Casapound, Baraghini e…

…i bravi (compagni)
«’sta conferenza non s’ha da fare»


a Marcello Baraghini

Mi si nota di più se parlo con i fascisti o se li schifo come fossero subumani?

Aveva visto lungo Nanni Moretti nel mettere a nudo tic e manie del popolo progressista. La sinistra come psicodramma. L’incapacità di rapportarsi in modo solare, genuino, sereno con la realtà senza passare piuttosto per schemi che un tempo avevano almeno la grandezza della dialettica hegelomarxista e che oggi invece riproducono, girando a vuoto, schizofrenia moralistica e autoreferenziale.

Ne sa qualcosa Marcello Baraghini. Contestatore, sessantottino, libertario, Baraghini è soprattutto noto come deus ex machina della casa editrice Stampa Alternativa, con la quale si fa notare negli anni ’70 per testi antimilitaristi e antifamilisti che gli attirano le attenzioni dei tribunali della penisola. Provocazioni culturali che nascono certamente “a sinistra” e che pure non impediscono alla casa editrice di stampare anche libretti di Evola, Mishima o Gallian. Autori “eccentrici”, rispetto ai normali interessi di quello che si presume essere il naturale bacino d’utenza di Stampa Alternativa. Ma si sa, la curiosità intellettuale non conosce steccati. E poi in fondo Baraghini “se ne frega”. Ma la polizia del pensiero è sempre dietro l’angolo, anche quando meno te lo aspetti.

Accade infatti che nel suo blog Riaprire il fuoco l’editore anticonformista lanci una provocazione destinata ad effetti inattesi. Parlando dello scrittore eretico Luciano Bianciardi, infatti, Baraghini azzarda: «L’onestà intellettuale, la libertà e l’indipendenza intellettuale non hanno targhe, non sono di sinistra e nemmeno di destra. Sono di chi è ancora libero, quel tanto o poco (forse più poco) che è possibile esserlo in un regime politico e cultural-editoriale come quello italiano. Andrei a Casa Pound di Roma, quella dei fascistoni, a parlare di Luciano Bianciardi, se mi invitassero a parlarne con libertà, così come andrei in qualsiasi Casa del Popolo o Circolo Arci».

Detto, fatto. L’invito arriva, la conferenza è fissata per mercoledì 10 dicembre, proprio nella tana dei “fascistoni”, in via Napoleone III 8, a Roma. Relatori: Roberto Alfatti Appetiti, giornalista del Secolo d’Italia, Domenico Di Tullio, già autore per Castelvecchi di un libro sui “centri sociali di destra” (nonché scrittore e vigoroso consumatore di letteratura eretica) e il buon Baraghini. L’annuncio, anche questa volta, passa per il blog. Ricostruendo le tappe della vicenda, l’editore ricorda del sasso lanciato nello stagno e aggiunge: «Quelli di CasaPound l’hanno saputo e, puntuali come un orologio svizzero, ieri mi hanno invitato. Ci andrò? E che editore all’incontrario sarei se non ci andassi, se rifiutassi l’invito o confessassi di aver solo scherzato? E quindi mercoledì 10 dicembre, alle ore 21, sarò ospite di Casa Pound a Roma, in via Napoleone III, 8».

Potevano gli amici di una vita, lettori e collaboratori della casa editrice, fraintendere l’apertura al confronto di un vecchio compagno al di sopra di ogni sospetto?

Potevano.

Il processo farsa ha ben presto inizio. Fioccano commenti di questo tenore: parlare a CasaPound significa «abbassarsi al loro livello di persone violente, fasciste, naziste e negatori dell’olocausto». E ancora: «Vergogna . In questa epoca di revisionismo storico con i fascisti che tutti i giorni si rendono colpevoli di aggressioni e minacce, l’ultima cosa era andare a legittimare questi squadristi a casa loro». «Ridicolo, se non fosse una operazione seria nel suo delirio, sdoganare Bianciardi ai nazisti». Poi la cosa prende una piega metafisica: «Dimentica Baraghini le quotidiane aggressioni, le minacce, i pestaggi, i senza fissa dimora bruciati. Di certo non si può accusare “i ragazzi” di Casa Pound per tutto questo. Ma l’humus, il terreno culturale è proprio lo stesso. Nazionalismo in salsa nera o in salsa padana, paura del diverso. Xenofobia, Omofobia, disprezzo per i diversi. Questa è la cultura di CasaPound, questi sono i personaggi che incontrerà Baraghini». Lo schema è chiaro: esiste una categoria metafisica del “nazifascista” definita una volta per tutte. In questa idea platonica non può non rientrare CasaPound. Che certo, “non si può accusare” di bruciare i clochard. Però “l’humus è quello”. Non fa una piega, se non che con lo stesso metro si potrebbe accusare l’anonimo estensore del commento di aver sfondato il cranio a Ramelli. In fondo “l’humus è quello”. E che dire delle accuse di negazionismo, omofobia e compagnia brutta? Non una prova, non una contestazione precisa. Tutto cala dall’alto, dal cielo del platonismo democratico. Le voci di dissenso rispetto a tanta contorsione mentale non mancano, ma vengono soffocate dal cima poliziesco che ben presto la fa da padrone. I commenti sono sempre più allucinati. Mai un barlume d’ironia, mai un guizzo di vitalità. Più che altro livore e paranoia.

I toni si alzano, le accuse penalmente imputabili si sprecano. «Per mano di gente come questa, qui [a Verona] è morto un ragazzo di ventinove anni, che la politica nemmeno sapeva cos’era». Avete letto bene: “gente come questa”. Che vuol dire? Nulla. Chi decide chi è come chi? Loro. In fondo i fantasmi beceri e securitari che loro denunciano finiscono per prender corpo nelle loro stesse parole, con i “fasci” al posto degli immigrati. Che differenza c’è tra lo sbraitare scomposto contro i marocchini che “rubano il lavoro” e appaiono tutti, indiscriminatamente, delinquenti e terroristi e l’applicare le stesse categorie a chi la pensa diversamente da te? Nessuna. Tutte le vacche sono grigie e tutti i “fasci” sono colpevoli. Ontologicamente.

Una sorta di lettera aperta straparla di cappuccetto rosso che va incontro al lupo. La metafora è chiara: si tratta di Baraghini nel covo del nemico. Dove regnerebbe quella – testuale – «destra nazifascista che nega la libertà di interrompere volontariamente una gravidanza». Questa è bella. CasaPound antiabortista? Da quando? Da sempre, per loro. Perché non serve documentarsi, leggere, confrontarsi. I fascisti sono come è scritto che debbano essere. Se sembrano diversi è perché fingono. E l’essere antiabortista è uno dei loro attributi, checchè ne dicano fior di dichiarazioni ufficiali che vanno in senso contrario.

Il ciclone prosegue e si ingrossa. Nascono petizioni, raccolte di firme, minacce di boicottaggi, gruppi su facebook. Brilla per la sua assenza il senso del ridicolo. Fino a che il linciaggio ottiene l’effetto sperato. Un Baraghini deluso ma non pentito, ingenuo, forse, ma pur sempre accoltellato alle spalle è costretto ad annunciare:

«Mi vedo costretto a disdire la mia partecipazione all’incontro del 10 dicembre. Non perché mi sia pentito di venirmi a confrontare con voi sui valori e i contenuti a me cari, a partire da quelli così ben espressi da Lucaino Bianciardi, lo scrittore che amo di più e che ispira e anima tutto il mio essere “editore all’incontrario”. É successo che la decisione di accettare il vostro invito, presa in solitario, ha provocato una tale levata di scudi, più o meno motivata, da pregiudicare addirittura l’esistenza della casa editrice che dirigo dalla sua fondazione. Certo che oggi mi sento un po’ meno libero».

E bravi i compagni, questo sì che è spirito libertario. Si discute, ma solo con chi la pensa come te. Per il resto, non avendo più nulla da dire, si preferisce azzerare il dialogo tout court. E ciò che stupisce (che volete, sono un ingenuo…) è il livello di moralismo, di seriosità, di spirito poliziesco dominante nei “libertari” de noantri. Il tono è sempre quello della dama ottocentesca, del tipo: “Cielo, che tempi!”. Le parole puzzano di acido e quasi sempre invocano regole e regolette, leggi e leggine, steccati, muri. E i “vergogna” e “che scandalo”. La vitalità espressa è più o meno quella di un congresso di ausiliari del traffico.

Eppure la conferenza si farà.

Con Alfatti Appetiti, Di Tullio e un’altra penna bollente, Gianfranco Franchi. Si parlerà di Bianciardi, della letteratura eretica, del piacere di sentirsi liberi, belli e ribelli. Anche se a qualcuno non va bene, anche se i piccoli uomini saltellano e piangono e reclamano attenzione. C’è chi vorrebbe campare solo di prepotenza, che volete farci?

Cielo, che tempi.

Adriano Scianca

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