Sulla socializzazione/4

Matteo Cavallaro è un giovane studente della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e un militante controverso di Rifondazione comunista. Per la sua tesi di laurea: Il mito della socializzazione, ha realizzato  una serie di interviste a diverse personalità di area, fra le quali Francesco Mancinelli. Nel testo che segue.

La redazione

«I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari. Le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero “di sinistra”; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta dei nostri programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esserci dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è un assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta, viene da destra. A noi non interessa quindi nulla di avere alleata, contro la minaccia del pericolo rosso, la borghesia capitalista: anche nella migliore delle ipotesi non sarebbe che un’alleata infida, che tenterebbe di farci servire i suoi scopi, come ha già fatto più di una volta con un certo successo. Sprecare parole per essa è perfettamente superfluo. Anzi, è dannoso, in quanto ci fa confondere, dagli autentici rivoluzionari di qualsiasi tinta, con gli uomini della reazione di cui usiamo talvolta il linguaggio »

Benito Mussolini, Milano, 22 aprile 1945

Iniziamo andando dritti al punto:  so che è difficile, ma sarei interessato ad una descrizione sintetica di cosa sia per te la socializzazione e mi piacerebbe sapere se questa visione sia o meno variata negli anni.

La Socializzazione è l’unico vero e concreto tentativo di socialismo applicato in Italia (dal 1943 al 1945). Si tratta ovviamente di una esperienza estremamente limitata nella quantità delle aziende che ne furono coinvolte (infatti riguardò solo una settantina di realtà aziendali) ed estremamente limitata anche per la brevità temporale dovuta alla guerra e alla sue conseguenze. La sperimentazione della socializzazione avviene all’interno della Repubblica Sociale Italiana e la sua teoria principale è stata elaborata dal cosiddetto “Manifesto di Verona”, programma ufficiale del Partito Fascista Repubblicano ( Verona 14 novembre 1943 ), organizzazione erede del fascismo originario : quello del XXIII Marzo 1919 con la fondazione dei Fasci Nazionali di Combattimento. È la naturale evoluzione del progetto dello Stato Nazionale del Lavoro e del “corporativismo proprietario ” inseguito e promosso per anni dallo stesso Benito Mussolini all’interno del regime ed ostacolato di fatto proprio dalle sue componenti reazionarie e ” di destra ” . La centralità assoluta del lavoro, la funzione mancinelli_fondo magazinesociale della proprietà e dell’iniziativa privata, la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione dell’azienda e alla ripartizione degli utili, la nazionalizzazione e l’esproprio delle terre incolte da distribuire ai contadini, la proprietà assoluta della casa , sono tutte tematiche che paradossalmente vengono successivamente riprese e rielaborate proprio all’interno della nostra Carta Costituzionale, dimostrando di fatto non solo la validità del progetto , ma anche la struttura ideologica dichiaratamente “di sinistra” del Fascismo ed il suo programma economico-sociale fortemente avanzato. E’ ovvio che parlare oggi di socializzazione negli stessi identici termini teorizzati ed applicati tra il 1943 e il 1945 è fuori luogo , soprattutto con circa 6-7 milioni di piccole aziende ed iniziative private presenti in Italia ed un capitalismo finanziario apolide che non a più collocazione geografica e giuridica. Ma rimane intatto il valore ed il tema centrale della Nazione e della Patria sociale che protegge e legittima se stessa, che difende comunque il “Lavoro”, come elemento centrale nella costruzione della civiltà. Il lavoro da sempre minacciato sia dalle speculazioni finanziarie internazionali ed apolidi del grande capitale, sia della guerre imperialiste generate dalle potenze del mare. La ripresa del concetto di sovranità monetaria , il tema di un sindacalismo attivo, diffuso e protagonista nella costruzione della riforma dello Stato, la riprese delle lotte sulla proprietà assoluta della prima casa e di una partecipazione attiva dei lavoratori all’interno delle aziende, sono temi perfettamente in linea con i nostri tempi, nonostante la crisi della politica e dell’ideologismo classico. Anzi, è proprio la tendenza post-moderna e post-industriale a rilanciare la centralità dello Stato Nazionale del lavoro e della corporazione proprietaria e a legarlo con le naturali evoluzioni della piccola socialità e della proprietà diffusa, il rilancio delle piccole attività artigianali, il ritorno alla terra, insomma la fine delle contraddizioni generate dall’epoca industriale. Va ovviamente e seriamente “contestualizzato” il patrimonio del “socialismo nazionale” per evolverlo ed applicarlo al nuovo contesto sociale.

