Il caso Battisti

Sarà perché ho conosciuto troppi innocenti che hanno passato una vita in galera, o perché venticinque anni fa ci condannarono per “pericolo di pericolo” (che, tradotto in italiano, significa che le nostre idee erano “potenzialmente” in grado di produrre violenza e anche se non lo fecero non conta…), sarà per la sentenza schock emessa contro Luigi Ciavardini o per le assoluzioni eccellenti di uomini coperti, ma francamente non posso dirmi certo della colpevolezza di Cesare Battisti [nella foto sotto a destra]. Sarà perché ho visto come si costruivano i processi speciali nella democraticissima Italia uscita dalla Resistenza e dominata dai partigiani, sarà perché mi sono sempre vergognato di una rivoluzione giuridica improntata sull’ottosettembrismo che, negando alla radice la filosofia dell’etico codice Rocco, ha premiato il pentitismo e il mercimonio. Sarà perché hobattisti_fondo-magazine direttamente constatato l’inattendibilità di molti pentiti. Sarà perché la Magistratura democraticissima ha usato ed abusato delle compiacenti versioni di personaggi come il pluriomicida stupratore Angelo Izzo. Sarà perché del Diritto si è fatta tanta retorica ma poco uso, sarà perché quello Romano è stato letteralmente stravolto e sostituito da un obbrobrio, ma a me la sentenza brasiliana di rifiuto di estradizione garba. E visto che s’inserisce in una fila di no pronunciati da Francia, Inghilterra, Svizzera, Austria, mi par puerile e improprio al tempo stesso parlare di congiura anti-italiana. Meglio si farebbe a fare autocritica invece di atteggiarsi a vittime indignate, di aggrapparsi a frammenti di un mosaico e di ululare rabbiosamente alla luna ignorando candidamente l’insieme.

Responsabilità e leggi speciali

Non voglio tornare qui sulle eccellenti responsabilità, di cui tanto spesso ho parlato, degli anni di sangue e sul fatto che i mestatori, i tragicatori, i sobillatori, i profittatori, non solo mai pagarono alcunché ma ancora adesso si ritrovano (quelli che la morte – per vecchiaia! – ha risparmiato) nei posti chiave di questa nazione

maciullata. Non voglio neppure soffermarmi su quanto a lungo si lasciò giocare con le armi e con i detonatori prima di decidere d’intervenire e ciò affinché ci fossero trame da tessere e su cui giocare. Non voglio ripetermi sui coinvolgimenti di mangiafuoco internazionali e di mangiafuochini nostrani. Fingiamo che tutto sia accaduto così come gli allegri smemorati omnipartisan ce lo rappresentano: una follia generazionale scatenata da pochi pazzi sanguinari e facciamo come se credessimo che la legislazione d’emergenza e la violenza di Stato, con tanto di esecuzioni sommarie, di torture (ci furono e furono persino rivendicate pubblicamente!), di abolizione delle garanzie giuridiche, di azioni repressive alla “andocojocojo” fossero indispensabili a riportare la pace. Mettiamo che il terzo della pena in più comminato per i reati politici definiti “terroristici” (tanto per rendere l’idea anche il possesso di un documento contraffatto venne considerato “terroristico”) avesse un’efficacia reale oltre a quella di premiare i delinquenti comuni. Il che, per capirci, significò che uccidere per rapina era meno grave e molto meno pesantemente punito che non l’averlo fatto in uno scontro a fuoco nel pieno della guerra civile strisciante e che rapine, truffe o stupri comportavano pene inferiori ai reati ideologici. Fingiamo pure che tutto ciò fosse realmente indispensabile. Fatto sta che l’Italia, in spregio a tutti gli accordi giuridici internazionali, istituì delle “leggi speciali” e calpestò tutte le garanzie giuridiche. Con che risultati? Una sfilza invereconda di sperequazioni che andava dai diversi pesi e diverse misure a seconda delle organizzazioni di appartenenza fino alla suddivisione dei detenuti in ben sette categorie diverse, con sette trattamenti di severità differenti, determinati non dai reati contestati ma dal livello di dialettica e dalle conoscenze nelle Istituzioni.

Un’Italia vigliacca

Sono passati una trentina di anni, mica qualche mese. In tutto questo tempo l’Italia mai ha avuto il coraggio né la

dignità di comportarsi come qualsiasi altra nazione che aveva proclamato uno stato di emergenza. Risolto il problema, ogni Stato che si rispetti, fa sempre la scelta tra la vendetta e l’amnistia. Se decide di compiere vendetta

è normale che chiunque non finisca nella sua rete cerchi rifugio altrove e che qualunque Stato glielo garantisca. Se

concede l’amnistia, invece ammette l’eccezionalità del momento e la rimuove a problema risolto, tornando alla

normalità, all’equità (che è il vero problema italiano, altro che la “certezza della pena” di cui si ciancia a torto visto che, al contrario di quanto sostiene il luogo comune, il nostro è uno dei Paesi occidentali ove le pene si scontano più a lungo), insomma fa un gesto dimostrandosi così uno Stato forte. L’Italia no: niente amnistia ma solo perdonismo personalizzato, che significa che se sei pluriomicida ma conosci dei politici esci e che se invece sei dentro per reati ideologici e hai un po’ di dignità trascorri mezza vita tra le sbarre. Non ha avuto neppure il coraggio, l’Italia, di abolire quel “terzo della pena in più”. Non ha avuto coraggio, dignità, equità, equilibrio, onestà, ma si lamenta. E intanto, forse perchè dominata da cinici e da burattinai, da apprendisti stregoni e da partigiani di vecchia o nuova

data, questa nostra Penisola non ha fatto nulla per le vittime, per le famiglie, per le memorie, non ha saputo

neppure celebrare la tragedia. Si limita, l’Italia, a tirarle demagogicamente in ballo per esaltate sarabande

episodiche con invocazioni di linciaggio e di giustizia sommaria evitando, come sempre, di guardare negli occhi il

problema che puntualmente rimuove.

Partigianerie e no

Comprendo chi, osservando il tutto da un solo angolo, con vista cieca, trova degli argomenti contro il Brasile o

contro l’odioso Battisti, che simpatico davvero non è. Ma quest’ottica frammentata è assurda, è sbagliata. Non ci

si dovrebbe scandalizzare per la quinta sentenza brasiliana consecutiva di non estradizione di un “terrorista” (che

si somma alle centinaia francesi, alle decine inglesi, a quelle austriache o svizzere) ma dell’immagine contorta che

si è riuscito a dare un’altra volta al mondo dove tutti sono generalmente abituati a parlare un linguaggio lineare e

chiaro: o le leggi sono speciali (e allora la persecuzione politica c’è) o non sono speciali (e allora vanno rimosse). In ambo i casi l’estradizione di Battisti, o di chiunque altro sia stato oggetto di questa legislazione d’emergenza, è un atto iniquo, distorto, inaccettabile. Certamente basta viziare il tutto con il particolarismo partigiano per capovolgerlo. C’è sempre un motivo specifico di “eccezionalità” perché tizio o caio “meriti” l’ingiustizia. Ma io sono di tempra fascista, ovvero credo nella sintesi e nell’unione delle verghe, cioè nell’equità, e non sono affatto partigiano, ovvero non sono parziale, di parte, per l’eccezionalità. Rifiuto, per indole, per cultura e per scelta, di essere garantista con i miei e forcaiolo con gli altri. Non mi lascio offuscare da simpatie o antipatie, non penso minimamente che chi sta da un lato dello spartiacque meriti indulgenza e impunità e chi sta dall’altro debba essere perseguitato. E se non c’è reciprocità, ovvero se altrove (dove c’è cultura partigiana) si è commessa spesso quest’ingiustizia, non per questo io intendo ripercorrere gli stessi schemi. Se poi i post-neo-anti-fascisti moderati hanno tentazioni partigiane, di forcaiolismo partigiano, è affar loro. Né dimentico, sia detto en passant, la cultura di amnistie, di pacificazioni, di superamenti che contrassegnò Mussolini anche nei momenti più sanguinosi, quando l’odio era davvero giustificato.

Battisti sì e Lollo no?

Il Brasile, insomma, sta comportandosi bene; a prescindere dalla colpevolezza o dall’innocenza di Battisti, la quale

innocenza, rispetto all’essenza della questione, è un dettaglio. Il Brasile, come tante altre nazioni prima di esso, difende le nostre stesse garanzie di cittadini. Il problema, semmai, per quanto lo riguarda è un altro: è che diventi un lollo_fondo-magazinericettacolo di desperados, visto che più un bandolero che non un combattente sembra essere Battisti e

che lì, proprio nel partito di Lula e per giunta con un notevole peso interno, c’è lo stragista di Primavalle,

Achille Lollo, una delle persone più abiette della storia di questi trent’anni. Il quale, tanto per la cronaca, non

è classificato “terrorista” e non è stato oggetto di una legislazione speciale, tutt’altro, ha goduto di una sentenza invereconda che ne ha sminuito il crimine e non gli ha fatto pagare la più ignobile delle stragi. Ma anche su

questo l’Italia delude e c’indigna. Tutti pronti a saltare su per l’estradizione negata a Battisti, con il ministro La

Russa che chiede che non si giochi l’amichevole tra le nostre nazionali e la ministro Meloni che propone la si faccia con il lutto al braccio. Ma fino a che il governo brasiliano non aveva dato uno smacco all’Italietta ambigua tutto andava bene? Il rifugio concesso a Lollo non aveva scatenato polemiche così vibranti: ci si limitò a un po’ di chiasso tardivo e demagogico quando la tenue condanna comminata al vigliacco cadde in prescrizione e nulla si poteva più fare né reclamare. Allora, in un lungo lasso di tempo fatto di decenni, non oggi, avrebbe avuto un senso e una dignità il serrate di ora. Non ci fu, c’è adesso e non contro l’ineffabile. Normale, come da sei decenni avviene in quest’Italia, giustamente disprezzata internazionalmente, ogni sangue ha un valore diverso e quello di un bambino e di un ragazzo del proletariato fascista conta meno di altro sangue, fa meno convergenza, meno sinergia: è più facile prendersela con Battisti e allora lo si fa; per Lollo, che è protettissimo bastano delle dichiarazioni per salvare la faccia. Questa è l’Italia e proprio perché è questa la sua giustizia non convince nessuno. Tutto sommato preferisco il Brasile. Meglio la samba del balletto in maschera dei nosferatu.

Gabriele Adinolfi

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