Da Valle Giulia a…

…Piazza Navona

Tra il Sessantotto e il Duemilaotto
il millenium bug del neofascismo

Io attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che, come ho sempre preveduto, entro il 1975 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista, ossia soprattutto senza la peggiore muffa interclassista: quella della gioventù così detta studente. Dal canto nostro quando avevamo quei verdi anni abbiamo fatto il meglio che si doveva.

Amadeo Bordiga, 4 marzo 1969

Io e Bordiga non simpatici alla polizia

Devo confessare di avere un debole per Amedeo Bordiga [nella foto sotto a destra]. Un debole che significa ammirazione non più di tanto giustificabile. Nel senso che non mi trovo d’accordo con le sue idee simil profetiche sulla fine del capitalismo, né ho una formazione comunista che in qualche misura giustifichi la mia ammirazione. Forse tutto deriva dal fatto che nell’humus nel quale sono cresciuto politicamente, ossia l’humus neofascista, il “bordighismo” è visto con rispetto, pur senza essere minimamente conosciuto. Quindi fin da più giovane mi è statoamadeo_bordiga_fondo-magazine presentato come un comunismo buono, addirittura un comunismo non antifascista, ma solo anticapitalista, una sorta di comunismo che aveva capito come stavano veramente le cose.

Poco importa che poi non fosse così: io ormai avevo già gestalticamente collocato Bordiga nella colonna dei buoni, e tanto bastava per fare riemergere ogni tanto l’ammirazione. Poco importa poi che anche quella realtà bordighista non antifascista che mi era stata presentata, fosse l’ennesima bufala politico culturale prodotta da quell’area, e che in realtà Bordiga fosse stato perseguitato alla pari di altri oppositori politici, anzi arrestato tra i primi, processato, incarcerato, perquisito (con distruzione totale della casa), confinato, e infine scarcerato per essere sorvegliato a vista. Poco importa che il mancato antifascismo di Bordiga (che ne decretò la morte politica in Italia) dipendesse dal fatto che Bordiga non avesse preso in considerazione il fascismo in sé e per sè, ma lo considerasse solo una forma di manifestazione minore del capitalismo, e quindi un falso problema (al pari dello stalinismo). Poco importa, io avevo già deciso che Bordiga era mio amico, malgrado la stortura iniziale, e tutt’oggi leggo con benevolenza i giornali murali in cui i vari gruppi bordighisti ultrascissionisti accusano Ferrando di essere una stampella del capitalismo e Gramsci di essere un centrista.

E come ammiratore tout court di Bordiga ogni tanto lo lego e lo cito, pur con la mia incompetenza in materia di analisi. La citazione con la quale ho aperto il presente articolo risale al 1969, ossia all’anno precedente la morte di Bordiga. La ritengo ideale per iniziare un discorso sulla contestazione studentesca: Bordiga, nel 1969, era un vecchio rivoluzionario visionario sì, ma che ogni tanto aveva qualche visione illuminata. Se a chiamare “muffa” l’ondata di giovani contestatori, al passaggio della quale il mondo sembrava non dovesse più essere lo stesso, è il fondatore del partito comunista, un minimo occorre pensarci sopra. Anche perchè quella contestazione, oltre a non migliorare la scuola e la società, l’ha peggiorata e i suoi paladini si sono riconvertiti a gregari del sistema che contestavano, cercando di far passare il tutto come una fisiologica evoluzione. Bordiga, invece, non c’era cascato. Aveva capito che i giovani contestatori sarebbero diventati professori ignoranti in quanto promossi con il sei politico, futuri elettori di Veltroni (quando non addirittura di Berlusconi) e simpatizzanti per Bill Clinton, il premio Nobel per la pace (sic) Al Gore, e Barak Obama.

Il Sessantotto non passa mai

Eppure a sentire quelli che lo hanno fatto, per i quali il passaggio da Marcuse a Rosy Bindi è stato – come detto – fisiologico, pare che il Sessantotto sia stato qualcosa per cui veramente dobbiamo ringraziarli. Se no a quest’ora ci sarebbe una istruzione classista e pure un po’ fascista, fatta di presidi con gli stivali ed il frustino e classi unisex, per sconfiggere i quali, permettetemi, bastava Pierino e non c’era bisogno di nient’altro.

Il mito però è ormai creato e in questi mesi si cerca pure – pensate un po’ – di replicarlo. Con piazze piene di giovani per lo più felicissimi di non essere in classe. L’aspetto tragico è che la causa della protesta è più che condivisibile, dato che è in scena l’ultimo atto del processo di distruzione della pubblica istruzione (già per bene affossata dai precedenti recenti governi di ogni colore), effettuata attraverso un pesante taglio alle spese. In pochi però stanno cercando di fare capire ai ragazzi come mai è opportuno protestare, ma con scarsi risultati, visto che all’ordine del giorno ci sono quasi sempre i falsi problemi (come il mastro unico e il grembiule). Il Sessantotto, insomma, non passa mai. Nemmeno a Torino, ieri ho l’ho aspettato per venti minuti.

Manco il baronato passa mai

Ma il proposito del Sesantotto era lodevole: esattamente come quello della contestazione attuale: scardinare il baronato. Che è un po’ diverso dal mandare tutti a scuola fino a diciott’anni. “Istruzione di massa” contrapposta ad “istruzione elitaria” non significava tutti promossi con il sei politico e pronti ad insegnare ai ragazzi quello che non si è stati in grado di imparare. Significava che chi fosse stato in grado di studiare avrebbe potuto farlo senza problemi e soprattutto senza il rischio di trovarsi porte chiuse.

Se l’obiettivo era questo il Sessantotto è stato un tonfo terrificante, perchè il baronato è quanto mai vivo e si rafforza qualunque cosa succeda, tipo l’Idra di Lerna. E gli effetti del baronato (come quelli del Sessantotto) i paghiamo tutti. Certo oggi si può andare a scuola coi blue jeans e pure senza, ma il prezzo pagato consente, almeno ex post, di dire che non ne valeva proprio la pena.

Non che la cosa mi abbia particolarmente impressionato, ma quando ho finito gli esami universitari la mia relatrice mi ha affidato alle cure di un giovane e brillante assistente. Siccome l’argomento della mia tesi lo avevo scelto io e mi piaceva, in breve tempo ho letto una ottantina di libri sull’argomento ed ho iniziato a scrivere. E questo rigettava tutto quello che scrivevo, riga per riga. Diceva che non ero chiaro. E all’inizio lo seguivo pure, perchè nella facoltà che ho scelto non si danno molti esami scritti, quindi non si è abituati, perciò ho pensato che avesse ragione. Finchè mi dice “lei ha letto troppi libri, ne prenda uno solo, questo ad esempio e si attenga a tutto quello che dice“. E così ho fatto, ho riscritto tutto un po’ deluso attenendomi alle idee di un solo autore. Ma non avevo capito: “lei deve copiare: dove c’è una virgola, deve esserci una virgola, dove c’è un punto, deve esserci un punto“. Sul momento ho salutato tutti e sono andato a chiedere la tesi ad un altro professore, ma poi a mente fredda ho capito che era lui a non capire. A non capire niente. Infatti mi voleva far copiare un libro già scritto per poi non avere problemi di correzione. Se io avessi fatto un errore, lui non se ne sarebbe accorto e quindi non lo avrebbe mai corretto, andando incontro ad una brutta figura nei confronti della sua superiore. Qualche mese dopo un altro professore mi ha spiegato il perchè circolano questi arnesi negli atenei: i professori (almeno la maggior parte) hanno paura di avere allievi che risultino più geniali di loro e quindi preferiscono circondarsi di gente che capisce quello che capisce, ma risponde sempre signorsì. Così di allievo in maestro la qualità peggiore, anche se ogni tanto è interrotta da un professore così idiota da non accorgersi di avere un assistente geniale tra i suoi.

La gioventù cosidetta studente, e il neofascismo testimoniale di se stesso

Sono quarant’anni che ogni autunno è caldo, e perseverare è diabolico. E qui si innesta la variante neofascista che ha Valle Giulia come riferimento di una occasione perduta, che però perduta non è stata: che senso ha piangere il morto della frattura del fronte generazionale, se poi tanto l’esito della contestazione è stata sostituire un sistema da riformare con un sistema ancora peggiore? Fare una valutazione ex post è sempre più facile, è vero, né beppe-niccolai_fondo-magazinevoglio mettermi dalla parte di Almirante, Caradonna e dei loro braccianti prezzolati per l’occasione, ci mancherebbe altro. Ma se la politica la si intende come diceva Beppe Niccolai [nella foto a sinistra], ossia il fare qualcosa per gli altri, allora non ci devono essere rimpianti per aver perduto l’occasione di non combinare nulla. Se invece la si intende come avere l’iniziativa di fare qualcosa che finisca sui giornali e in televisione, allora che la serie dei rimpianti abbia inizio.

Credo anche però che una valutazione del tentativo che i neofascisti di oggi stanno facendo per dimostrare di avere anche loro una piccola Valle Giulia con esito opposto vada fatta. Sono lieto di avere appreso che un protagonista famosissimo di Valle Giulia abbia pubblicamente, in un incontro dedicato proprio al Sessantotto, sconfessato ogni tipo di paragone culturale e politico tra Valle Giulia e piazza Navona. Di questi tempi l’onestà intellettuale non è poco, anzi è tantissimo.

Ho scritto poco tempo fa che l’area neofascista, se non si estinguerà, rotolerà su se stessa come una sfera per i prossimi mille anni. Devo aggiungere una piccola modifica a questa previsione: l’area neofascista non rotola solo, ogni tanto si annoda su sé stessa, più precisamente quando capita di ricordare qualcosa che, a parole, rappresenti un riscatto morale nei confronti dei comunisti sul tema della socialità. Ritengo che questi annodamenti siano una costante a tasso decrescente molto importante per capire il destino dell’ambiente in questione. DECRESCENTE, nel senso che l’occasione di riscatto morale che si ricorda è sempre di livello inferiore rispetto a quella cronologicamente precedente. COSTANTE, perchè sembra sempre che si sia avuto il primato di certe cose, che poi per una ragione o per l’altra non siano giunte a compimento. Il livello è quello dei compianti Domenico Luzzara ed Ugo Tognazzi che facevano le cene per festeggiare – anche – la retrocessione della loro amata Cremonese.

Mi spiego con un esempio. In principio fu la Repubblica Sociale, con la socializzazione delle imprese: rimase tutto sulla carta, anche se, per le circostanze in cui si tentò l’attuazione (tedeschi, industriali e partigiani contrari, più Alleati che avanzavano), fu fatto anche troppo. E giù di rimpianti: siamo arrivati noi per primi, primi assoluti, fu la fine della guerra a impedirci…eccetera eccetera. Il tutto con la mente così offuscata dal primato, da non essere in grado di riconoscere le future, meritevoli e differenti applicazioni di quel paradigma (dall’Argentina al Venezuela).

Poi fu Valle Giulia, che quarant’anni esatti dopo viene riscoperta con meraviglia da tutti, e ai neofascisti che l’hanno riscoperta non sembra vero di poter dire, guardate che il Sessantotto l’abbiamo inventato noi, ci siamo arrivati per primi, fu la mala fede dei vertici missini a impedirci…eccetera eccetera. Ora, anche Valle Giulia ha diritto al proprio posto nella storia ed alla sua vera verità, che finalmente sta riemergendo. Il merito dei contestatori di Valle Giulia è un dato di fatto. Ma il tutto è sintetizzabile spiegando che alla prima carica contro una manifestazione cui partecipavano studenti di destra e di sinistra, quelli di destra rimasero sul posto e ribatterono colpo su colpo, dando coraggio anche agli altri, e che per 15 giorni occuparono l’università insieme, fino a quando non intervennero i malaugurati “Volontari” Nazionali. Questo a livello di cronaca, poi a livello narrativo, Antonio Pennacchi l’ha narrata perfettamente in una pagina e mezza, e i partecipanti non si fanno negare se qualcuno gli chiede qualche dettaglio. Ma il mito che sta nascendo tra i giovani “contestatori” di questi giorni è fuori da ogni logica (in quanto mito). Cosa ci si deve aspettare per il futuro? Forse che tra quartan’anni si dica: sì però noi siamo avevamo appeso per primi i manichini? E che tra ottanta si dica: si però noi avevamo dato per primi i volantini?