L’esperienza della socializzazione è a tuo dire un patrimonio condiviso da tutta la c.d. “Area”? Sarebbe interessante, se te la sentissi, distinguere tra l’eredità come “immaginario” e l’eredità come “posizione politica”. Quanti cioè la portano “nel cuore” di militanti come uno splendido passato, ma appunto passato, e quanti invece la ripropongono in chiave presente e futura.

Intanto l’esperienza della “Socializzazione” non è assolutamente un patrimonio condiviso nella cosiddetta “Area” neo-fascista, tanto meno nel suo immaginario collettivo. Assolutamente no. Il neo-fascismo a differenza del Fascismo ha avuto un approccio ” pressappochista” e superficiale ai temi di politica economica avanzata, al sindacalismo, alla costruzione della partecipazione sociale. Il neo-fascismo infatti ha posizionato il suo “immaginario” soprattutto sul tema decadente-eroico della sconfitta militare, dimenticando completamente di fatto i successi storico-politici del Fascismo. Il patrimonio dello Stato nazionale del lavoro, della corporazione proprietaria e della socializzazione come principio e come via, è rivendicabile solo ed esclusivamente (a mio avviso) dalla cosiddetta “Sinistra Nazionale”, ovvero dalla componente ideologico ortodossa che si distacca dal neo-fascismo post-guerra già dal 1953 e ne denuncia pesantemente la sua infiltrazione e la sua etero-direzione da parte della destra nazionale anti-fascista (quella peraltro che venne fucilata sommariamente dalla RSI a Verona per alto tradimento; i diretti eredi della destra nazionale marciano oggi gagliardamente dentro l’aborto della Pdl ) un tradimento di fatto teleguidato dalle forze reazionarie gestite dall’occupatore atlantico. L’immaginario di riferimento della componente della “destra nazionale” è posizionato solo ed esclusivamente sul revanchismo anti-comunista e sul presunto pericolo del ” sovietismo” e non sulla socializzazione. La sinistra nazionale al contrario, fa riferimento alla dottrina pura ed originaria di Benito Mussolini (1) al suo spirito riformatore al suo “autoritarismo illuminato”, un modello che non ha avuto il tempo ed il modo di completare il progetto originario.

La cosiddetta “Destra Radicale” a sua volta, ha snobbato pesantemente il tema della Socializzazione e della costruzione della Patria Sociale dal basso (cioè l’avvento della mobilitazione di massa) perché la destra radicale nell’elaborazione dei suoi maggiori riferimenti (Evola e Romualdi jn particolare) lega questo quadro rivoluzionario del 900′ al mito di marca giacobino-progressista generato dalla Rivoluzione Francese. I limiti di questa critica anti-storica della destra radicale al “Fascismo immenso e rosso” ed alla sua origine sanamente giacobina, ha mostrato spesso un volto “incapacitante”; e non tanto per la puntuale critica alla storia ed filosofia della modernità e sulle sue contraddizioni epocali ( ci aveva già pensato ampiamente F. Nietzsche ha denunciare le nefandezze di certa modernità legata alla società di massa ), quanto nell’applicazione politica dei modelli destro-radicali legati ancora “all’ancien regime” e decisamente fuori tempo massimo. In questo purtroppo la destra radicale ha generato di fatto solo psico-drammi individuali incapacitanti e non rivoluzioni politiche fondanti. Negli ultimi anni, l’immaginario della ” sinistra tentazione” e dell’origine eretica del Fascismo (Immenso e Rosso), sta riemergendo con prepotenza tra le giovani generazioni post-ideologiche che fortunatamente stanno lentamente abbandonando il retaggio neo-fascista e riscoprono la feconda origine.

Quanto è importante nell’immaginario politico d’area il ricordo di questo evento? E quanto nel tuo?

