Le stelle del duce

Cinema, sport e regime fascista in quindici biografie esemplari

È uscito in libreria per la casa editrice Hobby & Work il volume del giornalista Sergio Vicini Le stelle del Duce. «Consulente editoriale e conoscitore della storia della cultura europea… [Vicini] si è specializzato nello studio delle ideologie di massa e dei “tre totalitarismi” del Novecento (Fascismo, Nazismo e Comunismo)».I lettori non si aspettino dal presente infiorate e divinazioni dei quindici personaggi dello sport e del cinema ivi raccontati.
Al contrario. Pregi e difetti tra pubblico e privato, unitamente al complesso periodo storico di cui sappiamo tutti più o meno, affiorano lucidamente in uno stile, quello dell’autore, semplicemente ma corposamente chiaro e limpido.

A detta de Il Domenicale uno scrittore, il nostro, che «ha il dono di saper divulgare la Storia in modo serio ma non serioso. I suoi libri sono per il grande pubblico, per l’uomo comune, anche colto, insomma per noi tutti». Talmente scattante è la narrazione che non si ha il tempo di solleticare la mente con altre fantasie.

La concentrazione è totale su loro, atleti ed artisti, e talvolta si rimane stupiti dai personali retroscena esistenziali. Su tutto e tutti, poi, aleggia la possente macchina della Propaganda (qui nello specifico dell’allora Regime Fascista) che da migliore tradizione ancora in voga anche se con differenti ed alterne colorazioni ed argomentazioni, seppe, ha saputo ed ancorstelleduce_fondo-magazine sa mescolare, agitare, edulcorare, dire, fare e tacere.

E sovviene, ad esempio, la divulgazione sportiva russa o cinese, quasi se non pari ad una vera e propria vulgata. Una speciale nota di merito spetta alla finale bibliografia di riferimento. Vi si ritrovano tracce di volumi ed editori della vera cultura italiana (Vallecchi e Bulzoni, tanto per citare) ormai offuscati dal tempo.
Un volume su tutti: Atleti in camicia nera di Renato Bianda, Volpe, 1983, contenente un’appassionante intervista a Vittorio Mussolini. 15 personaggi tra sport e cinema, famosi, celebri, illustri.
«Le stelle racchiuse in questo libro sono quelle che raggiungono il successo di massa entro limiti cronologici ben precisi. Cioè fra l’inizio degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Vale a dire nel decennio in cui il Fascismo riesce ad esplicare la maggior presa sulla società italiana. Soprattutto negli anni Trenta, gli italiani scoprono il divismo, sia nel cinema che nello sport, anche perché i nuovi mezzi di comunicazione (cinematografia, radio, cinegiornali) permettono un’espansione de fenomeno impossibile fino al decennio precedente».

Ed il loro ricordo ancora perdura nella memoria. Racconti materni di nostalgica nuance e reminiscenze infantili che mi richiamano loro immagini in bianco e nero passate in televisione grazie ad incredibili palinsesti. «È il 1941. Le sale cinematografiche sono gremite. Il pubblico fa la coda per vedere un film. Si intitola La cena delle beffe.

Vi recitano alcuni dei nomi più famosi del cinema italiano: Amedeo Nazzari, Osvaldo Clara Calamai, Valenti e Luisa Ferida [nella foto sotto a destra]. Ma non è tanto il cast d’eccezione a richiamare gli spettatori, quanto una notizia che si è diffusa in un battibaleno: si vedrà il seno della Calamai!…». Primo Carnera, Tazio Nuvolari, Alfredo Binda e Learco Guerra, Giuseppe Meazza, Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Clara Calamai e Doris Duranti, Isa Miranda ed Alida Valli, Elsa Merlini ed Assia Noris.
Tutti pionieristici nello sport e nel cinema. Tutti artefici della loro storia e, senza ombra di dubbio o vergogna da nascondere, di quella a seguire.
La parola ora passa all’autore del volume, Sergio Vicini, ed al suo editor Hobby & Work, Luigi Sanvito.
Li ringrazio entrambi per la più completa disponibilità alla realizzazione della cui a seguire intervista e, soprattutto, sono loro grata per le varie conversazioni telematiche intercorse nonostante la “pensiamo diversamente”. Ciò non si è assolutamente ferida-e-valenti_fondo-magazinerivelato come un impedimento alla comunicazione. Anzi… “Ma questa – come direbbe H. C. Andersen – è un’altra storia….”.

Sergio Vicini, in questo suo nuovo volume 15 personaggi in 10 capitoli ancora famosi di molto nonostante siano passati tanti anni. Chi sono? Perché e come li ha selezionati?

