YouTube or not YouTube?



C’è una questione morale che si aggira per i meandri del web. No, tranquilli: non c’entra nulla YouDem, la democraticissima e un po’ sfigata copia veltroniana di YouTube. E’ proprio l’originale, il fratello maggiore di tutti i siti di condivisione video, anzi, ad essere investito in questi giorni da un vento moralizzatore o, più che altro, semplicemente moralistico.

Il portale fondato nel febbraio 2005 da Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim e visitato da 300 milioni di utenti ogni mese ha infatti da poco deciso di attivare un “Abuse and Safety Center” tramite il quale invitare gli utenti a segnalare i video che violino le linee guida della community stilate con la collaborazione di organizzazioni come l’Anti-Defamation League. Sotto accusa: violenza e sesso. Rispetto a quest’ultimo, in particolare, il sito web di proprietà del colosso youtube-thumb_fondo-magazineGoogle ha sempre avuto una fobia puritana.
Ora, però, la stretta si annuncia ancor più feroce: bandito qualsiasi riferimento esplicito all’erotismo, anche in termini molto edulcorati. No anche a nudi parziali, a posture che “stimolino sessualmente il pubblico”, a filmati che indugino per troppi secondi su “punti sensibili” del corpo umano, anche se coperte. Via anche video che possano incitare alla violenza o alla blasfemia. Cosa che, detta così, potrebbe anche sembrare di buon senso. Se i criteri adottati sono gli stessi della crociata anti-eros, tuttavia, si capisce bene come i termini possano dilatarsi a dismisura, comprendendo tutto e il contrario di tutto. Il passo verso la polizia del pensiero e il delitto d’opinione è in effetti più breve di quanto non si pensi.

La colpa della svolta neopuritana, del resto, pare sia da attribuire alla crisi, la solita, benedetta crisi. Tira una brutta aria, l’età dell’oro dei guadagni folli via web e delle spese altrettanto dissennate sta finendo. Si tira la cinghia e si pensa dieci volte a ogni investimento da compiere. Gli sponsor, di fatto l’unica entrata di YouTube, sembrano ultimamente piuttosto restii ad affidare il loro logo all’anarchia comunicativa di un portale in cui passa tutto o quasi.

Provateci voi a vendere dentifrici, scarpe o lavatrici dopo che il loro marchio è comparso in bella vista accanto al video di qualche bravata bullista o cose simili. Google, da parte sua, comincia a battere cassa. Anche dalle parti di Mountain View, evidentemente, non si arriva alla fine del mese. E allora si fanno quattro calcoli: l’acquisto di YouTube è costato 1,65 miliardi di dollari. In cambio l’operazione ha fruttato grane legali per questioni di copyright e cattiva pubblicità per vari filmati discutibili caricati ora qui ora là. Qualcosa decisamente non quadra. E allora ci si rifà il look: via il porno, in un’accezione paranoicamente estesa che va dai film di Rocco Siffredi alla ginnastica aerobica di Jane Fonda. Via ciò che “incita alla violenza” (compresi quelli inerenti alla finzione cinematografica, le scene goliardiche, le semplici opinioni?). Via tutto.

E’ il trionfo del politicamente corretto. O, forse, solo l’inizio della fine di YouTube. Nulla è più eterno al mondo. Nel web, poi, nulla lo è mai stato. Second Life compariva sui giornali un giorni sì e l’altro pure solo qualche mese fa, ed è già caduto nel dimenticatoio. MySpace era l’invenzione del momento prima che Facebook lo rendesse decisamente out nel giro di poche settimane. Nella rete funziona così. Tutto passa, passerà anche YouTube, tanto più dalla sua entrata in scena sono sorti diversi portali concorrenti dalle funzioni analoghe. Tra questi, quelli che hanno avuto più successo sono neanche a dirlo i siti di video sharing a contenuto pornografico, tanto che c’è chi di recente ha parlato di “generazione YouPorn“. Derive a parte, sembra certo che almeno l’idea di YouTube non sia destinata a morire, anche qualora il sito che ne porta il nome finisse davvero per ospitare unicamente video disneyani senza alcun contenuto che possa offendere utenti “innocenti”, sempre che ne esistano.

Già ma qual è “l’idea di YouTube”? Si tratta, come sostanzialmente ogni cosa che ha a che fare con il web, di un fenomeno ambivalente. Di base c’è una democratizzazione, un’attenzione a ciò che parte dal basso, che tuttavia spesso finisce per confondersi con un appiattimento e una omologazione generale puntata al ribasso. Il web diventa allora la valvola di sfogo per i piccoli narcisismi, per chi ama mettersi in mostra, per chi ha bisogno di notorietà. YouTube dà quella “pacca sulla spalla” al popolino di cui parlava Pasolini rispetto alla Tv: anche tu puoi andare sotto i riflettori, anche tu sei importante.

E giù sorrisi imbarazzati ma in fondo compiaciuti. I filmati insignificanti aumentano a dismisura, in una parodia di pluralismo: tutti possono dire la loro, tanto nessuno li ascolta. La possibilità di accedere con facilità alle luci della ribalta fomenta ovviamente gli istinti peggiori. Artisti google-filtro-youtube_fondo-magazineincompresi o, per lo più, semplicemente incomprensibili, dilettanti del montaggio, musicisti allo sbaraglio. Invasati politici, anche. Ma qui il discorso si fa più complesso, perché se non mancano in rete video pseudoideologici decisamente improntati a ignoranza e cattivo gusto, è anche vero che è un certo strabismo ipocrita a creare i mostri mediatici di turno. Ma sorvoliamo per carità di Repubblica.

Accanto a tutto ciò, al di là e al di sopra delle velleità mediatiche dell’ultimo uomo zarathustriano e dei meccanismi alienanti della società dello spettacolo, YouTube è comunque diventato nonostante tutto uno degli ultimi medium realmente liberi (smanie censorie dell’ultim’ora a parte). La telecamera portatile, non a caso, è diventata uno degli strumenti cardine della battaglia politica postmoderna. Si va in piazza, come i nostri fratelli maggiori, come i nostri padri, ma si è comunque pronti a far rimbalzare l’eco di queste azioni nella rete. Ci si muove contemporaneamente su un piano reale e virtuale, balnzando disinvoltamento da un livello all’altro. L’informazione diventa un bene autoprodotto, cui gli stessi colossi dell’informazione “ufficiale” non possono rinunciare.

Emblematico, a questo proposito, il caso della parabola dell’Onda anomala, che di comunicazione fai da te si è sin da subito nutrita, prima per mostrare il volto gioioso e trasversale della protesta e poi per fare controinformazione nel momento in cui gli apparati di partito si sono inseriti nel movimento. E, al di là dei contenuti e del contesto, è apparsa sociologicamente interessante la “guerra dei filmati” che si è scatenata nel web tra le opposte fazioni, con i grandi network, giornali e tg, ad attingere alla documentazione di prima mano fatta dai ragazzini. Ecco, qui c’è tutto un mondo, tutta una serie di opportunità che lo scenario presente offre e che molti giovani stanno imparando a sfruttare. E allora il viaggio al termine della notte della contemporaneità, fra le pieghe dell’omologazione, dell’individualismo, del narcisismo, disvela una nuova voglia di partecipazione, di essere soggetti attivi, di far sentire la propria voce. Oltre gli ostacoli della fama a tutti i costi e del presenzialismo mediatico si cela quindi una diversa via al protagonismo generazionale. E alla fine del Tubo, forse, la luce.

Adriano Scianca

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