Il termine “Area” è ambiguo come quello di “Ambiente” . In effetti c’è dentro di tutto ed il contrario di tutto, ma questo fa parte anche del posizionamento post-moderno e della ri-scrittura degli immaginari, nonché del linguaggio rifondato. In fin dei conti siamo in un grande laboratorio a cielo aperto in cui tutto ed il contrario di tutto convivono alimentandosi reciprocamente. Ribadisco però che oggi il tema della “Socializzazione”, del sindacalismo diffuso, del protagonismo dei corpi intermedi , della partecipazione e dell’azione diretta è condiviso negli immaginari solo da alcune componenti illuminate ed evolute “dell’area-ambiente”. CasaPound ad esempio con il problema della casa e del mutuo sociale, il quotidiano Rinascita, il network dei circoli culturali, il laboratorio della rivista EuroAsia, le case editrici, l’Ass.Popoli ed il suo volontarismo solidarista, insomma la componente metapolitica , evoluta, gramsciana, post-moderna. Per quanto riguarda il mio immaginario, Ti posso dire che incarna la sintesi perfetta tra la ” sinistra tentazione sociale ” è i fautori della cultura della crisi riassunti nel termine ” Rivoluzione Conservatrice” (in particolare Evola, Nietzsche, Junger, Schmidt) ed oggi perfettamente saldati nell’elaborazione del pensiero di De Benoist , C. Terracciano, A.Dughin.

Nel mio lavoro io parto sostenendo l’idea che la socializzazione, più che come progetto politico, sia passato come “mito” nel neofascismo. Tradotto: questa è più il “sogno” di uno stupendo passato, che un ‘obbiettivo per il presente o per il futuro. Più, ricollegandomi alla domanda prima, una suggestione che un progetto. Ti senti di condividere questa mia analisi? In cosa a tuo dire pecca o va approfondita ?

Pecca a mio avviso di un mancato approfondimento critico tipico della “sinistra radicale” , un errore di valutazione inficiato a mio avviso nel vedere nel fascismo, nel neo-fascismo, “nella destra” un unico fenomeno unitario e semplificato, riconducibile ad una variabile autoritaria del capitalismo. L’analisi va invece approfondita , scomposta, frazionata per capire in modo sottile e spregiudicato (e non ideologico) quanto “l’anti-fascismo di sinistra” ad esempio deve al “Fascismo di Sinistra”, cioè alla RSI , al Manifesto di Verona, alla classe dirigenti di sindacalisti allevati dal regime e confluiti nella CGIL, alle fronde artistico-letterarie che si sono battute dentro il regime contro “la destra” e la cultura contro-rivoluzionaria dell’apparato e poi passare nel dopoguerra nel Pci . Quanto deve l’anti-fascismo di sinistra ai temi del lavoro, della partecipazione, della gestione condivisa delle aziende, sugli utili ripartiti, quanto deve alla legislazione sociale avanzatissima ( in tema di scuola, previdenza, maternità, enti, istituzioni ecc….ecc…) una legislazione che ha retto per 65 anni nonostante i cambi epocali vertiginosi. Insomma, avevano perfettamente ragione i radicali di Panella nel 70′ (unici veri anti-fascisti per dna insieme ai rivali gesuiti) quando sostenevano che tutta l’organizzazione dello stato , del lavoro, della previdenza, della cultura in Italia non era anti-fascista ma semplicemente “post-fascista”. Nessuno infatti dopo Mussolini è stato in grado di riformare dalla base il sistema.

Una parte importante della tua vita e della tua militanza passa attraverso la musica “alternativa”. Tanto il “farla” quanto il “riportarla” in vita con DART ( Perimetro, no Dart; Dart nel 1989 era già una esperienza finita). Il tema della socializzazione è presente nell’immaginario musicale?

Domanda intelligente e cattivissima allo stesso tempo! Io direi che il peso che hanno certe tematiche nel nostro patrimonio musicale e pari al peso che hanno avuto nella musica dei cantautori di sinistra: ” tende cioè allo zero”. Se io analizzo compiutamente i testi di Guccini , De Andrè , Lolli , Finardi , De Gregori ecc. ecc. trovo tanta tematica sociale-esistenziale, molto mitizzata, filtrata attraverso la cultura della crisi degli anni ’70 , ma mai niente dedicato alla proposizione di modelli alternativi di stato, lavoro ed economia. Anzi, guardiamoci bene negli occhi. I cantautori prescindono completamente dal tema del lavoro, dello stato, e dell’economia e cercano l’emancipazione totale da essi ritenendoli concetti dell’immaginario “fascista” residui anti-sociali del regime, blocchi sovrastrutturali partoriti dalle contraddizioni dell’epoca industriale. Eppure ad esempio “La locomotiva ” di F. Guccini, lirica incredibile, manifesto epocale di intere generazioni militanti, può essere letta più come il mito jungheriano (l’Operaio sulle scogliere di marmo…) che come mito marxista. Un uomo assoluto, un eroe del lavoro che si fa “Avanguardia” con una azione suicida esemplare vendicativa attraverso la macchina. Se Junger avesse ascoltato La locomotiva di Guccini gli avrebbe regalato una copia del suo “Der Arbeiter” o del suo ” Trattato del Ribelle” ! Nella musica alternativa è stato lo stesso. Ci siamo dedicati alla mitopoiesi, alla piccole e grandi guerre ” sante”, ai nostri eroi sconfitti in tutti i tempi (tra cui ci sono anche Mussolini e la RSI ), alla lotta per l’autodeterminazione dei popoli, all’ecologia , al tema dell’esilio, ma quasi mai alle questioni della riforma dello stato, alle tematiche del lavoro e dell’economia sociale ecc… ecc… Come è invece affrontato il tema più “generico” del lavoro? Vi sono per caso dei riferimenti al riguardo, anche indiretti? Guarda più che al tema del lavoro ci sono molti brani dedicati alla ” disoccupazione ” soprattutto nei gruppi e nei cantautori alternativi degli anni 70′ . La rivolta degli Atenei della Compagnia dell’Anello, la storia del disoccupato napoletano del Vento del Sud ( presentato a Campo Hobbit I) , il mitico pezzo di Fabrizio Marzi “Operaio Botti Peppe”.  L’impronta di tali brani è legata soprattutto alla critica della visione marxista e semplicemente materialista che si aveva del lavoro e della disoccupazione negli anni 70′. Si viveva la crisi del lavoro, si cantava quindi la crisi del lavoro ….

Nella mia ridotta conoscenza della musica “alternativa” ho sempre trovato un fortissimo accento ad altri “temi” e “miti”, forse più generici, come la nazione, il ricordo della RSI, anche di eventi storici specifici come Praga, l’Ungheria o andando ancora più indietro la Vandea. Meno spesso ho incontrato riferimenti all’anticapitalismo, se non in chiave anti-americana. E’ vero o contesti questa mia visione? E se è vero, a cosa è dovuto?

Guarda, la musica alternativa è talmente vasta e complessa che io stesso mi ci perdo dentro e comunque risente sempre del grande laboratorio esistenziale neo-fascista dove ripeto, trovi dentro tutto ed il contrario di tutto. Ad esempio, esiste un ottimo cantautore (Michele di Fiò, fine anni 70 primi anni ’80) che ha pubblicato tutta la sua produzione discografica (tre LP) al tema dell’anti-americanismo e dell’anti-capitalismo (Ad un Passo dal Cielo c’è – Cervello – Cavalcare la Tigre). Il tema della contestazione al capitalismo è molto “filtrato, dissolto e sottile”, fin dai tempi del Bagaglino  (es. i brani Tempo da Lupi ed Il coraggio di dire di No, di Leo Valeriano); nelle canzoni alternative c’è molto di lettura evoliana sulla critica della modernità, sulla critica all’invidualismo borghese, sulla critica alla “vision” economicista della vita e alla società moderna mercantilista. Tieni presente che dai Campi Hobbit e con il movimentismo fine anni ’70 in poi ( sfociato addirittura nello spontaneismo armato) c’è una frattura antropologica assoluta con il neo-fascismo di destra tipico degli anni ’50-’60 e metà degli anni ’70. E’ la generazione dei Marco Tarchi e della Voce della Fogna, di Terza Posizione, insomma di quella sintesi estremamente feconda di persone, gruppi, esperienze che individuano definitivamente nell’occidente liberal-capitalista , individualista , consumista , imperialista, il vero nemico principale da combattere. La generazione post-neofascista di fine anni  ’70 ed ’80 è la perfetta sintesi tra Evola, Del Noce e Pasolini: supera a destra e a sinistra i vecchi riferimenti ideologici cristallizzati, ed anticipa la critica al mondialismo ed alla globalizzazione, recuperando concetti come appartenenza, identità, comunità, sovranità. Perfino quel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI, che si è poi snaturato nella liquefazione post-ideologica stipendiata da Mediaset negli anni ’90, aveva istanze che erano tutto fuorché di destra.

Quando ti ho scritto la prima volta mi hai giustamente bacchettato sulla tua appartenenza non tanto ad un’Area generica, ma alla Sinistra Nazionale. Hai tenuto molto a segnalarmi questa distinzione e pertanto volevo chiederti: quanto importante è il giudizio sulla socializzazione in questa scelta di appartenenza? E’ secondo te una delle differenze principali? O invece, come dicono altri intervistati, è solo una delle tante, come la religione, l’anti-imperialismo etc.etc.?

Io parlo di una “eventuale” sinistra nazionale, di una naturale tentazione innata, e cerco di delinearne un percorso storiografico coerente che attraversa la storia italiana dal periodo risorgimentale in poi; un percorso alternativo e soprattutto contro l’altro filone ideologico del pensiero nazionale: quello nemico della Destra Nazionale. Questo perché per quanto mi riguarda, e l’attuale dibattito mi dà ragione, io sostengo che la destra nazionale è da sempre stata anti-fascista ed ha tradito l’istanza risorgimentale più autentica. Cosi come è sostanzialemente anti-fascista quel pezzo di neo-fascismo che viene infiltrato da metà degli anni ’60, dai servizi di stato, dagli apparati atlantici di servizio, dal vaticano, dalla massoneria monarchica e liberale, dal golpismo da operetta e cosi via. E’ ovvio che chi si rifà al Fascismo come fenomeno storico complessivo vi vede dentro di tutto ma il Fascismo come dottrina ed ideologia è tutto fuorché di destra (piccola chicca in fondo all’intervista). La sua rivoluzione sociale nasce dal basso, dalle trincee, da Fiume (anticipazione del Sessantotto), e viene abbattuta e tradita con un colpo di stato di destra perpetrato da Casa Savoia.

Sempre nella tua mail sei stato molto “duro” nell’individuare il filone erede del discorso sulla socializzazione: mi hai parlato di “Pensiero Nazionale”, dell’Orologio, dell’Istituto di Studi Corporativi. Hai diviso nettamente la Sinistra Nazionale dal resto. Mi piacerebbe mi spiegassi meglio questa tua divisione e quindi perché a tuo dire (come mi è parso di capire) anche l’MSI non potesse considerarsi erede di quel discorso.

Il Msi dei vertici, del doppiogiochismo, dell’anticomunismo etero-diretto non può considerarsi erede del diade Fascismo-Socializzazione. Per la base il discorso cambia. Già dal dopoguerra c’è una spaccatura ideologica, politica ed umana che attraversa coloro i quali provenivano dall’esperienza della guerra e della RSI. Un pezzo di questa generazione viene presa malamente in ostaggio “a destra” e finirà per identificarsi ideologicamente e politicamente, dal 1946, con essa. Da tener presente che nel linguaggio comune, fino al 1946, il fascismo e la destra erano categorie ben distinte. Altri da dentro e fuori il MSI cercano invano di liberare l’ostaggio neo-fascista. I primi a fomentare questo tentativo, dal 1950, furono coloro che gravitavano intorno al gruppo della rivista Pensiero Nazionale. Inoltre, nelle stesse correnti missine di base (mai nei vertici) e tra le organizzazioni reducistiche c’è una profonda spaccatura che vede tra “i sinistri” la Federazione Nazionale dei Reduci della RSI e tra i “destri” l’Unione combattenti della RSI. Ma la spaccatura non avviene soltanto dentro le formazioni reducistiche e all’interno degli stessi congressi missini, nelle sezioni (dove le riunioni finiscono chiaramente “a sediate” come nella migliore tradizione). Ma soprattutto tra le riviste ed i quotidiani di area. Tra i riferimenti metapolitici del periodo primeggia Ugo Spirito, allievo di Giovanni Gentile e teorico di una delle variabili del Corporativismo, molto vicina al modello comunista-sovietico. Un’altra scuola riguarda l’altro filone metapolitico che fa riferimento alla teorizzazione dello stato corporativo di Sergio Panunzio, socialista storico della prima ora e consolidatore dell’ipotesi corridoniana, l’alfiere dell’aristocrazia sociale, padre di quel sindacalismo rivoluzionario che rimane una delle anime incompiute della sinistra nazionale. Le due scuole di pensiero interagiscono e si scontrano con “la destra” per tre decenni, dando origine ad un animato dibattito e animando tra l’altro l’Istituto Studi Corporativi e trovando in intellettuali come Sandro Giovannini, in giornalisti evoluti come Giano Accame e personaggi politici di primo piano come Beppe Niccolai i loro maggior interpreti. A metà degli anni ’60. inoltre, c’è un laboratorio di orientamento gentiliano “L’Orologio”,  che anticipa molte delle tematiche pre-sessantottine. La stessa “Destra Radicale” partorisce in pieni anni ’60 un’anima dichiaratamente “di sinistra”, incarnata nel cosiddetto filone nazional-bolscevico di J. Thriart (La Giovane Europa) , formazione che che in Italia reinterpreta tutta l’opera evoliana ed in particolare “Cavalcare la Tigre” di Julius Evola, dando origine a strutture ed organizzazioni come Primula Goliardica, Lotta di Popolo che rompono sia con il linguaggio, sia gli immaginari sia con il posizionamento politico delle classiche organizzazioni neo-fasciste della destra radicale ( avanguardia nazionale ed ordine nuovo)

