Sulla socializzazione/2

Matteo Cavallaro è un giovane studente della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e un militante controverso di Rifondazione comunista. Per la sua tesi di laurea: Il mito della socializzazione, ha realizzato  una serie di interviste a diverse personalità di area, fra le quali Gabriele Adinolfi. Nel testo che segue.

La redazione

Come primo punto mi piacerebbe una breve auto-descrizione del tuo ruolo e del tuo gruppo. Una breve “nota introduttiva” insomma.

Il mio gruppo, di cui fui fondatore e capo insieme a Peppe Dimitri e Roberto Fiore, ovvero Terza Posizione, nascque dal desiderio di organizzazione giovanile nel 1976 nel pieno di una guerra civile strisciante, di una rivolta giovanile di cui ci sentivamo parte integrante e di un’apparente instabilità politica accompagnata da una tendenza di autoritarismo democratico. Stanchi della dialettica Fronte Rosso – Reazione cercavamo una sintesi rivoluzionaria sulla falsa riga delle rivoluzioni nazionali tra il 1920 e il 1940, che,avevano offerto un altro modello sociale, culturale e politico. Terza Posizione, movimento di fatto giovanile, accentuò i toni del radcialismo tradizionale sul piano esistenziale e di quello sociale dal punto di vista politico.

Scendendo nel tema della tesi invece, ti chiederei proprio al brucio, per iniziare, una descrizione sintetica, tre righe proprio, con giudizio, della socializzazione. La approfondiremo più avanti nell’intervista, ma serve per sottolineare da subito quali sono i caratteri per te davvero importanti di quell’esperienza?

L’importanza della socializzazione a mio parere non sta tanto nella partecipazione agli utili dei lavoratori (questo può avvenire in una logica capitalista nazionale e persino cosmopolita) quanto la loro partecipazione alla responsabilità e alla gestione dell’impres in una logica di socialismo attivo e pragmatico che supera le barriere di classe e riporta il lavoro al livello del capitale. Inoltre la socializzazione, nel rendere merito e compenso a chi lavora, , sfugge alla trappola dell’assistenzialismo di uno “stato sociale” improntato alla retorica dei diritti che puntualmente apporta paralisi e passività.

L’esperienza della socializzazione è a tuo dire un patrimonio condiviso da tutta la c.d. “Area”? Sarebbe interessante, se te la sentissi, distinguere tra l’eredità come “immaginario” e l’eredità come “posizione politica”. Quanti cioè la portano “nel cuore” di militanti come uno splendido passato, ma appunto passato, e quanti invece la ripropongono in chiave presente e futura.

E’ mio parere che per la cosidetta area la socializzazione sia uno slogan, oltretutto non condiviso universalmente, e che non ci sia molta competenza in materia. Proprio in questi mesi con il Centro Studi Polaris che animo stiamo cercando, tra le altre tematiche, di stabilire quale attualità possa avere la socializzazione, ovviamente aggiornata. Da non confondersi con la retorica dell’emergenza capitalistica che per “socializzazione” intende quella delle perdite e una mentalità di copertura della flessibilità.

Quanto è importante nell’immaginario politica d’area il ricordo di questo evento?

Direi quasi per niente. L’area negli ultimi anni si è articolata soprattutto su temi filosofici e/o estetici.

A tuo dire questa eredità come si è trasmessa? Più in forma scritta o in forma orale? Più per immagini e suggestioni o attraverso analisi e ricerche?

Decisamente in forma orale.

Nel mio lavoro io parto sostenendo l’idea che la socializzazione, più che come progetto politico, sia passato come “mito” nella c.d. “Destra Radicale”. Tradotto: questa è più il “sogno” di uno stupendo passato, che un ‘obbiettivo per il presente o per il futuro. Più, ricollegandomi alla domanda prima, una suggestione che un progetto. TI senti di condividere questa mia analisi? In cosa a tuo dire pecca o va approfondita?

L’analisi è sostanzialmente corretta.

Per concludere questa parte molto generale, se mi dovessi consigliare due testi, qualsiasi, su questa esperienza, quali sceglieresti?

L’Italia del XX secolo di Rutilio Sermonti.

Approfondiamo ora il discorso sulla socializzazione in senso storico. Siamo nel 1944, c’è la guerra, la RSI, il difficile rapporto con i tedeschi. Viene tuttavia deciso, in questo clima di incertezza e anche un po’ di scoramento di varare il decreto sulla socializzazione? Perché secondo te? Motivi propagandistici, la voglia di lasciare un testamento, l’idea che la vittoria passasse dal fare un passo aggiuntivo nella “rivoluzione fascista”?

