Sanremo è… e sempre sa(n)remo…

Federico Zamboni

Sanremo è Sanremo. È un titolo di merito? Francamente non sembrerebbe, ma fatto si è che l’anno scorso lo slogan scelto per la promozione del festival fu proprio questo: Sanremo è Sanremo. Come a dire tranquilli, non fatevi fuorviare da tutto quello che cambia di volta in volta, a partire dal conduttore-demiurgo (Baudo permettendo: lui da solo se ne è sgargarozzati tredici – e altri undici Mike Bongiorno) fino ai meccanismi più o meno pasticciati e inaffidabili della gara tra i cantanti, dalle presentatrici di contorno ai superospiti strapagati che se ne infischiano palesemente di tutto tranne che, appunto, del proprio cachet.

Tranquilli, cari: nella sostanza il festival è sempre lo stesso. L’avanspettacolo che cancella lo spettacolo. Lo show televisivo del sabato sera elevato all’ennesima potenza. Aria fritta deodorata a puntino. Il vuoto pneumatico in tenuta di gala. L’abbuffata annuale in cui non solo è lecito ingozzarsi per tre-quattro-cinque sere consecutive delle peggiori porcherie, ma in cui addirittura si è più che mai autorizzati a liquidare chi dissente come pseudo intellettuali snob: individui tristi e sprofondati nelle loro ubbie, colpevolmente distanti dalla realtà del Paese, patologicamente incapaci di quella bella “leggerezza” che è in tutta evidenza  l’anticamera della felicità. Non capisco, però sorrido.

Sanremo è Sanremo. Una cattiva abitudine innalzata a tradizione, come se la recidiva a oltranza potesse diventare, invece che un vizio da stroncare, un tratto distintivo da esibire con orgoglio. Da preservare. Da perpetuare con ogni sforzo. Nato nel 1951, e trasmesso dapprima in radio e poi, a partire dal 1955, anche nella neonata televisione, il festival aveva allora una sua ragion d’essere e, se solo fosse durato per non più quindici o vent’anni, lo si potrebbe anche ricordare con simpatia, alla stregua di tanti altri aspetti dell’Italia a cavallo tra il 1948 della Costituzione e il 1968 della Contestazione. L’Italia che esce distrutta dalla guerra e si getta compatta nella rincorsa al benessere, complici gli “aiutini” del Piano Marshall e la crescente tendenza dei politici a ingraziarsi gli elettori con qualsiasi mezzo. Fosse finito quand’era giusto, cioè una quarantina d’anni fa, il festival sarebbe stato archiviato serenamente e ricordato senza acrimonia per quello che era: un’idea di spettacolo adatta a tempi lontani e, nel bene e nel male, incomparabilmente più ingenui dei nostri; una trovata grossolana, ma efficace, che univa lo svago della musica alle emozioni della gara, o viceversa; un prodotto che al di là del suo valore, e al pari di tanti altri, usciva ingigantito, fino ad innalzarsi al rango di evento, dalla mancanza di alternative, analogamente ai vari Lascia o Raddoppia, Il Musichiere, Canzonissima, e via intrattenendo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=ghfgJ88tkbU
(Patty Pravo, Io verrò un giorno là, Sanremo 2009)

Sanremo è Sanremo. Il più classico esempio di distorsione mediatica, l’apoteosi del battage pubblicitario applicato al nulla. Preso in se stesso il festival, inteso come gara tra canzoni, o tra cantanti, non reggerebbe nemmeno una sola serata:  i brani sono mediamente modesti, e spesso anche peggio; gli interpreti, per restare ai “big” e sorvolare sugli esordienti (ovviamente disposti a tutto pur di uscire dall’anonimato), approdano sul palco dell’Ariston quando non sono praticamente mai allo zenit delle loro carriere, e se si ritrovano lì è solo per garantirsi quei passaggi televisivi che altrimenti non avrebbero. O avrebbero con una risonanza di gran lunga minore. Il resto, che paradossalmente è la vera attrattiva del baraccone, è un’accozzaglia di elementi disparati, talmente eterogenei da diventare contraddittori. Un patchwork realizzato coi ritagli, o coi  cascami, dell’immaginario collettivo, in cui l’unico criterio di scelta degli ospiti è la loro celebrità. Vera o presunta. Attuale o declinante. Così, di volta in volta, si può invitare l’ex presidente dell’Urss Gorbaciov o il premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco, il divo hollywoodiano George Clooney o le conigliette di Playboy, Benigni che folleggia “pour épater le bourgeois” o chiunque altro si possa presentare, o spacciare, come un personaggio famoso.

Ripetiamolo: tutto questo poteva avere un senso in passato. Quando certe cose si potevano raggiungere solo attraverso i canali televisivi di “mamma” Rai. Oggi, col dilagare delle tv satellitari e dei collegamenti Internet, non esiste un motivo al mondo per auto infliggersi il kitsch debordante, insistito, pervicace, di Sanremo. Le canzoni, se proprio ci tenete, le potete ascoltare in seguito – ed essendo liberi di lasciar perdere il singolo brano scalcagnato, non appena vi si palesa in tutta la sua inconsistenza, ve la cavate in molto meno tempo. Le baggianate di contorno, ammesso che abbiano in sé qualcosa di particolare (non di buono: solo di particolare, tipo i record in cui uno fa il suo trionfale ingresso nel Guinness dei primati perché si è mangiato tre ranocchie vive o perché ha camminato all’indietro per 200 chilometri), le ritroverete su youtube.

Sanremo è Sanremo. Capito? Non avete più nessuna scusa. Lo guardate da anni, o persino da decenni, ed è ora che ve ne rendiate conto una volta per tutte. Non siete obbligati a vederlo, anche solo per poi poterne parlare, o sparlare, l’indomani mattina. Non ne avete nessun bisogno. E pazienza, se ci siete ricascati anche stavolta: significa solo che adesso avete un intero anno per prepararvi al grande salto. Via. Alla larga. Fuori dallo stagno tiepiduccio delle banalità e dritti verso qualcosa di meglio. Potete farlo, credete. Potete: dipende solo da voi.

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