Né rossi, né neri, né liberi pensieri

L’idea di questo articolo mi è venuta un po’ di mesi fa. Prima quindi dei fattacci di piazza Navona, che mi sembrano tutto sommato importanti dal punto di vista cronachistico, ma marginali da quello politico. Non ne avrei quindi parlato se non fosse che, scrivendo questo articolo in questi giorni, potrebbe sembrare che l’ispirazione mi sia venuta proprio a partire da quei fatti, che dunque voglio affrontare brevemente.

Io sono dell’idea che la riforma Gelmini vada contestata e faccia schifo, ancorchè rappresentante solo dell’ultima fase dell’opera di demolizione della scuola italiana iniziata proprio ai tempi del sei politico. Che tutto ciò accada sotto un governo di destra liberale filoamericana guidato da Berlusconi mi pare abbastanza ovvio per tre ragioni: la prima è il compimento di un ulteriore avvicinamento alla madrepatria statunitense (nella scuola come nella politica); la seconda è che Berlusconi, essendo un “self made man” ignorante, non può avere fiducia nell’utilità di una struttura pubblica, culturale e collettiva; la terza è che Berlusconi sa che nell’ambito della scuola ha già da quindici anni tutti contro, e dunque può operare lì i propri tagli alla spesa pubblica senza mettere in pericolo i consensi di cui gode.

Trovo però singolare e paradossale che a difendere la scuola pubblica e di qualità ci siano orde (o onde?) di studenti che fino a ieri erano pronti a scendere in piazza solo per difendere il proprio diritto ad usare il telefonino in classe, difesi da genitori che invece dovrebbero bastonarli dalla mattina alla sera e che andrebbero bastonati per primi essi stessi, prima di entrare (i genitori sempre) in un campo di rieducazione civile (e già che ci siamo anche politica).

Ecco il punto: un somaro ha diritto di protestare, e che cosa provoca la protesta fatta da un somaro? Sto ovviamente generalizzando e non me ne vogliano gli studenti seri, che indubbiamente esistono ancora ed esisteranno sempre. Io dico che un somaro ha diritto di protestare nella misura nella quale un somaro ha il diritto di scaldare il banco in una scuola in salute, piuttosto che in una scuola che fa schifo. Ma protestando provoca il danno per cui essendo i somari superiori ai non somari, i modi e i tempi della contestazione la dettano purtroppo i primi e non i secondi (come del resto nella vita e nella politica con questa maledetta democrazia).

E veniamo a piazza Navona. Lo scontro è stato, secondo me, un episodio e come tale va analizzato. Non avrà delle conseguenze, di nessun tipo, perchè la frattura tra rossi e neri (ossia tra identitari testimoniali dei rossi ed identitari testimoniali dei neri) già c’era, ed era pure bella profonda, per colpa (o per merito) di entrambi i protagonisti. Evitando di aprire la questione relativa alla buona o alla cattiva fede dei protagonisti, occorre sgombrare il campo da alcuni piccoli equivoci che le copiose analisi di questi giorni hanno riportato. In primis: Rifondazione Comunista ha fatto i calcoli giusti (per una volta), il Blocco Studentesco li ha sbagliati del tutto (anche questa volta). Mediaticamente ha vinto Rifondazione Comunista, perchè ha ottenuto lo scopo di far apparire picchiatori con le mazze tricolori sulle prime pagine dei giornali e questo è stato il primo imprinting per la gente. A nulla sono servite le tardive parziali riabilitazioni di Mentana (con annessa presenza del tutto inutile di Roberto Fiore, che con i protagonisti dello scontro non c’entra, ma che si è difeso egregiamente – quando ce vo, ce vo – da un Ferrero invecchiatissimo che cercava di imputargli Mathausen). Mentre il Blocco ha ottenuto una inutile vittoria mediatica sulla sola rete internet, ed al proprio interno ha fatto passare con successo, come già tante altre volte, una sconfitta per una vittoria.

Le ragioni della protesta non c’entrano nulla, ma che Rifondazione Comunista avrebbe tentato di difendersi con ogni mezzo da quello che a loro è sembrato un tentativo di sottrargli la piazza c’era da aspettarselo (e questi sono i calcoli sbagliati dal Blocco Studentesco).

Un altro aspetto è quello della coerenza politica. É un aspetto marginale ed esterno rispetto alle botte, ma occorre tenerne conto. È esterno alle botte perchè Rifondazione Comunista ha aggredito per ben altre ragioni, ma la coerenza politica al Blocco Studentesco è mancata. Non c’è sicuramente un diritto di primogenitura nel contestare Berlusconi e la Gelmini, ed essendo tutti italiani, possiamo (e dobbiamo) contestarli in quanto nocivi a tutti gli italiani. Ma dal punto di vista politico pesano sulle ragioni della contestazione del Blocco Studentesco le due campagne elettorali fatte proprio tra le file di quello che poi è diventato il Pdl. Mi riferisco alle regionali del 2005 ed alle politiche del 2006. Sono passati due anni, non dieci, e questo vuol dire qualche cosa. Lo stesso vale per gli slogan, che non si possono creare a seconda di come batte il sole: se fino a ieri nelle piazze si gridava “il comunismo non passerà”, non si può oggi gridare “nè rossi, né neri”. Delle due l’una.

E poi che la si smetta una volta per tutte con ‘ste cavolo di Termopili portate ogni 3 x 2 come esempio ai ragazzi più giovani (e raccontate pure in modo sbagliato). Sono la cosa più dannosa che si possa fare, e senza dubbio la più lontana dalla crescita umana e politica, oltre che militare. Soprattutto in un contesto in cui la cosa più importante sembra fare avere anche ai ragazzi di oggi una propria Valle Giulia.

Io non sono storicista, e non perchè animato da un evoliano spiritualismo volontaristico, ma semplicemente perchè non credo ai corsi e ai ricorsi storici. La storia non è uno stampo che a volte ritorna, ma conoscerla, e bene, può essere molto utile. E sul campo di battaglia trovo molto più utile la magistrale lezione degli Orazi contro i Curiazi (che provvidenzialmente una volta mi salvò) e senza la quale l’impero romano sarebbe stato l’impero albano. E all’occorrenza saper agire come Archiloco, che riconosce sì nella lancia il suo pane e il suo vino (in quanto soldato di professione), ma non esita un solo istante a buttare alle ortiche lo scudo se, scappando, gli è di peso e rallenta la corsa: “vaffanculo, me ne compro uno più bello”.

Occorrerebbe quindi che i dirigenti neofascisti, visto che per lo più sono invasati dal mito della guerra, dessero le indicazioni corrette ai loro subordinati più giovani, pur partendo dagli esempi storici. Proprio con l’ordine idiota di non indietreggiare a nessun costo hanno perso la guerra, vale la pena perseverare e (come diceva il grande Totò) perdere pure la pace? L’ordine di Hitler a Von Paulus (che non ho mai capito perchè venga tacciato di tradimento) non ha portato bene. Se proprio la morte romantica sul campo è l’unico valore che si vuole insegnare, che lo si insegni per il meglio. Magari partendo dai paracadutisti della Folgore, che ad El Alamein, finite le munizioni hanno disotterrato le mine per buttarle sotto i carri inglesi, e si sono buttati loro stessi in mezzo ai cingoli, ma precisando che non lo hanno fatto per la gloria, ma che hanno fermato Montgomery (altra figura da sottoporre ad un po’ di revisionismo), consentendo ai tedeschi una ritirata perfetta. Oppure con gli stessi Spartani, però precisando che (a meno di aver studiato la storia attraverso i film hollywoodiani o sui giochi di guerra della Playstation) anche il massacro delle Termopili servì ad una esigenza strategica, e salvò pure le sorti di una guerra. Gli Spartani erano i guerrieri migliori, mica dovevano dimostrare niente a nessuno.

Quindi?

Fino ad ora la trilogia di Rao ricorda quella di Ritorno al futuro: prima opera bella ed innovativa, la seconda più bella, ma molto più scorretta, che alla fine ne annuncia una terza che poi si rivela una cazzata. Chissà se il terzo libro di Rao deluderà come Ritorno al futuro parte terza? Rao ha fatto parlare i protagonisti, è vero, ma prima ha scelto che protagonisti fare parlare e mi chiedo come mai siano stati scartati alcuni personaggi che non solo avrebbero avuto molte cose interessanti da raccontare, ma che sono soliti non sottrarsi mai alle interviste e anzi quando iniziano a raccontare la propria storia non la finiscono più. È vero che la cosa di cui l’area neofascista abbonda sono le vecchie glorie, ma, ripeto, la selezione è stata fatta con un po’ di malizia. Tassinari e Telese, a modo loro e dall’esterno, hanno lavorato meglio.

Per la conclusione ricorro alla mia cassetta degli attrezzi. Ognuno ha la sua. I comunisti, per esempio, hanno Marx. Quelli intelligenti, infatti, hanno capito che l’opera di Marx non è un testo sacro dal quale non poter prescindere, ma è una cassetta degli attrezzi, molto buona se utilizzata per il meglio. E il metodo di Marx lo utilizzano come chiave di lettura, o come filtro, per vedere l’attualità politico – storico – economica. La mia cassetta degli attrezzi è Il Marchese del Grillo, parva ed acta mihi. E per leggere l’attualità italiana, soprattutto quella politica, Alberto Sordi non si batte. E nel Marchese c’è quasi tutto. Ci sono le risposte che vorrei dare dette nel modo in cui vorrei dirle, quindi che la parafrasi abbia inizio. Ad un ufficiale francese (l’attore Mar Porel) che gli chiede come mai accenda il fuoco con una potrona del Cinquecento, il Marchese risponde: “io potessi sfascerei tutto, vaffanculo il Cinquecento, il Seicento, il Settecento…“. Ecco questa frase è prefetta per la situazione scolastica, nella quale i contestatori rischiano di far fare bella figura ai contestati (ripeto sempre con le dovute e meritevoli eccezioni): io potessi sfascerei tutto, vaffanculo al Sessantotto, al Settantasette, all’Ottantanove…soprattutto all’Ottantanove e a chi, diciannove anni fa ce lo ha fatto festeggiare.

E concludo con una proposta – provocazione all’area residuale testimoniale romantica reducistica autocompiaciuta neofascista. Un’area che in questo tempo sta dimostrando scarsa affezione proprio per il fascismo. Nel senso che le proposte politiche che fa, oltre che irrealizzate ed irrealizzabili, vanno nella direzione opposta proprio negli ambiti in cui il fascismo ha in un certo senso brillato. Quando parlano di giustizia, per esempio, chiedono la riduzione ad ogni costo di tempi processuali, la separazione delle carriere (che già c’è, da quasi vent’anni), il risarcimento per le condanne ingiuste (che già c’è anch’esso), e tante altre castronerie che denotano l’assenza di contatti con l’ambito del quale stanno parlando. Ora al fascismo hanno aderito (per fede, per opportunità o per paura, non è questo il punto), Arturo ed Alfredo Rocco, Manzini, Santi Romano, Costamagna, Antolisei, Scjaloia, De Marsico e tanti altri che sto gentile_fondo-magazinedimenticando, il meglio dei giuristi europei del tempo. E il fascismo ha condotto una corposa riforma della giustizia, approfittandone per consolidare il proprio potere, ma avvalendosi della collaborazione dei tenici migliori. Forse era il caso di dare un’occhiata a quando è stato prodotto, prima di scrivere un programmino elettorale.

Lo stesso vale per la scuola. Vogliamo fare i fascisti? Benissimo. Io la camicia nera non l’ho buttata, ce l’ho ancora nell’armadio, assieme alle maglie delle squadre nelle quali ho giocato. Ma se facciamo i fascisti, e parliamo di scuola recuperiamo Giovanni Gentile [nella foto sopra] che avrà pure avuto il torto di essere stato un barone e di aver rovinato chi non la pensava come lui, oltre che di aver creato una istruzione pubblica elitaria, ma ha anche avuto il merito avere impostato una scuola che per anni ha preparato gli studenti meglio di tutte. Gentile sapeva quello che faceva: la scuola deve essere difficile. E l’esame di maturità era su tutte le materie sul programma degli ultimi tre anni con una commissione esterna composta di professori universitari. Allora camerati, chi sottoscrive la mia proposta?

Giovanni Di Martino

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