Con le quindici biografie contenute nel libro ho cercato di tracciare un quadro il più completo possibile sui divi dello sport e del cinema durante il Ventennio. Personaggi come Primo Carnera, una vera manna per la propaganda, o come Giuseppe Meazza sono entrati profondamente nel cuore degli italiani e per molti aspetti hanno rappresentato uno dei volti dell’Italia fascista. Ma allo stesso tempo, antagonisti implacabili come Alfredo Binda e Learco Guerra oppure Tazio Nuvolari e Achille Varzi hanno acceso la passione degli italiani che si sono immedesimai nelle loro gesta. Non vanno dimenticati neppure i grandi divi del cinema: il solido Amedeo Nazzari, il grande Vittorio De Sica, le fatali Doris Duranti e Clara Calamai, la splendida Alida Valli. Uno spazio di tutti rispetto è riservato anche a Elsa Merlini e Isa Miranda, vere attrici di rango, come pure ad Assia Noris e alla “coppia nera”, Luisa Ferida ed Osvaldo Valenti.

Quale, tra loro, il più eccentrico? Il più egocentrico? Il folle? O altro a suo piacimento? Personalmente ho trovato l’espressione su Tazio Nuvolari “un intellettuale del volante” (pag. 41) calzante ed innovativa. Dunque non solo muscoli e sudore ma anche cervello…

Direi che il più eccentrico di tutti era proprio Osvaldo Valenti. Un uomo con l’anticonformismo nel sangue, un gaudente che si divertiva a far impazzire i tronfi gerarchi del Fascismo, negli anni Trenta ormai bolsi e imborghesiti, facendone caricature spietate; un uomo che sfidava l’ira di Achille Starace quando, in piena campagna contro il “Lei” in favore del virilissimo “Voi”, usava la seconda persona plurale per interpellare il suo cane. Un gusto per la trasgressione e l’anticonformismo che ha pagato con la vita.

Quale, tra loro, ha preferito e quello che ha meno amato?

Il mio preferito è senza dubbio Learco Guerra. Per almeno tre motivi: in primo luogo aveva una carica di umanità impressionante; in secondo luogo sono un appassionato ciclista; in terzo luogo vivo da due anni a Mantova, e quindi con la mia bicicletta da corsa percorro le stesse strade su sfrecciava lui. Per carità, con la piena consapevolezza che non sono una “Locomotiva umana”, al massimo un “Trenino Lima”. Non c’è uno di questi personaggi che non ho amato. Anche perché quando si entra nelle vite di queste persone se ne colgono splendori e miserie, grandezze e meschinità, se ne ha, insomma, uno spaccato che rende in qualche modo intimi, e allora diventa difficile non affezionarsi…

Da cosa sono uniti tutti questi personaggi? Forse dallo Spettacolo e dal Nazionalismo? Dal Sentimentalismo? Da altro…?

Sono uniti prima di tutto dal fatto che vivono in un’epoca molto complessa e in un Paese schiacciato da una dittatura. E quasi tutti si lasciano usare dal Fascismo come strumenti di propaganda più o meno diretta, e allo stesso tempo lo usano per assicurarsi privilegi e immunità, salvo poi scendere di corsa dal “baraccone” non appena le cose si mettono male.

Quale il loro destino o fine, al tramonto del Fascismo e dopo?

Mi rifaccio a quanto detti prima. Quasi tutti, tranne quelli che erano troppo compromessi o che non si sono precipitati a voltare gabbana o semplicemente non hanno capito cosa stava succedendo (Doris Duranti, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida), hanno tranquillamente ripreso la loro attività nell’Italia repubblicana.

Ciò che mi ha colpito è stato l’antagonismo puro tra alcuni di loro. Una sana competizione tra bravi senza sofisticazioni sia nel pugilato che nell’automobilismo, ciclismo, calcio….

Sì, è vero, soprattutto nello sport si assiste a scontri dai tratti epici. Bisogna però intendersi sul significato di “sana competizione senza sofisticazioni”: se lo intendiamo una preparazione atletica tutto sommato artigianale e non iperspecializzata e tecnicalizzata come oggi, allora è senza dubbio vero; non bisogna però dimenticare che il doping era ben presente anche allora, e lo stesso Alfredo Binda ammette di aver preso una “bomba” che lo ha fatto sfrecciare come un siluro per dieci minuti, salvo poi inchiodargli le gambe. Non mancavano neppure gli incontri truccati e molti dei primi match di Primo Carnera lo erano.

E nel cinema: divi o divinità della pellicola? Artisti di talento o per scelta anche del caso?

In generale erano attori di grande talento. Al punto che le loro interpretazioni funzionano ancora oggi. Però mancava loro il respiro internazionale. Nessuno di loro riesce a “sfondare” all’estero.

