Il prete tuttavia non aveva rinunciato al suo sogno. Ne aveva fatto lo scopo della sua vita. Pur di possederla avrebbe venduto l’anima a Satana e preferito alla beatitudine dei cieli i roghi infernali per tutta l’eternità. La passione in cui l’odio e l’amore si alternavano – aveva finito per irrigidire l’animo di questo prete. Egli si era pietrificato, fossilizzato nel suo desiderio. Ed ora che la virilità accennava al tramonto, fiamme ossessionanti di libidine gli torcevano le carni.»

Ovviamente, con un simile romanzo al suo interno, il Popolo incrementò notevolmente le vendite. Cesare Battisti così descriveva il suo redattore: «é uno scrittore agile, incisivo, polemista, vigoroso, con una buona cultura, multiforme e moderna».

Ma il direttore aveva dei grossi problemi in quanto gestire un ragazzo come Mussolini era difficile. L’irruenza e l’impulsività con cui attaccava qualsiasi forma di potere, fosse esso clericale o imperiale/austricante,  costarono a Mussolini  il posto al giornale, dopo solo un mese di collaborazione. Nonostante ciò continuò a denunciare il malcostume all’interno della Chiesa. La situazione degenerò quando  in un paesino di Trento si scoprì una storia boccaccesca fra una contadina (in vena di santità) e il parroco locale, che l’aveva messa incinta ripetutamente. Mussolini con la sua vena di scrittore salace, irriguardoso e fantasioso scatenò un putiferio, divertendosi nel raccontarne i retroscena, con il preciso intento di ridicolizzare tutto il clero locale. In questo clima anche la  permanenza a Trento era diventata precaria. Non trovando appigli legali per sbatterlo in galera, la cupola clericale, attraverso segnalazione di anonimi, lo accusò di aver preso parte ad una rapina in banca assieme ad amici irredentisti. Naturalmente, gli sbirri non trovarono il denaro ma rivoltando l’appartamento saltarono fuori dei manifesti anti-austriaci e copie di giornali clandestini. Quello che bastava per metterlo in gabbia. Il soggiorno nelle galere del Kaiser si prolungò oltre il dovuto e sbloccare la situazione fu  costretto ad intentare uno sciopero della fame. Per non farlo diventare un pericoloso martire socialista o creare incidenti diplomatici, i gendarmi lo accompagnarono, con i soli vestiti sdruciti che aveva addosso, al confine di Ala, diffidandolo dal mettere piede nei territori austriaci.

Mussolini nel gennaio del 1920 scriveva:

«Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, schernito tutti i ciarlatani bianchi, rossi e neri che mettono in commercio le droghe miracolose per dare la felicità al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli […] Due religioni si contendono oggi il dominio degli spiriti e del mondo: la nera e la rossa. Da due Vaticani partono oggi le encicliche: da quello di Roma e da quello di Mosca. Noi siamo eretici di queste due religioni. Noi, soli, immuni dal contagio».

Il 21 giugno 1921, invece:

«Il fascismo non predica e non pratica l’anticlericalismo […] Il papa è il più grande decoro dell’Italia. Per lui tutti i milioni di cattolici che sono nell’universo mondo si rivolgono all’Italia come a una seconda Patria, per lui Roma è davvero Caput mundi; e bisogna chiudere gli occhi all’evidenza per non vedere […]»

Anche questa volta era riuscito a prendere tutti per i fondelli.

Romano Guatta Caldini

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks