Elogio del fumo…

«Le cose che possiedi alla fine ti possiedono. Vuoi una sigaretta?». Edward Norton osserva rapito le divagazioni anticonsumistiche di Brad Pitt e declina l’offerta. «No, grazie, non fumo».

E’ una delle scene chiave di Fight club, quella in cui il protagonista comincia ad entrare nell’universo contorto di Tyler Durden e della sua utopia anarco-machista. Un percorso alla ricerca di se stessi, una via verso la scoperta di una nuova autenticità. Le sigarette, è ovvio, compaiono sullo sfondo. Ma non è probabilmente un caso che qualche minuto dopo ritroviamo il nostro yuppie non più depresso con il volto tumefatto e una bionda alla bocca. Qualcosa, nella vita del protagonista, sta decisamente cambiando. Il tabacco come via verso un’esistenza non conforme? Forse è solo una banale trasposizione cinematografica del “rito di passaggio” vecchio come il mondo, quello che, appena adolescente, ti fa aspirare qualche boccata clandestina di catrame e nicotina che ti sembrano avere il sapore della libertà.

Si dirà: ma se lo fanno tutti, che anticonformismo è? Domanda pertinente, ma rimane comunque un fatto che fra i giovani, il fascino del tabacco rimane tutt’altro che in declino. E se il proibizionismo perbenista rende la vita difficile ai viziosi, si corre ai ripari. Non è certo un caso, infatti, che nell’ultimo anno il mercato delle sigarette sia in calo, ma quello delle confezioni in busta, ovvero dei trinciati per il “rollo”, abbiano guadagnato in un anno il 15,5% del mercato. Cresciuti inoltre del 7,1% i sigari, con un analogo salto per i sigaretti. C’è, insomma, un riposizionamento degli appassionati del settore, convinti a tentare strade alternative in risposta al drastico aumento dei prezzi.

Recente, a questo proposito, l’acquisizione per 10 miliardi di dollari da parte di Philip Morris della principale azienda americana dello smokeless, la Uts. Le sigarette passano, insomma, la voglia di fumare resta. La longevità e la persistenza, soprattutto tra i giovani, di un’abitudine tanto malsana, in effetti, andrebbe indagata. «L’uso del tabacco – riconosce Georges Bataille – è sconcertante. E’ talmente diffuso, il suo ruolo è così importante nell’equilibrio vitale che, persino in tempi difficili, è oggetto di cure apparentemente serie. Le sue prerogative sono analoghe a quelle delle spese “utili”». La differenza tra spese “utili” e “inutili” attraversa tutta l’opera del grande pensatore francese, sempre alla ricerca della “parte maledetta” in cui si esprime tutto ciò che, nell’esperienza umana, non è riconducibile a calcoli utilitaristici.

E proprio nel vizio del fumo Bataille scorge una seppur inconsapevole rottura ludica della quotidianità sottomessa ai meccanismi razionalisti della mercificazione. «Ciò che colpisce, nella moltitudine che fuma, è la scarsa consapevolezza che ne ha – continua l’eclettico scrittore transalpino -. Nessuna occupazione è meno afferrabile. Le feste del fumo sottraggono abilmente alla coscienza  il fatto che ha luogo una festa. Eppure in questo uso vi è una stregoneria nascosta: chi fuma è in accordo con le cose (quelle cose che sono il cielo, una nuvola, la luce). Poco importa che un fumatore lo sappia: il tabacco lo libera per un momento dal bisogno di agire. Egli vive (anche quando continua ad essere occupato). Il fumo che sfugge dolcemente dalla bocca dà alla vita la libertà, l’oziosità che sono proprie delle nuvole».

Ci siamo. In rare occasioni è stata colta con tanta acutezza l’origine di quello che non è solo un vizio, ma un modo di affrontare la vita che nella storia ha avvinto anche personalità importanti. Pensiamo a Giuseppe Ungaretti, Ezra Pound, Pierre Drieu La Rochelle, Mino Maccari. Uno che, più recentemente, non si separa mai dal suo pacchetto di sigarette è l’intellettuale anticonformista francese Alain de Benoist. Ma anche uno spirito libero come Massimo Fini corredava fino a qualche anno fa i suoi articoli con una foto spavalda con tanto di bionda alla bocca.

Sarà quindi vero che fumare aiuta a pensare, ad isolarsi, a stare con se stessi. Si tratta di boccate di morte, certo. Ma uno Stato può realmente aver diritto di mettere bocca sul modo in cui ciascuno decide di gestire la propria salute? Il liberalismo, che secondo i suoi fautori dovrebbe promuovere il giusto ma non il bene, vale solo quando fa più comodo? I miei polmoni sono terreno di decisioni collettive? O forse quello tra la fiamma dell’accendino e il filtro rimane l’ultimo spazio di una libertà cui non sarà il caso di abdicare tanto docilmente? L’accanimento contro i fumatori fa del resto parte di un revirement reazionario e moralistico in cui talvolta si avvita la nostra società, finendo per colpire l’inessenziale per lasciare invece inalterati i veri mali della società.

E se i fumatori hanno indubbiamente un’abitudine discutibile, i crociati antifumo sono dal canto loro quasi sempre persone insopportabili. Tra le tante ricerche sociologiche inutili che di tanto in tanto si fanno, una dovrebbe in effetti essere indirizzata a tracciare un profilo psicologico dei tizi che ti chiedono di spegnere la tua sigaretta anche nei luoghi in cui meno questa può dar fastidio. Già perché se in una minoranza di casi si tratta di persone con problemi di salute, nel resto delle occasioni si ha a che fare con pigoli di professione. Piccoli, petulanti pignoli. Uomini “reattivi”, direbbe Nietzsche, ovvero che non sanno “lasciar correre”, che non sanno evitare di prendersi sul serio. Personaggi con nient’altro che «l’ideale de’ questurini» (Berto Ricci).

L’antitabagismo militante, neanche a dirlo, ha del resto origini radicate nel puritanesimo ipocrita d’oltreoceano. Un autore sempre attento alle dinamiche della mentalità americana – ma da questa non sempre alieno egli stesso – come Stephen King ha dedicato alla lotta al fumo un gustoso racconto contenuto in una sua celebre raccolta (A volte ritornano, Bompiani 1995). Il “re dell’horror” ci parla dunque di una misteriosa società americana (la “Quitters Inc.”) dedita all’antitabagismo. Niente pubblicità, ma risultati assicurati, dicono. Si scopre poi che la “cura” consiste in una sorveglianza orwelliana per scoprire se il candidato trasgredisca al suo impegno di chiudere con le sigarette. In caso contrario, gli uomini della Quitters preleveranno la moglie del paziente e la sottoporranno ad una serie di torture basate su scariche elettriche. E così via, in una scala di punizioni sempre più raccapriccianti previste per una serie di “sgarri” che vanno da uno a dieci. «”E al decimo?” aveva domandato Morrison, con la gola secca. Donatti aveva scosso la testa, con tristezza. “Al decimo ci diamo per vinti, signor Morrison. Lei diventa parte di quel due percento di irrecuperabili”. “E rinunciate del tutto?”. “In un certo senso”. Donatti aveva aperto uno dei cassetti della scrivania e posato sul ripiano una 45 con silenziatore. Poi aveva sorriso fissando Morrison proprio negli occhi. “Ma perfino quel due per cento di irrecuperabili non fuma più. E’ garantito”». Nel racconto, tuttavia, il paziente finisce per sposare alla lunga la filosofia della Quitters e riconoscere su se stesso la validità di metodi tanto drastici. A mali estremi estremi rimedi, insomma. Una logica probabilmente degna di miglior causa.

Adriano Scianca

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