Tutti i suoi personaggi si riconobbero nel Fascismo? O meglio diciamo “Divi in camicia nera” o “Stelle del Duce”?

Direi proprio di no. Qualcuno aveva addirittura un passato da militante socialista, penso ai due ciclisti Guerra e Binda. In generale, c’era in quasi tutti una forte venatura di patriottismo, e ai loro occhi la patria e il Fascismo erano la stessa cosa: l’amore per la patria coincideva con l’apprezzamento per chi, secondo quanto scandito dalla propaganda, aveva reso grande l’Italia.

Nel suo libro Sport e Cinema connotati nel periodo del Fascismo da quale fil rouge? Da quale collegamento?

Lo sport e il cinema sono due termometri fondamentali della società e della cultura che in essa si respira: il cinema dà una rappresentazione visiva degli stili di vita dell’Italia degli anni Trenta; mentre lo sport diventa l’esemplificazione della grandezza dell’italiano nuovo creato dal Duce. O grandi eroi dello sport incarnano il modello virile da imitare, ovviamente subito dopo quello di Mussolini che rimane “il primo sportivo d’Italia”.

Pro e contro del Fascismo in questi due campi?

Per quanto riguarda lo sport, credo ci siano solo aspetti positivi. Il Fascismo ha dato una spinta fondamentale allo sviluppo delle strutture sportive. Anche per quanto riguarda il cinema, non vanno dimenticati il supporto fornito alla nascita di Cinecittà e soprattutto la creazione del Centro sperimentale di Cinematografia, da cui sono usciti alcuni dei migliori registi del secondo dopoguerra. Fra l’altro, nel Centro sperimentale insegnavano anche alcuni antifascisti.

Un suo giudizio sulla cultura fascista?


Personalmente nutro sempre forti perplessità quando si accosta un aggettivo al termine “cultura”..
Se invece vogliamo parlare della cultura sviluppatasi durante il Fascismo, allora sono convinto che personaggi come Bottai, seppure involontariamente, abbiano dato un contributo fondamentale alla cultura di alto livello che viviamo ancora oggi; è infatti ampiamente noto che la sua nidiata allevata sulla pagine di “Critica fascista” abbia costituito la punta di diamante della cultura nell’Italia repubblicana.

A conclusione, un accenno ai suoi libri precedenti?

Mi piace, in particolare, ricordarne due. Il primo si intitola Lupo Vigliacco ed è una biografia di Roberto Farinacci. Il titolo è preso da una definizione data da Curzio Malaparte al ras di Cremona; una definizione che rende alla perfezione i margini di ambiguità in cui quell’importante esponente del Fascismo intransigente si muoveva. Il secondo si intitola Le 100 grandi donne ed è un tentativo di costruire una sorta di piccola enciclopedia che attraverso 100 biografie identifichi le esponenti del gentil sesso che hanno segnato nel bene e nel male la storia dell’umanità.

Luigi Sanvito, come e quando nasce la casa editrice Hobby & Work, tra le più prolifiche dell’editoria italiana?

Hobby & Work Publishing nasce circa una quindicina di anni fa come casa editrice focalizzata sui cosiddetti “collezionabili” da edicola (al pari di Fabbri, De Agostini, Del Prado, Hachette). In quest’area HW ha conquistato nel giro di pochi anni una solida posizione di mercato, piazzandosi ai primissimi posti italiani in termini di fatturato, con un’offerta ad ampio spettro e con punte di eccellenza qualitativa come le “antologiche” dedicate al cinema di Kurosawa, Bergman e Kieslowski, nonché tutte le opere dedicate alla Seconda guerra mondiale, realizzate in stretta sinergia con enti di ricerca storica (tra i quali anche l’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano). Parallelamente all’area edicola, Hobby & Work ha creato, una decina di anni fa, un’area libri, nella quale lavoro.
Accanto ad alcune collane di manualistica nonché di “benessere e salute”, gli assi portanti dell’area libri HW sono due. Anzitutto le collane di narrativa gialla e noir, dove, anche grazie a consulenti del calibro di Luigi Bernardi e Daniele Brolli, HW si è particolarmente distinta per il “fiuto” nell’individuare nuovi autori e nuove tendenze.
Stiamo stati i primi in Italia a pubblicare Michael Connelly, Anne Holt, Ben Pastor; la nostra serie di “Publio Aurelio Stazio”, di Danila Comastri Montanari (l’Ellis Peters italiana), è stata venduta e tradotta in più di venti Paesi europei ed extra-europei; abbiamo riproposto in versioni ultra-filologiche tutti i grandi classici del noir americano degli anni Cinquanta e Sessanta (Ross MacDonald, Ross Thomas, Joe Gores, William Bayer, Fredric Brown etc.); abbiamo ospitato, infine, testi di “confine” di autori mainstream, come il Notti e nebbie di Carlo Castellaneta.

