Sul necrocapitalismo

Mentre il sistema scricchiola ed anche i più agguerriti liberomercatisti ci ripensano e fanno retromarcia, torna utile un agile saggio uscito alcuni mesi fa da Bollati Boringhieri che costituisce una tappa della ricerca che Vanni Codeluppi ha condotto e conduce sulla società contemporanea: Il Biocapitalismo. Verso lo sfruttamento totale dei corpi, cervelli ed emozioni. Sostiene l’autore che il Biocapitalismo costituisce l’ultimo stadio evolutivo del modello economico capitalistico che ha come caratteristica prima l’intreccio sempre più inestricabile con la vita degli esseri umani. Produce valore sfruttando in maniera totale il corpo inteso come strumento materiale di lavoro ma anche del corpo inteso nella sua globalità. In sostanza si basa su una nuova forma di valore economico il “biovalore”, il quale può essere estratto dalle proprietà vitali delle creature viventi. Per realizzare questo controllo totale le aziende nel Biocapitalismo coinvolgono sempre di più sia i loro dipendenti, sia i consumatori.

Le aziende, nella costante e disperata ricerca della riduzione dei costi, tentano da un lato di recuperare efficienza sfruttando di più i lavoratori dipendenti, dall’altro di scaricarli sui consumatori. Telefoni cellulari, personal computer, connessioni wireless sottraggono tempo libero al dipendente inducendolo ad una reperibilità continua anche in orari un tempo destinati alle sue faccende private. I consumatori si trovano invece a fare dei lavori che un tempo erano eseguiti dalle aziende stesse con loro personale. La forma più nota è il modello a self-service dei fast food, o le operazioni che Ikea impone ai suoi clienti: self-service all’acquisto, imballo della merce, assiemaggio dell’oggetto acquistato disassemblato.

Ma c’è di più nel Biocapitalismo. Alvin Toffler ha teorizzato l’avvento nella società della nuova figura del prosumer, unione di producer e di consumer, che si dedica a quello che lui chiama il “terzo lavoro”. Cioè un lavoro non retribuito che si affianca al lavoro retribuito e a quello che ognuno di noi dedica a se stesso, alla famiglia ed ai suoi affari. Esempi ne esistono a bizzeffe. Alcune società di software fanno testare ai consumatori le nuove versioni dei loro programmi, gratuitamente, invece che procedere a test interni. Alcune testate giornalistiche chiedono ai lettori di trasformarsi in reporter impiegando il telefonino per fare fotografie, oppure di realizzare veri e propri video (la TV è piena di trasmissioni, a costi ridotti, che presentano video amatoriali).

I consumatori sono utilizzati ancora per promuovere i loro prodotti, con i sempre più efficaci passaparola. Diventano cioè dei promoter a costo zero. Il consumatore, dunque, mentre consuma, produce lavoro ed informazioni gratuite che poi sono utilizzate dalle aziende per fare profitto. Insomma tra l’impresa ed il consumatore si sta producendo una situazione di crescente commistione. E l’impresa ne approfitta per chiedere al consumatore di fare una parte del suo lavoro. Ma nel Biocapitalismo il controllo sul corpo assume altre forme ancora più inquietanti, come la crescente commercializzazione del corpo stesso. Le multinazionali del farmaco sono alla ricerca spasmodica di corpi-cavia su cui testare i loro prodotti (come ci ricordano alcune scene del film Dick e Jane: operazione furto).

Oppure nell’ambito biologico il significativo fenomeno di privatizzazione e commercializzazione che riguarda i geni. L’ufficio brevetti statunitense nel 1987 ha esteso la possibilità di brevetto a tutti gli organismi viventi pluricellulari manipolati geneticamente, inclusi gli animali. Dunque, gli embrioni e i feti umani, ma anche i geni, le linee cellulari, i tessuti e gli organi umani potevano essere brevettati. D’altronde, poichè negli USA ogni anno vengono rilasciati oltre 4000 brevetti sul DNA, è stato stimato che più del 20% dei circa 35000 geni del genoma umano è già diventato proprietà di qualche società farmaceutica o università..

E naturalmente su questa situazione si innesta il traffico internazionale di organi umani da trapiantare che rende ancora più esplicita la consapevolezza che si sta sviluppando una nuova forma di economia per la quale non vale più il tradizionale principio che vieta il commercio di parti del corpo umano, che sono considerate merci da cui trarre un profitto.

Ma il Biocapitalismo entra anche prepotentemente nella sfera culturale, perché oltre al controllo sul corpo, vuole anche il controllo totale sulla mente e sulle emozioni umane. Per realizzare questa colonizzazione del nostro immaginario non si fa scrupolo di introdursi, come un corpo alieno, con il brand, in ambiti da cui era escluso o vi entrava in modo funzionale (tramite le sponsorizzazioni), utilizzando mezzi come il cinema,la TV, la musica che diventano tramite di questa invasione.