Per vari motivi. Innanzitutto c’è un continuum nella politica mussoliniana, e la Rsi è parte di quel continuum molto più che non uno strappo; proprio Sermonti ci dimostra che la Socializzazione era stata decisa per legge già prima della guerra. Ritengo che Mussolini abbia voluto quindi consegnare come messaggio la realizzazione del suo programma insieme ad una dimostrazione: la sua efficacia. Ed è sbalorditivo che i conti della Rsi, in piena guerra, siano risulti attivi! A questa doppia sfida se ne deve aggiungere una terza: Mussolini pensava di lasciare un esempio e un modello da cui rinnovare l’Italia, non è un mistero che egli vedeva il futuro del movimento fascista a sinistra e ciò sarebbe accaduto se fossero mancati i linciaggi compiuti dai comunisti nel 1945 e 1946. Ciononostante ben 35.000 volontari della Rsi nella contrapposizione del dopoguerra scelsero la sinistra, persino il Comandante della flotta, ammiraglio Ferrini prese la tessera comunista eppure fu il primo Presidente dell’Associazione di Reduci con la benedizione di Junio Valerio Borghese.

Per quale motivo non vi si è arrivati prima ? Non è forse stato un provvedimento “tardivo”?

Vedi sopra. Aggiungerei che la politica mussoliniana fu quella di una progressiva riforma strutturale e che dovette adeguarsi di volta in volta alle circostanze, ciononostante fu linearissima.

Una domanda se vogliamo banale e scontata: la socializzazione fu una rottura rispetto al corporativismo? O ne fu la legittima continuazione?

Né l’uno né l’altro, ne fu una legittima continuazione. Se persino la socializzazione può essere antisociale (dipende da come la s’incarni) il corporativismo può essere a sua volta progressista o fattore di paralisi sociale.

Dopo il decreto nella RSI ci sono stati altri esempi nel mondo simili o almeno paragonabili ad esso? Penso a possibili somiglianze con alcuni aspetti del capitalismo renano o con l’importanza della CGT nel regime peronista. Quali differenze strutturali e strategiche vedi tra questi progetti?

Io penso che sia la logica intrinseca a caratterizzare le esperienze (l’albero è nel germoglio…). Se la logica di responsabilizzazione è legata ad una percezione di comune destino e di organicità sociale, siamo di fronte ad un evento che io definirei rivoluzionario, se serve soltanto a meglio distribuire i dividendi e a fidelizzare gli operai all’azienda allora siamo in una logica di capitalismo illuminato. Il peronismo originario fu soprattutto orientato ad una concezione rivoluzionaria tant’è che fu rovesciato dallo Stato Maggiore, dall’Alto Clero e dalla diplomazia americana, ovvero dalla Reazione.

Da cosa “nasce” invece la scelta socializzatrice? Quali strumenti di analisi e quali fini vedi dietro a quel decreto? Giustizia sociale e analisi “di classe”? Il passo successivo verso la costruzione di una “società organica”?

Direi che siamo nella logica mussoliniana il quale negli anni Dieci decide che l’internazionalismo e la lotta di classe senza soluzione sono elementi negativi o addirittura reazionari. In pratica ritiene che la lotta di classe, sdrammatizzata nei toni e nei miti, vada invece inserita in un corpus nazionale trovando soluzione tramite il socialismo di trincea, il socialismo di cameratismo che permette di aggredire gli egoismi individuali e di classe. Direi che questa è la logica che soggiace alla socializzazione mussoliniana in cui il Cesare è visto, da legislazione augistea, come il tribuno del popolo, colui che insieme con la moltitudine e con le squadre mette il freno ai capitalisti che per il bene comune non intende però eliminare. La socializzazione s’intende quindi, a mio avviso, come maggior dinamica per le moltitudini oltre che come responsabilizzazione dei lavoratori e rivalutazione del lavoro.

In cosa si differenziò maggiormente dal normale sistema capitalistico? Rispetto ad esso fu una riforma delle sue storture o una vera e propria rivoluzione?

Qui siamo alle interpretazioni delle parole. Cosa s’intende per rivoluzione? Se s’intende sradicamento, tabula rasa per costruire tutto da zero no, se s’intende invece trasformazione dei rapporti fisici e mentali e della valenza delle parti sì. Io per rivoluzione intendo la modifica delle premesse (e quindi delle conseguenze) non l’eliminazione delle componenti che mi par più una sorta di utopia messianica accompagnata da febbre di annientamento, dunque risponderei affermativamente.

Ed in cosa dagli esempi di socialismo che si sono succeduti nella storia contemporanea?

I socialismi della storia contemporanea – parlo qui dei modelli e non dell’ideologia – hanno dato per scontato che dovessero affermare la collettivizzazione, l’abolizione della proprietà privata e la garanzia del posto di lavoro; ciò ha comportato una passività e non una corresponsabilità che ha finito col far retrocedere le condizioni materiali e morali del “proletariato” anziché superarle in qualcosa di più attivo e di più evoluto. Direi che il socialismo “positivo” ha dato un’interpretazione savonaroliana di Marx mentre Mussolini ha provato a dargli una soluzione nietzscheana.

Come vedi il rapporto tra socializzazione e stato? Come si collegano, come si influenzano, cosa legittima cosa.

Non c’è una risposta universale e sistematica. Diciamo che in un’ottica rivoluzionaria lo Stato ha più bisogno della socializzazione di quanto la socializzazione l’abbia dello Stato.

Come consideri le critiche dell’ala evoliana del neofascismo alla ripresa del tema e della bandiera della socializzazione?