Oltre ad essere stato un musicista, e anzi prima di esserlo, sei stato un militante politico. Vorrei se fosse possibile ricostruire, attraverso i tuoi ricordi, come si è sviluppato il dibattito sulla socializzazione negli anni ’70. I gruppi principali come si posizionarono sul tema?

Musicista non lo sono mai stato, casomai sono un militante meta-politico che ha scelto in termini gramsciani la musica come strumento di lotta e di affermazione politica. Io mi definisco tuttora ed in piena de-strutturazione post-ideologica un militante “radicale”; sono appartenuto a quell’area nazional-rivoluzionaria, partorita intorno alla metà degli anni ’70  ed insieme a tanti miei coetanei siamo i “figli eretici” di quella mutazione antropologica che abbandona al suo destino il neo-fascismo anti-comunista di destra per recuperare l’essenzialità del pensiero antagonista. Sintesi incredibile, quindi, di “tentazioni sinistre” (Metropoli, Pasolini, il movimento del ’77) con il radicalismo destro-radicale evoluto (Freda e le Ed. di Ar – Terza Posizione – Orion – L’Uomo Libero) nonché innamorato da sempre di quel fascismo immenso e rosso, di quella tentazione sinistra incompiuta. che attraversa la storia del pensiero nazionale da Carlo Pisacane a Mazzini che passa attraverso Corridoni e De Ambris, Marinetti, Mario Carli e D’Annunzio ed arriva dritta dritta nella rossa Salò. Il tema della socializzazione e del fascismo immenso e rosso ci ha dato la possibilità sul finire degli anni ’70 di superare spesso la sinistra a sinistra, nei dibattiti, nelle assemblee, di proporre modelli sociali e comunitari molto simili a quanto applicato in numerose lotte di liberazione nazionale. Modelli che attraversano trasversalmente il nazionalismo arabo , il bolivarismo latino-americano, e le lotte identitarie in Europa ( Irlanda del nord, Bretagna, ). Mentre la destra nazionale codina ed anti-fascista si è sempre posizionata contro questa eretica sintesi : la sintesi feconda tra il pensiero sinistro-nazionale e quello destro-radicale-evoluto.

Nel tuo saggio breve La crisi della Destra Radicale, hai segnato gli anni ’70 come una “rottura antropologica” rispetto al passato, quale è stato il ruolo della socializzazione in questo?

Il tema sarebbe molto lungo da affrontare. Ci sarebbe da analizzare cosa stava succedendo in quel momento sia nel contesto internazionale , sia a livello italiano nel panorama politico. Possiamo semplicemente dire che paradossalmente perfino dentro la destra istituzionale missina si rompe intorno al 1975-76 quell’ assetto reazionario che vedeva la propria funzione semplicemente in chiave anti-comunista e di partito dell’ordine e si percepisce che la crisi è complessivamente del sistema (infatti, Almirante recupera l’Alternativa al sistema come slogan guida). E anche in questo contesto che riemerge sia tra le “fronde istituzionali e non “la mai sopita tentazione”, cioè di riproporre le tematiche incompiute del “Fascismo di sinistra”, compresa la diade Fascismo-Socializzazione come modello risolutivo per tutti i problemi che piagano l’Italia negli anni 70’… Si ha con chiarezza la percezione che la contrapposizione di capitale/lavoro deve essere definitivamente risolta e superata , che il sindacato partecipativo deve riperendere il suo ruolo propulsivo e di avnguardia per non diventare apparato burocratico di ostruzione politica, che la corporazione proprietaria teorizzata da Ugo Spirito e/o il modello dello Stato Corporativo di Sergio Panunzio ( i migliori interpreti della scuola filofosica gentiliana ) hanno ancora un loro attualissimo e concreto valore. Sul piano politico, ad esempio, il MSI sperimenta il concetto di Lotta Popolare spiazzando i coinquilini di destra entrati nel partito nel 1972′ (tanto che, nel 1976, pilotati dalla P2 usciranno in blocco dal MSI con Democrazia Nazionale). Per non parlare poi dei nuovi gruppi extra-parlamentari che dal 1977 danno vita ad una vera e propria svolta “antropologica” e dottrinaria come Terza Posizione ( che arriva ad abbracciare i modelli di socialismo nazionale latino-americani come il peronismo, il sandinismo ed il castrismo) e Costruiamo l’azione che teorizza addirittura sulle orme della “Disintegrazione del sistema” e del Comunismo Gerarchico” di F. Freda la cosidettà unità di generazione con la sinistra extra-parlamentare. Insomma esperienze che hanno dei profili ideologici legati molto di più alla sinistra fascista interventista e corridoniana, al fiumanesimo dannunziano ed al sansepolcrismo , piuttosto che la visione contro-rivoluzionaria alla destra nazionale storica o della deriva contro-rivoluzionaria destro-radicale… Infine, è proprio la ” nuova destra ” di Tarchi e Veneziani che riprendendo De Felice, rilancia all’interno dell’eleborazione metapolitica la vocazione originaria del Fascismo e dei suoi istituti giuridici e sociali, inserendo definitivamente il Fascismo all’interno di quel contenitore più vasto che si chiama rivoluzione conservatrice europea.

Passando al decennio successivo, gli ’80 li vedi come un periodo di riflusso (visione esistente “a sinistra”, per quanto contestata da vari autori)? Da quanto ho potuto leggere nel tuo saggio “La crisi della Destra Radicale” la risposta sarebbe un “ni”, ma ero interessato ad avere maggiori delucidazioni.

Gli anni 80′ sono stati caratterizzati da un avanzamento complessivo del modello antropologico ex-neo-fascista ed è stata paradossalmente proprio la destra radicale ( cioè il perimetro metapolitico più avanzato) l’avanguardia di questa mutazione antropologica ; mutazione che addirittura è riuscita a superare per temi e sensibilità la sinistra a sinistra. E’ indubbio che mentre la spinta neo-marxista degli anni 70′ andava profondamente in crisi di fronte alla fine del modello Est-Ovest e all’implosione dello scontro nord-sud , il perimetro metapolitico della destra radicale soprattutto italiana precedeva e precorreva i tempi. Basta rileggere le pagine di Diorama. Letterario, Orion , Trasgressioni, Orientamenti e Ricerche l’Uomo Libero negli anni 80′, per capire un tale avanzamento di analisi e proposizioni . Il tema della globalizzazione , delle nuove battaglie epocali, del nuovo posizionamento geopolitico mondiale sono stati anticipati di circa un ventennio. La stessa “Destra istituzionale” missina ha risentito di questo avanzamento antropologico risultandone profondamente influenzata ( basta rammentare il progetto dello sfondamento a sinistra teorizzato per ben 15 anni da Pino Rauti ). Questa spinta paradossalmente si è interrotta proprio intorno al 92-94′ , cioè con la fine della prima repubblica, con l’avvento della liquefazione post-ideologica di Berlusconi che ha riposizionato il baricentro verso la deriva reazionaria destro-nazionale, inglobandola opportunamente e ridimensionandola completamente nel gioco politico.

Nel tuo Tentazione Sinistra, ho letto invece, in parte con sorpresa, il termine socialismo. Che rapporto c’è tra socializzazione e socialismo per te ? Ricomposizione capitale/lavoro e lotta di classe possono dunque convivere ?

Tra socialismo ” nazionale” e socializzazione ? Nessuno; la socializzazione è uno degli strumenti di applicazione diretta e concreta in politica economica dei principi ispiratori del socialismo nazionale ( o della sinistra nazionale, chiamala come preferisci ) , in cui si supera la tricotomia capitale/lavoro/classe in nome dell’ adesione alla comune “Patria Sociale”, alla comune “Nazione Sociale”, alla comune ” Tradizione Identitaria Originaria “, al modello platonico mai superato del cosiddetto ” Comunismo Gerarchico “. E’ logico che prima va sconfitto politicamente , culturalmente il modello occidentale neo-capitalista ; questo passaggio credo sia obbligato per tutti coloro che aspirano alla “Liberazione”. Va sperimentato ovviamente come applicare questo quadro alla dimensione post-moderna , va definita la sfida. E’ ovvio che deve essere superato il tema ottocentesco della classe internazionale degli sfruttati , perché siamo oltre la contraddizione industriale ed anche post-industriale. Ogni modello nazionale e culturale deve rivitalizzare in sé “le persone e le risorse” oltre le classi di appartenenza, nel comun denominatore post-ideologico ed originario del “territorio” della comunità di appartenenza. Siamo in grado di reggere tale sfida ? Siamo in grado di superare gli ambigui termini ottocenteschi di destra e di sinistra (già morti a mio avviso all’inizio del 900′) e proporre qualcosa “che sappia di Et Et e non di Aut Aut ” ?

Guardando all’oggi e al domani, vedi una ripresa della tematica “Fascismo – Socializzazione” nell’Area ? Può essere il tema attraverso cui la “Crisi della Destra Radicale” avrà definitivo termine, trasformandosi nell’alba di una nuova identità e pratica politica?

Il tema Fascismo-Socializzazione così come lo abbiamo conosciuto è affidato ormai alla storiografia , alla dottrina, all’accademia, allo studio, alla ricerca, almeno nei termini con il quale fu proposto a metà nel 900′. Sarebbe interessare invece indagare su come proporre un modello complessivo di sovranità monetaria, economica, politica, culturale e soprattutto militare fuori e contro l’orbita Usa-Nato-Occidente , magari creando una alleanza post-moderna con la sinistra radicale anch’essa ormai minoritaria nella mobilitazione dal basso ( insomma proporre un magico Et Et anziché la stanchezza dell’Aut Aut !!) ; vedere magari come legare il risveglio dei cosiddetti “pantheon plurali” ( Russia – Cina – India – Mondo Arabo e area latino-americana) e legarlo alla logica evoluzione dell’ Italia” come “Patria Originale” di modelli sociali alternativi . Insomma un progetto latino-mediterraneo attento ed alleato del risveglio multipolare. Se il Fascismo ha avuto una sua innata ” potenzialità universale” non è detto che dentro queste aree geopolitiche, si possano generare humus ideologici equivalenti , cioè simile a quel ceppo antagonista ed eretico scaturito dalla cultura della crisi del 900′ : una nuova “sinistra tentazione” , una nuova feconda sintesi rivitalizzata di Fascismo e Socializzazione.

In quanto al declino della ” Destra-Radicale” la vedo dura. Intanto perché la crisi della cosiddetta destra radicale è dipesa dalla convergenza devastante di tre fattori che dal 1992′ ne hanno devastato l’humus culturale e meta-politico : 1) La liquefazione post-ideologica ed il trasformismo delle classi dirigenti ex-destro radicali convertite al Berlusconi-pensiero e messe acriticamente a stipendio Mediaset. 2) L’imperversare delle mode pre-politiche neo-nazi e skinhead di derivazione anglo-sassone, mode musicali e da stadio che hanno finito per fagocitare le aree giovanili limitrofe alla destra radicale ” avvelenandone” lo stile, il tessuto ideologico, la spinta mobilitativa rivoluzionaria degli anni 70′ ed 80′. 3) Infine le pallide derive nazional-populiste (legate purtroppo “umanamente” alla destra radicale) che sono state relegate ad abbaiare all’islamico allo zingaro e al rumeno di turno; esiliate quindi nelle classiche battaglie di retroguardia ne più ne meno come accadde per il neo-fascismo, preso in ostaggio “a destra” dal 1946 in semplice funzione anti-comunista. Insomma la crisi della destra radicale mi sembra piuttosto “irreversibile” mentre la naturale evoluzione della diade “gianica” (…dal Dio Pagano Giano) Fascismo-Socializzazione, avendo dentro Sé il seme dell’Eterna Romanità mi sembra più esperibile dentro le nuove sfide epocali.

a cura di Matteo Cavallaro

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