Ma quello che è più inquietante è il tentativo di asservimento della letteratura come è testimoniato da questo brano di Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia «Capelli corti, quasi a spazzola, sfumatura dietro il collo alta come quella di un marine, un giubbotto Levi’s scuro. Il colletto tirato su, una Marlboro in bocca, i Ray Ban agli occhi. Ha un’aria da duro anche se non ne ha bisogno. Un sorriso bellissimo, ma sono pochi quelli che hanno avuto la fortuna di apprezzarlo. Alcune macchine in fondo al cavalcavia si sono fermate minacciose al semaforo. Eccole lì, in riga come in una gara, se non fosse per la loro diversità. Una Cinquecento, una New Beetle, una Micra, una macchina americana non meglio identificata, una vecchia Punto. In una vecchia Mercedes 200, un esile dito dalle piccole unghie mangiucchiate dà una lieve spinta a un cd. Dalle casse Pioneer laterali la voce di un gruppo rock prende improvvisamente vita. Lui scende dai gradini di marmo, si sistema i suoi 501 e poi sale sull’Honda blu VF 750 Custom. La sua Adidas destra cambia le marce…»

A testimoniare che il processo di occupazione della cultura sociale da parte delle marche è ormai abnorme. Insomma le marche tentano di integrarsi progressivamente nella cultura sociale, fondendo i propri testi con quelli circolanti nella società. Non si tratta più di una sponsorizzazione, ma il tentativo di trasformarsi in un’autonoma forma di cultura.

Ciò che avviene è un paradossale ribaltamento di ruolo per cui il soggetto parassitario (la marca sponsorizzante) sembra diventare più significativo del soggetto da cui assorbe la sua energia vitale (l’artista o l’evento culturale). Insomma il cancro, corpo estraneo di un fisico sano, si sviluppa fino ad appropriarsi di tutto. Questo lo scenario nell’epoca del Biocapitalismo descritto nel saggio di Codeluppi che a me sembra una forma di capitalismo ormai virata verso un nuovo sistema-mostro: il Necrocapitalismo.

Molti sono gli esempi che possono essere citati per testimoniare questo ultimo regresso che ci riporta, noi che ci diciamo moderni, a delle forme deformi antichissime e degradate dove, ad esempio, il fare i figli non era segnale di invito alla vita, ma inizio di una catena di una lunga schiavitù che, per tutto il corso della vita, non veniva mai spezzata. Fare figli un tempo era una necessità. La necessità di avere nuove braccia da dedicare alla cura dei campi che i vecchi egoisti padri non erano più in grado di coltivare. Si mettevano al mondo figli non per generosità nei loro confronti ma per puro egoismo. Per assicurarsi una vecchiaia non derelitta e per avere manodopera a basso costo. Oggi nel “migliore dei mondi possibili” noi moderni replichiamo questa nefandezza. Costretti dai mutui in stile spagnolo, quei mutui eccessivi che estendono il loro debito sulle generazioni future, a mettere al mondo figli che si facciano carico anche di quel debito, dopo che gli abbiamo rovesciato sulla schiena il nostro debito pubblico, la dilapidazione di tutte le riserve di materie prime non riformabili, l’inquinamento dell’aria che non potranno respirare se non trasformandosi in mutanti dai polmoni con filtri per l’anidride carbonica.

Abbiamo quindi percorso tutta la strada del Biocapitalismo giocandoci i nostri corpi, i nostri desideri, il nostro futuro e ci accingiamo a vampirizzare i nostri figli, futuri zombie abitatori di un nuovo mondo “un ulteriore mondo. Il migliore dei mondi possibili”. Di questa vampirizzazione esistono altri esempi già in atto da tempo, come la pratica necrofila di acquistare le nude proprietà delle vecchiette e poi aspettare, come il più famelico degli avvoltoi, che tirino le cuoia per avventarci sui suoi resti ed incassare il nostro premio. Se non è Necrocapitalismo questo.

Da qualche tempo poi è diventata corrente un’altra moneta che sta sostituendo le altre che passano, una dopo l’altra, di moda. E anche qui c’è un incredibile ritorno ad un passato che pensavamo superato dalla nostra modernità. Dopo la pecora prima moneta nel baratto, dopo la pecunia d’oro, dopo la carta moneta collegata all’oro, dopo la carta moneta svincolata dal nobile metallo, dopo la carta di credito e di debito (monete di plastica), si torna a nuove forme di scambio in natura ed al baratto. Pagando non più con pecore del nostro gregge, ma prima con i nostri figli (nelle innumerevoli tratte dei minori) e poi, nel passaggio dal Biocapitalismo al Necrocapitalismo, con i nostri stessi organi di vita (reni, cornee su tutti), decretando anticipatamente una forma di pagamento autoantropofagica che ci conduce inevitabilmente ad un tardo cannibalismo e all’autovampirizzazione.

Infine assisteremo all’esproprio di questo corrotto diritto residuale. Quando questa moneta fatta di carne e di sangue avrà pieno corso, sorgeranno allevamenti di individui portatori sani di organi da espiantare. Ma non saremo noi ad allevarli. Come nel passato ci sarà vietato emettere la nostra moneta. Ci sarà una Banca Centrale degli Allevatori che si arrogherà il diritto, non di battere moneta, ma di allevare la nuova moneta sanguinolenta. E così saremo ritornati di nuovo al punto di partenza, impossibilitati pure a vendere il nostro corpo a pezzi in caso di necessità. Il nostro rene sarà messo fuori corso e reso illegale a fronte di un rene certificato dalla Banca Centrale degli Allevatori.

Ma in tutto questo buio iconoclasta che ci preannuncia l’Avvento dei Vampiri, una piccola luce di speranza potremo ancora coltivarla. Questa moneta, costituita dai nostri stessi organi o dagli organi dei portatori sani allevati alla bisogna, non può essere accumulata. Nel senso che se espiantati ed accumulati in forzieri, i nostri organi vanno rapidamente in putrefazione. Se devono essere accumulati bisogna foraggiarli (dar da mangiare agli individui da espiantare), non generano ricchezza dal loro semplice accumulo. Sono cioè moneta deperibile che non genera ricchezza di per sé. Potrebbero dunque rappresentare un primo barlume di rivolta “Contro usura”. Da una putrefazione l’inizio di una riflessione.

Con la benedizione di zio Ezra!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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