Céline? Al rogo…

Mercoledì 10 dicembre 2008 ore 7,30. A Roma piove e come tutte le mattine in cui mi trovo a Roma mi dirigo verso l’ufficio in auto. Grande Raccordo Anulare (Tuscolana-Ardeatina) ingorgato. Mi incolonno e come sempre mi leggo il giornale. Un inizio giornata che induce al cattivo umore. Mi getto nelle pagine della cultura del Corsera e attacco l’articolo di Cristina Taglietti “Céline antisemita? Va pubblicato”. E così mi sono adombrato del tutto.

Il titolo dell’articolo farebbe pensare ad un ravvedimento dei soliti soloni/critici ed un indirizzo finalmente nuovo, non tanto su Céline e gli altri reprobi (questa l’espressione usata per Pound, Hamsun, La Rochelle, Benn, Junger, Brassillach) ma sul senso della lettura e dell’editoria.

Cosa racconta l’articolo è presto detto, perché è l’ennesima reiterata querelle (trita che di più non si può) che si ripropone quando qualche editore, non esattamente allineato, decide di pubblicare o ripubblicare i soliti noti titoli. Nel caso di Céline , in Francia, divampa la polemica perché il piccolo editore Les Editions de la Reconquete, che l’articolista si sbriga a descrivere come «casa editrice nata nel 2006 sotto l’egida di Leon Bloy che pubblica testi ultrareligiosi e classici del collaborazionismo come Leon Degrelle e Lucien Rebatet, ufficialmenteceline-fondo-magazine registrata in Paraguay», ha tirato 5010 copie di Les beaux draps ultimo dei quattro pamphlet (gli altri sono Bagattelle pour un massacre, L’ecole des cadavres e Mea culpa) accompagnato da un’introduzione di Robert Brassillach su “Celine profeta”.

Naturalmente il mondo della cultura francese si è spaccato in due tra coloro che sostenevano che il testo doveva essere pubblicato e chi invece sosteneva che l’indegno libello mai e poi mai doveva esserlo. Che ci si debba ancora dividere in due schieramenti su un fatto tanto banale a me appare stupefacente (ma forse di stupefacente c’è solo la sostanza che probabilmente i proibizionisti hanno assunto prima di schierarsi contro la pubblicazione). Che un libro debba essere pubblicato a me appare lapalissiano, che poi possa essere giudicato positivamente o stroncato è un altro paio di maniche.

Eppure c’è ancora qualcuno che vorrebbe impedire la libera circolazione dei testi e vorrebbe arrogarsi il diritto di dire cosa si può e cosa non si può pubblicare. Che cosa, un lettore possa o non possa leggere e con quali precauzioni. Che crede che un autore possa essere definito “cattivo maestro”.

Chi sostiene questo non ha bene in testa o meglio, volutamente, non vuole capire che:

  1. l’unica responsabilità di un autore è quella di fronte alla sua opera d’arte (meschina che sia)

  2. l’unica responsabilità del lettore è quella di incontrare con la lettura l’opera d’arte scritta dall’autore e giudicarla con le sue sole lenti

  3. la responsabilità dell’autore, del lettore e di tutti gli uomini è di assumersi in prima persona le conseguenze di ciò che si scrive, si legge, si dice, si fa

  4. i sensi ed i significati di un’opera d’arte sono stratificati e molteplici, sono consapevoli ed inconsapevoli (nel senso che il lettore può trovare sensi ulteriori che inconsapevolmente l’autore ci aveva messo ma di cui non ha percezione razionale (vedi ad esempio alcune interviste di Lennon sui significati di certe canzoni dei Beatles da lui scritte e scovati/fatti affiorare dagli ascoltatori)

  5. il rapporto tra autore e lettore è dunque ambiguo e biunivoco. Ambiguo perché non è vero che il lettore sia un passivo ricettore dei sensi, dei significati dell’autore (accade spesso anche il contrario). Biunivoco perché l’incontro avviene a due e da questa unione scaturiscono i sensi. Mai i significati sono cristallizzati una volta per sempre (la rilettura spesso induce a nuove stratificazioni)

  6. La lettura (come la scrittura) non è una Chiesa e non può essere raffigurata come tale (nel senso che non devono esistere Sacerdoti/Critici che si arrogano il diritto di fare da ponti/pontefici tra il fedele/lettore e la divinità/autore.

In Italia, almeno dal titolo dell’articolo, le cose sembrerebbero migliori. Sembrerebbero appunto, ma se, leggendo l’articolo, ci soffermiamo alle dichiarazioni degli interpellati ci rendiamo conto con quale ipocrisia i nostri critici/scrittori dicono per non dire, affermano per negare, e si dichiarano contro ogni censura della parola e poi costruiscono delle gabbie di se e di ma che in realtà censura (seppur velata) sono.

Alcuni esempi?

Dice Alessandro Piperno «Il punto è che un testo come questo andrebbe pubblicato con un briciolo di responsabilità, contestualizzandolo storicamente». Che fa il paio con le dichiarazioni d’Oltralpe di Pierre Assouline che dichiara che «ci si aspettava che tali libelli uscissero all’interno di una grossa Pleiade Céline».

E ancora Giulio Ferroni, insigne critico e luminare di letteratura, che dice che è fondamentale che un testo come quello di Celine non venga strumentalizzato ideologicamente ma venga «fatto giocare contro se stesso».

