Come sopravvivere…

…alle cene mondane!

Da sempre ho considerato i galatei come dei linguaggi non verbali che riuscivano a descrivere, da un particolare punto di vista, il modo di pensare di un’epoca. E così sono andato via via comprandone e leggendone alcuni. Trovando divertenti i brani di galateo medievale riportati in quello splendido saggio di Wright Civiltà in bagno Apprezzando quello di Monsignor Della Casa il classico dei classici. Divagandomi con il mitico conte Nuvoletti che ha fornito indicazioni sul senso dell’eleganza nel vestire. Nauseandomi della supponenza del Bon Ton di Lina Sotis. Accanto a questo interesse per il particolare linguaggio dei galatei, fondamentale per riuscire a districarsi in quel ginepraio che sono i comportamenti umani (è ammesso ruttare in pubblico? Dipende dove e con chi! In Finlandia l’apprezzamento per una buona cucina passa per sonore eruttazioni, cosa che imbarazzerebbe alquanto dei commensali non usi a tali espressioni corporali), ho sempre coltivato la curiosità per questi manuali, per cercare di migliorare un po’ il mio carattere ombroso e i miei modi che qualcuno definisce spicci o inurbani. E così mi sono gettato sull’ennesimo manualetto sul tema.

Ho comprato e letto (scoprendo poi che in Francia è diventato un best seller) Come sopravvivere alle cene mondane di Sven Ortoli e Michel Eltchaninoff edito da Bompiani, in cui gli autori tentano di descrivere modi, tecniche e trucchi per sopravvivere alle cene in società. Io personalmente ne sono rimasto deluso e per cercarvi di farvi capire perché la delusione è stata cocente dovrò partire descrivendo cosa mi succede solitamente. Non faccio vita di società, ma partecipo talvolta a quelle cene in cui bisogna passare alcune ore con cognati/e e i loro amici/e. Mi capita allora di essere catapultato in un mondo di alieni, fatto principalmente di giovani professionisti Yup (medici, odontoiatri, commercialisti, broker) con le loro mogli / donne / compagne / amanti / amiche / vattelappesca cosa. Fin dal primo istante sorge un muro di incomunicabilità che presto si fa invalicabile. Per me i rapporti di coppia sono quelli classici: marito e moglie. Fine delle possibilità. Nessuna altra variante. Non ne faccio una questione morale, per me si può tranquillamente convivere, stare insieme, frequentarsi, unirsi carnalmente più o meno saltuariamente, con uno o più soggetti.

Per me è una questione linguistica. Io dico “Questa è mia moglie, oppure “quella è tua moglie” per tutte le unioni più o meno durature tra individui. Non mi metto a dire “quella è la tua compagna (che già mi sembra ripugnante di per sé)”, “Quell’altra è la sua convivente”. Tendo alla semplificazione: stanno insieme dunque sono sposati (in una delle molteplici formule possibili).

Invece i professionisti del caso usano frasi che per me sono imbarazzanti “la mia donna”, “la mia compagna”, “la mia fidanzata”, “la mia ragazza” (Non suona ridicolo che un quarantenne o addirittura un cinquantenne presenti una donna come la sua “ragazza”?). Naturalmente mai un onesto “La mia amante”.

In cene con siffatti personaggi, il bon ton significa fare discorsi patinati e insipidi, che non suscitino la riprovazione e non irritino la sensibilità altrui. Così io spesso mi trovo a mal partito con queste scimmie ammaestrate a cavar denti o a incidere tette ed addomi, che parlano in sequenza, se maschi, di: ultimo modello di automobile acquistato, prossima vacanza ai tropici invernale, elogio di Forza Italia e del suo capo, ultimo trucco per eludere, con il proprio commercialista connivente, il fisco. Se femmine di: figli (immancabilmente dei geni), tette finte proprie (sempre perfette), tette finte altrui (sempre fatte male), ultima puntata della “Talpa”.

Una prima volta, mi è capitato di lanciarmi in un’arringa contro i maledetti evasori, suscitando lo sdegno unanime della tavolata.

Una seconda volta, con mia moglie che mi scalciava da sotto il tavolo, mi sono lasciato andare ad un lungo ed argomentato discorso teso a dimostrare che Fascismo e Destra (intesa come liberal-liberismo) niente avevano a che fare. Fui accusato, di essere uno incapace di fare discorsi appropriati e di essere estremamente noioso con i miei sproloqui, senza considerare il fatto che era stato il mio vicino a sollecitarmi un giudizio.

Una terza volta, mi sono fatto dare del maleducato perchè mi ero solo messo ad osservare i commensali, sorridendo senza profferire parola e rispondendo a monosillabi.

Con tali presupposti ho divorato il manuale per capire se era possibile sopravvivere, e con quali armi, a queste cene indesiderate, possibilmente senza entrare in rotta di collisione coi commensali.

Il saggio è suddiviso in capitoli che simulano le portate di una cena: aperitivo, primo, secondo, dessert, caffè e digestivo e, all’interno delle portate, i capitoletti descrivono tipi umani che si possono incontrare in queste cene ed il modo di tenerli a bada.

Così potremmo imbatterci nel musicologo che domanda: “Che cos’è il rock?”. Non cadete nella trappola, non abboccate all’amo è una domanda retorica cui seguirà la sentenza che dà origine al suo sproloquio che inizia con una sentenza: “Il rock ha fondamenti presocratici”. Il consiglio è di lasciarlo sfogare. Il punto di arrivo, che metterà fine allo sproloquio, sarà: “Se il rock ha fondamenti presocratici, è perché quei ragazzacci avevano inventato il ritmo binario in filosofia “L’essere è / il non essere non è / Mai due volte / ti immergerai nello stesso fiume”.

O come potrebbe capitarci il blackberrysta, il tecnologico ultraimpegnato che con un’occhio è fisso sul prossimo messaggio che gli sta arrivando e che si assenta ogni tre minuti dalla tavola per rispondere ad un sms urgentissimo. La contromossa per arginare questo personaggio mi sembra fiacca, ancor più della precedente. Dovremo apostrofarlo dicendogli: “Lei è un vero ipermoderno!” Lui dovrebbe posare l’arnese e guardarvi sconcertato. Mi sembra assai improbabile, conoscendo l’occhio bovino e la capacità recettiva da rettile di questi blackberrysti, che tale replica possa avere un qualche successo.

Così di questo passo non si sopravvive a lungo e questo è il motivo della mia delusione. Non ci trovi dentro niente che ti aiuti in queste cene orribili.

Ma la delusione si acuisce, quando capisci che il saggio che vuole essere spiritoso (e talvolta ci riesce) non descrive affatto tecniche di sopravvivenza, ma elenca, non volendolo, molti dei pregiudizi che certa sinistra chic ed intellettuale ha.

Mi basterà descrivere il capitoletto dal titolo “Bisogna rileggere Carl Schmitt” che mi ha irritato parecchio visto che io sono un suo lettore e quindi dovrei essere simile, secondo il pregiudizio degli autori, all’essere lì descritto.

Il capitoletto inizia così «Nei giochi di ruolo di una cena riuscita, c’è sempre un Cattivo… Stai parlando delle prossime vacanze? Lui, flemmatico, annuncia che andrà in Corea del Nord, sostenendo che sia l’unico paese in cui non si corre il rischio di venire rapinati in mezzo a una strada o di imbattersi in un gay pride. Parli di politica? Lui si scaglia contro l’indipendenza del Kosovo e improvvisa un omaggio postumo a Milosevic… Mentre i commensali si preparano al peggio, lui sferra il colpo finale: Bisogna rileggere Carl Schmitt». Gli autori sostengono che questo è veramente troppo visto che la quasi totalità dei commensali non sa neanche chi sia Carl Schmitt. Ma quel “rileggere” dal tono imperativo e sprezzante è per gli autori un chiaro segnale in cui vedono la posa del fascista, impositore e cafone!

Il bello è che, per gli autori, questo cafone fascista è vestito di nero e sono sicuri che si lanci in un discorsetto come questo «Carl Schmitt era un nazista. Filosofo del diritto e della politica, antiliberale e decisamente antisemita. Un vero ribelle (sottinteso: “come me”)». E proseguono: «Lascia che il mostro concluda la sua apologia degli anarchici di destra. Poi adotta un’espressione innocente, al limite del candore e chiedetegli se si tratta dello stesso Carl Schmitt sul quale hai letto un articolo piuttosto elogiativo sull’ultimo numero di Telearma: “Pare che sia oggetto di studi molto seri negli ambienti universitari, e goda di una certa considerazione anche tra i pensatori di sinistra” (e qui il Cattivo impallidisce)». Segue una breve lezioncina sul concetto schmittiano di hostis/amicus come uniche categorie del politico e altro bla, bla.

Noi per metterlo a tacere dovremo alla fine silurarlo con un «La pace si fa col nemico, non con l’amico». E concludono gli autori «In fondo (questo commensale) non è poi così cattivo. Però bisogna che rilegga Carl Schmitt».

Vedete dunque elencati tutti i pregiudizi radical chic: il fascista cafone, vestito di nero, che impone la sua interpretazione che naturalmente è rozza. Il fascista cafone, come al solito, non ha capito ciò che ha tentato di leggere e che ha mal digerito.

Per capire Schmitt è necessaria una lettura da sinistra, per poterlo capire va ascoltata l’intellighenzia rossa che però con generosità pedagogica giudica il fascista cafone poco pericoloso «In fondo non è cattivo (solo ignorante)!».

Ecco il limite ed il pregio di questo libello. Come in un gioco di specchi rovesciati i due autori credendo di stigmatizzare comportamenti considerati “poco eleganti” mettono a nudo le loro ridicole e presuntuose idiosincrasie, vittime di una schiavitù mentale che li rende un po’ patetici.

Alla fine rimane qualche sorriso qua e là, ma nessun aiuto pratico alla sopravvivenza per un povero diavolo come me che cercava consigli e conforto.

Per cui per aiutare almeno voi a sopravvivere, nel caso vi capiti la sfortuna di partecipare ad una di queste cene in società, vi elenco una serie di regole (composte da me medesimo) da poter seguire in caso di necessità.

1. Prima di prendere posto cercate un commensale che già conoscete almeno di vista per evitare di mangiare tra sconosciuti che non sapete come la pensano e che vanno inquadrati prima di aprire bocca.

2. Bevete abbastanza prima e durante, in modo da ottundere in modo morbido i vostri sensi, senza ubriacarvi. Le voci si faranno più distanti, le presenze sgradite si dissolveranno un poco e avrete la possibilità di sopportare meglio la serata.

3. Sorridete con cortesia, rispondete in modo vago e non fatevi tirare per i capelli in nessun discorso particolare. Parlate solo del tempo e della salute del vostro cane (se ne avete uno). Altrimenti parlate del gatto. Se avete un pitone evitate di descriverne le abitudini alimentari.

4. Se la serata si mette male (qualcuno vi ha trascinato in qualche discussione), allora esagerate, lanciatevi in qualche discorso eccessivo e smodato (il peggio che vi può succedere è che vostra moglie tenti di fulminarvi con lo sguardo).

5. Cercate di costruirvi sempre una fama di bizzarri. È un’ottima via d’uscita dopo i vostri sermoni incendiari (vostra moglie farà cenni ai commensali del tipo “Scusatelo è un tipo strambo e straparla quando alza un po’ il gomito”).

6. Se infine non trovate altra via di fuga, armate la pistola mitragliatrice che portate sempre con voi in queste occasioni e sparate all’impazzata.

Se gli uomini vi condanneranno all’ergastolo, Dio, in compenso, ve ne renderà merito.

Per ultimo la Regola Aurea. A cena si va con i pochissimi amici fidati di sempre che non si offendono se rimani muto tutta la serata (tanto sono abituati). Delle cene in società francamente chi se ne frega!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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