Il secondo asse dell’area libri HW è la divulgazione storica, incentrata particolarmente  anche se non solo  sul Novecento. In questo contesto, pur riconoscendoci nei valori di una cultura che può essere tranquillamente considerata di sinistra, lasciamo amplissimo spazio anche a voci dissonanti, basandoci unicamente sulla qualità dei testi e la serietà della ricerca storica che li sottende. Non a caso, infatti, abbiamo proposto (e continueremo a farlo) anche lavori di storici “conservatori”, “cattolici” e “liberal-democratici”, convinti che la ricerca debba essere libera e senza censure, a 360 gradi.
Non vogliamo creare equivoci, però siamo convinti che nel campo dell’approfondimento storico una certa attenzione al “politicamente scorretto” sia non solo opportuna, ma addirittura doverosa: più voci hanno la possibilità di esprimersi e meglio è; la conoscenza storica è sempre frattalica.

Numerose le vostre pubblicazioni a livello storico. Perché la scelta anche ma non solo sugli “scomodi” (Fascismo e Mussolini, Hitler e Nazionalsocialismo) e come sono state recepite dal pubblico (vasto o specializzato che sia)?

È presto detto. Tutti noi – tutti – veniamo da lì, che ci piaccia o no. I totalitarismi della prima metà del Novecento, la Seconda guerra mondiale (“The Last Good War”, per usare un’espressione della storiografia statunitense che sostanzialmente condivido) e le fasi iniziali del secondo dopoguerra, hanno forgiato, nel bene e nel male, la nostra identità collettiva, con le sue brave luci e le sue indubbie ombre, e tanti, davvero tanti, scheletri negli armadi.
Conoscere e approfondire quel periodo significa conoscere e approfondire le nostre radici; capire che siamo e perché, metterci in discussione e guardarci allo specchio, anche a costo di non piacerci. Penso che il pubblico, al di là dell’indubbia fascinazione (talvolta un po’ feticistica) legata a quel periodo, abbia colto con sufficiente chiarezza questo aspetto, e lo condivida. Non a caso l’accoglienza riservata alle nostre opere sulla prima metà del Novecento è sempre altamente lusinghiera.

Domanda classica: Editoria italiana e sua distribuzione: pro e contro?

Non voglio imbarcarmi in complesse disquisizioni, ma direi che il limite fondamentale dell’editoria italiana è il suo assetto spaventosamente oligopolistico, che tende a emarginare la piccola e media editoria, a dispetto del fatto che non di rado le proposte migliori e più innovative provengono proprio da questo segmento. Tale disparità, fatalmente, si riflette anche nella distribuzione, dove la battaglia per la “visibilità” non solo non è combattuta ad armi pari, ma tende a essere, complice l’attuale crisi dei consumi, sempre più squilibrata a favore dei poteri forti. Occorrerebbe dunque una legge anti-trust (tendente a evitare, per esempio, che un editore possa avere sotto il suo controllo dieci o più altri marchi editoriali e relative reti promozionali, come capita in Italia); ma, dato che il consumo librario non crea e/o orienta il consenso politico, di intervenire con una riforma vera in questo settore non importa a nessuno. Meglio scannarsi (o far finta di scannarsi) per il controllo delle risorse pubblicitarie sui canali televisivi…

Domanda del diavolo: ma è proprio vero che gli italiani non leggono? Ed un breve vademecum per avvicinare “i pigri” alla lettura?

Risposta telegrafica alla prima domanda: sì, è vero, gli italiani leggono poco, e spesso abbastanza male. Del resto non sono mai state fatte serie politiche di promozione della lettura (al di là di certo folclore patetico e a buon mercato), sicché non meravigliamoci se nella classifiche europee del consumo librario ci ritroviamo regolarmente agli ultimissimi posti. Insomma, il problema non è solo “antropologico”, ma anche, forse soprattutto, politico.

Risposta alla seconda domanda: “Caro ‘pigro’, considera questo: il libro non è solo un’occasione di svago, approfondimento o aggiornamento; è anche un’arma di autodifesa esistenziale. Il potere, qualunque potere, di qualsiasi colore, grande o piccolo che sia, ha sempre l’interesse a saperti inerte, passivo, conformista, perché di te, in questo modo, potrà fare ciò che vorrà. E allora, rendigli la vita difficile, non farti fregare, aumenta la tua consapevolezza: prendi in mano una pacifica arma che si chiama libro e comincia a usarla. Diventerai più libero, anzitutto dentro, premessa indispensabile per esserlo fuori. E oltretutto ti divertirai da morire…”.

a cura di Susanna Dolci

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks