La notte che Pinelli…

Non posso dire di conoscere Adriano Sofri. Con lui ho avuto, nel lontano 1996, due conversazioni telefoniche. Stavo organizzando, con il micro circolo culturale di cui facevo parte, la presentazione di un libro di Franco Cardini Scheletri nell’armadio che mi invitò a contattarlo. Al telefono, declinando cortesemente l’invito, mi diede inizialmente l’impressione di un uomo stanco, ma dietro a quella stanchezza intravidi un’indifferente alterigia che mi fu confermata quando gli dissi di aver letto il suo Il nodo e il chiodo. La sua risposta fu degna della miglior prima donna: «Ha avuto un bel coraggio a leggere un libro così noioso», espediente retorico noto che permette, attraverso la lusinga dell’interlocutore e l’umile schermirsi, di far emergere il proprio sterminato ego, la-notte-che-pinelli_fondo-magazinesenza doverlo brutalmente esplicitare. Poi di lui conosco quello che ha scritto su Il Foglio e su La Repubblica ed alcuni dei suoi libri. Così, un po’ prevenuto, mi sono messo a leggere questo suo La notte che Pinelli che la casa editrice Sellerio ha pubblicato nel mese di gennaio 2009.

Superfluo dire di che cosa si tratti: è l’ennesima ricostruzione degli eventi che susseguirono a partire dalla strage di Piazza Fontana nel lontano 1969. Dalla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli che volò da una finestra della Questura milanese durante un lungo interrogatorio notturno, alla campagna di stampa pesantissima da parte del giornale Lotta Continua (di cui Sofri era uno degli esponenti di spicco e riferimento ideologico), fino al famigerato appello pubblicato sull’Espresso contro il Commissario Calabresi che di lì a poco fu ucciso da un commando che la Giustizia Italiana, dopo vent’anni di processi e annullamenti, alla fine ha stabilito essere composto da Marino, Pietrostefani e Bompressi con Sofri nella parte del mandante politico.

Non è mia intenzione commentare quei fatti lontani, voglio solo presentare questo libro di Sofri e render conto di quel mio pregiudizio nei suoi confronti che si è dimostrato esatto ed ha retto alla lettura. Alla fine il libro non mi è piaciuto. Non avevo certo bisogno di questo nuovo testo per scoprire che Adriano Sofri possiede un’intelligenza luciferina (in senso etimologico). Quando prende la penna in mano non gli mancano certo gli strumenti per riuscire a costruire argomentazioni avvolgenti ed eleganti. Una potenza di fuoco verbale asciutta e calda, un calore agostano che prosciuga gli umori altrui. Difficile riuscire a liberarsi da questa morsa. Ma se si legge senza farsi irretire si scopre che sotto quell’argomentare, in apparenza neutrale, si nasconde un gioco iridescente di rimandi che tendono a far brillare di fronte ai tuoi occhi una preda sfuggente, fatta di testimonianze, verbali, dichiarazioni in un incastro strumentale che appare logico e convincente nella sua lucida costruzione, ma che non è altro che una versione di parte che è fatta balenare sotto agli occhi del lettore che, abbacinato, se ne lascia invaghire come se fosse oro colato.

Legittimo che un protagonista descriva i fatti secondo la sua logica, che nel caso specifico è tutt’altro che trascurabile, meno legittimo farli apparire per quello che non sono: l’ultima definitiva verità. Non mi è piaciuto, tra i trucchi utilizzati, che i protagonisti siano stati riportati in prima pagina con a fianco la loro parte, come si fa nei testi teatrali: Interpreti principali e comprimari. La vicenda che pure ha dato il via a pezzi teatrali non è teatro. Quale è lo scopo di Sofri nel fare intendere che di teatralità si tratta? Che fu tutta una macchinazione di un regista esterno? Che la vicenda è grottesca? Che è finzione e non realtà? O cosa? Non mi è piaciuto l’espediente retorico, di rivolgersi, come molti altri hanno già fatto, ad una giovane ventenne. Ma mentre i suoi predecessori si sono rivolti ai loro figli e questo gli è bastato, Sofri parla ad una ventenne qualsiasi. Non si accontenta evidentemente di insegnare in ambito casalingo, vuole essere maestro per le giovani generazioni, sulla scia di quel pedagogismo che lo ha visto in prima linea da sempre. Non è una deformazione caratteriale dovuta all’età che avanza, Sofri fin da quando era in fasce pretendeva di insegnare la rivoluzione alle menti corte che lo circondavano. Adesso smessi i panni del rivoluzionario cerca di agganciare giovani ventenni per proseguire la sua missione. I toni non sono più oltranzisti, ma pacati, ma il tono saccente non è sparito qui, come non è mai sparito dagli articoli che sforna con regolarità su La Repubblica. Non mi è piaciuto poi che la ventenne sia una studentessa di Giurisprudenza. Sofri evidentemente pensa che, per instillare in una giovane l’amore per la Legge, si debba passare per gli atti processuali della vicenda Pinelli. Solitamente si ricorre a descrizioni più lineari e chiare per raccontare ad un neofita cos’è un processo. Solo dopo si passa a quei casi in cui la realtà è assai più intricata e carica di doppie verità, di reticenze, di falsità, di ambiguità, di debolezze, di memorie fragili, di psiche labili, per dimostrare che il compito del gestore della Giustizia è arduo e talvolta si scontra con connivenze oscure, poteri forti che tentano di imporre la loro volontà. E alla fine spesso la Giustizia non fa giustizia. Ma che si debba prendere queste vicende come didascaliche è tutta una fissazione dovuta all’altissima considerazione che Sofri ha di sè, e solo perché parte degli eventi lo hanno riguardato.

Non mi sono piaciute le esasperate puntualizzazioni e la sfilza di correzioni e distinguo che mettono a dura prova la pazienza del lettore che deve essere veramente motivato per andare fino in fondo, anche se la prosa di Sofri e le sue digressioni sono scintillanti e argute. Non mi è piaciuto l’uso delle sue parole elaborate contro le inesattezze dei verbali che talvolta risultano comici. Né la posa da intellettuale nel sottolineare, in modo obliquo, l’ignoranza altrui ed il parlar assai poco forbito dei poliziotti incolti, messi alla berlina dal suo sarcasmo che si bea nel soffermandosi sul senso di un vocabolo usato o su una frase che appare grottesca. Così ad esempio a proposito del balzo dalla finestra di Pinelli riportato nel capitoletto “Il fatto, cioè il tuffo”, sottolinea il ridicolo di certi aggettivi usati nei verbali se confrontati alle dimensioni della stanza in cui Pinelli si muove ed al suo affollamento. «La stanza misura 4 metri e 40 per 3 e mezzo. Contiene una scrivania, uno scaffale libreria, un termosifone, una stufa, un mobiletto portatelefono, un scaffale per la macchina da scrivere, un attaccapanni, una poltroncina e le sedie… Provate a passeggiare, in una stanza così. Se passeggiare non è facile, figuriamoci prendere una rincorsa, evitare i mobili ed eludere il contatto degli uomini, spalancare al volo un battente della finestra-balcone, scavalcare la ringhiera e precipitarsi do sotto. È quello che hanno visto i presenti. Ascoltiamo le loro parole». E qui partonsofri_fondo-magazineo le descrizioni di Pinelli che “improvvisamente, con uno scatto fulmineo”, “all’improvviso il Pinelli si è slanciato di scatto”, “fulmineamente ha spalancato il battente sinistro”, “con uno scatto felino…”. Commenta Sofri «è questo il repertorio lessicale della caduta di Pinelli: scatto, balzo, tuffo, slancio, salto, fulmineo, repentino, improvviso. E felino».

Non mi è piaciuto scoprire che quei corsivi che costellano i brani dei verbali sono scritti dello stesso Sofri (ce lo indica così di sfuggita e per accorgersene bisogna rileggere per non far passare inosservata quella dichiarazione) che utilizza, per chiari fini strumentali, delle parole che mai quei verbali avevano contenuto. Non mi è piaciuto l’uso delle note, all’interno delle quali sono nascoste alcune sgradevolezze che Sofri, per apparire trasparente, non vuole sottacere ma che preferisce inserire in quelle pagine scritte con caratteri piccoli e defilati (come si conviene alle note che nessuno legge mai). Non mi è piaciuta la riproposizione del famigerato appello dell’Espresso contro Calabresi ed il doppio senso che acquista. Nel testo, con l’aiuto di uno scambio epistolare con Norberto Bobbio, viene giudicato pesssimo nella forma ma corretto nella sostanza. In appendice dove viene ripubblicato con la lista di tutti i firmatari, suona più come una chiamata di correo. Una lista di proscrizione. Un messaggio trasversale. Questa lista però ha l’innegabile pregio di presentarci quella che era l’intellighenzia d’allora, fatta di professori universitari, poeti, registi, intellettuali, giornalisti, politici che costituirono quel brodo ideologico che fece da alimento alla violenza politica poi esplosa negli anni successivi. E quella lista riletta oggi dà anche il senso di come in Italia tutto sia cambiato, ma non sono cambiati loro che stanno ancora al loro posto, anzi occupano cariche ancora più importanti e che se ieri erano per l’armare il popolo, oggi sono per il liberalismo, ma la sostanza non muta: sono quel potere forte e incancellabile che fa dell’Italia il paese più gattopardesco dell’universo.

Non mi è piaciuta infine la chiusura: «Quando hai finito di leggere tutte queste pagine, ragazza – sei stata molto gentile, molto paziente – mi hai fatto le tue osservazioni e poi avevi qualcosa di più importante da dirmi, si vedeva, ma si vedeva che esitavi. Mi sono messo a ridere, ti ho invitato a dirlo, qualunque obiezione fosse. Non è un’obiezione, hai detto, è una domanda. Che cosa pensi che sia successo, quella notte, al quarto piano della Questura? Ti rispondo. Non lo so». Stupefacente. Sofri chiude come ha iniziato, con un colpo di scena che dimostra ancora una volta quanto sia sterminata la considerazione che ha di sé e quanto invece consideri nulla il suo lettore. Dopo una così serrata analisi di tutte le deposizione, dopo aver messo a confronto con lucidità ogni cosa (il lettore non può non aver capito) Sofri si toglie l’ultimo sfizio. Dichiarare, dopo tanta dimostrazione d’intelligenza, la suprema forma di sapienza da lui acquisita «Sa di non sapere». Che non ci si capisse niente su quella notte e che lì fu scritta una pagina ingarbugliata e oscura lo avevano capito tutti. Quello che non si capisce è il senso di un libro come questo, se non quello di scrivere un testo narcisista ed autoreferenziale. E Sofri interrompe il suo percorso socratico limitandosi a quel «So di non sapere». Non pensa certo alla cicuta ora che può mietere onori e glorie.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi


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