Datate e detreminate dal fastidio di fughe nella tentazione demagogica. Ma ognuno ha il suo specifico, Evola è una sorta di esistenzialista metafisico, non si dovevano chiedere a lui pareri sulla politica. Aggiungerei che nella logica guerriera, quella che Evola evoca, la socializzazione mussoliniana rientra perfettamente, come mentalità e come spirito.

Per concludere, lavoro e capitale sono per te termini antitetici? O termini che si completano a vicenda?

Sono termini antitetici che si completano a vicenda. Come uomo e donna, come pace e guerra, come solve et coagula. Forse quel che più mi piace nella socializzazione è proprio il fatto di cercare l’equilibrio senza sfuggire il conflitto. Altri, quelli delle destre conservatrici, in modo speculare ai critici comunisti che la denunciano, vi apprezzano invece la “pace sociale” che a mio avviso non esiste senza una tensione continua altrimenti scaturisce in dittatura del capitale.

Possiamo dire, dopo il crollo del muro di Berlino, che il “round” della lotta per la supremazia economica del Novecento è andato al capitalismo. In queste condizione una strategia che miri ad instaurare un rapporto capitale/lavoro come quello dell’ultima RSI è per te una risposta ancora attuale al capitalismo? E’ una alternativa percorribile o ora ci sono nuove vie? O, viceversa, non c’è più alternativa credibile al capitalismo?

A mio avviso viviamo in un’era nuova del capitalismo. Senza troppo enfatizzarlo, il libro di Tremonti “La paura e la speranza”. di cui per inciso non condivido quest’ultima, contiene quell’uscita propagandistica sul “mercatismo” che non è peregrina. La domanda da porsi oggi, a mio avviso, è se quello che si verifica, con i grandi gruppi continentali che si designano, comporterà o meno una ricomposizione “nazionale” sia pure a scala allargata. Se sì, allora la socializzazione tornerà ad avere un ruolo dopo che, però, da parte dei non sfruttatori si sarà sviluppata una logica di autonomia e dalla parte della politica, recuperata al suo ruolo, partiranno una serie di spinte alla nazionalizzazione che, come in Russia, dovrebbero orientarsi ad economia mista.

Le esigenze sociali che portarono al decreto sono mutate? O ritieni che la società, pur essendo cambiata in 60 anni, abbia ancora bisogno di una forma alternativa, anche non necessariamente socializzata, di impresa?

Le esigenze sociali sono mutate eccome. Ma la società ha ancor più bisogno di una forma alternativa d’impresa.

Molta della riflessione, soprattutto da parte evoliana, sottolineava come la socializzazione mirasse alla costruzione di una società organica, più che a riflessioni di stampo “economicistico”. C’è ancora spazio per un discorso ed una analisi simile al giorno d’oggi?

A mio avviso questo è stato sempre un discorso ozioso.

Sul futuro, credo si possa fare una sola domanda, apertissima: partendo da oggi quali passi seguiresti per vedere applicata quell’ormai celeberrimo decreto?

Come ti anticipavo alcuni stanno studiando proprio questo argomento e tra un mese e mezzo potrei risponderti concretamente. Il fatto però è che oggi noi viviamo in una società cosmopolita e speculativa, in cui lo Stato conta sempre di meno e l’economia è sempre più interconnessa ma, allo stesso tempo, parcellizzata. Precariato, disoccupazione, eserciti di manodopera di riserva pullulano. C’è il rischio concreto di fare della filosofia. Io sono più orientato ad esempi di azione diretta, di autonomia sociale, di proprietà sociale, di cooperativismo, nell’attesa che si possa delinere uno spazio di ricostruzione in cui la socializzazione attualizzata dovrebbe giocare un ruolo significativo.

Se il giudizio storico su di essa generi/rispecchi una “frattura” tra un neofascismo “di sinistra” ed uno “di destra”, come già alcuni autori individuano una frattura dentro al fascismo.

Il fascismo non è di destra o di sinistra, è di destra e di sinistra. L’ossessione di portarlo da una parte o dall’altra è continuativa ma è profondamente, direi ontologicamente, priva di senso.

Quali siano gli strumenti di analisi della società che ora come ora vengono usati nella DR. Quali invece dovrebbero essere usati?

Non mi pare che si utilizzino “strumenti di analisi” ma concetti. Per come la vedo io gli strumenti adottabili sono molteplici, dallo strutturalismo, all’economicismo, dalla geopolitica alla metafisica, dalla fenomenologia al complottismo, dal simbolismo alla sociologia. Il fatto è che vanno sia integrati che equilibrati e ciò è possibile solo se si abbia acquisito la complessità sintattica del fascismo, se si sia metabolizzata quasi come una seconda natura la gerarchia dei piani e delle componenti, se si sia raggiunta una lucidità di sguardo frutto della sintesi e dell’assunzione di una concezione simmetrica e non dualistica rispetto a tutte le cose. In altre parole, a mio avviso il problema non sta negli strumenti ma negli uomini, ovvero nella scarsezza e nell’inadeguatezza delle gerarchie, problema atavico del neofascismo.

a cura di Matteo Cavallaro

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