Ed Erri De Luca che sentenzia «lo considero una persona spregevole, ma purtroppo sono favorevole a qualunque tipo di pubblicazione, non posso permettermi di essere contrario a nessuna parola scritta».

Vi rendete conto che livello di ipocrisia si raggiunge pur di censurare ma di non essere etichettati come censori?

Alessandro Piperno vuole che il libro venga contestualizzato storicamente, magari preceduto da una ricca prefazione ed un apparato di note che ne sottolinei il contenuto indegno e quindi metta in allarme lo sprovveduto lettore: che non si azzardi ad altre valutazioni. Pedagogismo puro. Mammonismo letterario, tentativo di affermare una Chiesa Romana e draps_fondo-magazineCattolica che, con i suoi sacerdoti, indirizzi ed impedisca, con una spiritualità senza intermediari, la scintilla dell’eresia (minando così anche la possibile santità).

Pierre Assouline sperava in un Pleiade, forse perché crede che un’editore glamour, trendy, politically correct sia in grado di aspergere del profumo (Chanel n. 5?) su quella fetida puzza di carogna che emana dagli afrori umani di Céline.

Ferroni che si preoccupa che Céline non venga letto ideologicamente ci invita però, contraddicendosi, ad una lettura ultraideologica, in cui il libro venga “fatto giocare contro se stesso”. Dunque leggetelo, non per scovarne liberamente il senso, ma leggetelo pregiudizialmente in modo a lui avverso e contrario. Perché il giudizio è già stato scritto ed il povero lettore può solo adeguarsi.

De Luca va per le spicce (con un’argomentazione tristemente nota). Divide in due il suo giudizio, prima la stroncatura morale dell’uomo, poi la dichiarazione “politically correct”. Prima mette le mani avanti: Celine lo trova spregevole, poi da vero democratico afferma «comunque non impedirei mai la censura della parola scritta». Sapendo benissimo che nel mondo della comunicazione un’affermazione del genere costituisce un omicidio efferato.

Siamo al virtuale rogo dei libri, senza che nessuno abbia il coraggio di appiccare il fuoco. Siamo alla codardia del mandante che non dice ma vuole che si faccia, per fingere di avere le mani pulite quando altri se le lorderanno del sangue/inchiostro dell’autore.

Una bella prova di equilibrismo verbale, ipocrisia radical chic.

E la mia rabbia si fa cosmica se mi ripenso adolescente (fine anni 70?) alle prese con una lettera, redatta con una prosa enfatica ed incerta, indirizzata ad Eugenio Scalfari (che conservo e posso addurre come prova), in cui mi indignavo perché il Grande Papa laico aveva pubblicato un articolo a sua firma in cui si scagliava contro la ripubblicazione del Mein Kampf ritenendolo pericoloso per le giovani menti dei lettori. Naturalmente sostenni, come sostengo ora, che il lettore non ha bisogno di essere accompagnato mano nella mano nell’intricata selva della lettura. Può benissimo autonomamente leggere e trarre dalle sue letture le conseguenze che crede.

È come impedire la lettura di Pollicino, credendo che l’antropofagia pedofila sia direttamente mutuata da quella fiaba. O vietare la lettura e la rappresentazione del “Mercante di Venezia” perché automaticamente indurrebbe all’odio di razza.

Questa Chiesa fatta di critici/sacerdoti, di scomuniche/stroncature, di eretici da rieducare o mettere a tacere, non va ascoltata, possibilmente va combattuta. L’invito, ancora una volta, è uno solo: leggete, di tutto, di più, senza ascoltare le voci fastidiose di chi vorrebbe incanalare i vostri gusti, senza badare se chi conta (o crede di contare) approva o meno.

Per fare questo dovrei rispolverare la mia vecchia idea: fondare una casa editrice. Il suo nome è “Me ne frego!”. E si pone il compito di pubblicare tutti i libri con copertina nera senza titolo (il titolo è solo nella prima pagina), senza prefazioni, senza postfazioni, senza note. Solo il testo dell’autore nudo e crudo. Non ci sono collane del tipo “I reprobi” o “Gli eletti” in cui incasellare i testi pubblicati. I libri vengono sfornati alla rinfusa, così a fianco di un destro ci si trova un sinistro; insieme ad un romanzo, un testo di poesie o di ricette culinarie. Sta al lettore orientarsi in questo pastone informe, senza l’aiuto di nessun orientamento, spinto solo dalla sua curiosità.

Difficile? Faticoso? Forse, ma anche divertente. E poi chi ha detto che la lettura non sia faticosa. Faticosa, divertente e libera.

Per fortuna la mia rabbia è sbollita un po’, quando sono arrivato in ufficio. Infatti, come mio costume, mi sono fregato l’inserto domenicale di cultura del Sole 24 Ore (mia unica frequentazione con il giornale confindustriale) dove, in prima pagina, mi sono goduto un altro articolo, firmato da Luigi Sampietro, dal titolo L’angelo della libera stampa, dedicato a John Milton il poeta puritano che in un celebre discorso del 1644 si pronunciò contro ogni censura dichiarando «è quasi uguale uccidere un uomo o un libro”.

Ricordatelo sempre: «è quasi uguale uccidere un uomo o un libro”.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks