Arte alpina

Mutuo il titolo di questo testo da un saggio affidato da Piero Jahier [nella foto sotto a destra], nel 1958, alla sofisticata cura editoriale di Vanni Scheiwiller, che ne trasse uno dei suoi mitici e minuscoli volumetti All’insegna del Pesce d’Oro. Nei registri dell’ Arte Alpina, Jahier non ascriveva l’arte alta, la pittura e la scultura destinata a musei, a raffinate raccolte private, o più banalmente alle pareti dei salotti borghesi. Ciò che interessava all’ autore di Ragazzo e di Con me e con gli alpini, due degli esiti più alti della letteratura vociana, erano piuttosto le creazioni spontanee e piene di forza, nativa e magari perfino barbarica, realizzate da ignoti artisti-artigiani (il superamento delle distinzioni gerarchiche tra arte e artigianato; tra arte pura e applicata, essendo la premessa teorica del discorso di Jahier), attivi in particolare nel territorio del Veneto e del Friuli.

Lo scrittore era entrato in contatto con queste opere per lo più in legno – maschere carnevalesche, gioghi scolpiti per buoi, collari per mucche e capre, conocchie, candelieri, stampi per burro, anelli simbolici, e via di questo passo – al fronte, durante la prima guerra mondiale, e aveva cominciato a collezionarle con passione, aiutato dai suoi alpini che si prestavano al ruolo di raccoglitori. Agivano certamente in questo interesse le origini montanare della famiglia Jahier, che era di ceppo valdese, proveniente da Torre Pellice, dunque dalle montagne del Cuneese, anche se le ricordate circostanze esistenziali lo avevano indotto ad apprezzare e a raccogliere manufatti prodotti da popolazioni montanare, tuttavia non dell’arco alpino occidentale, ma di quello orientale (senza beninteso prendere in esame la dozzinale e già diffusa produzione utilitaria e standardizzata, e neppure quella ormai irrimediabilmente manierata, tipo artigianato della Val Gardena).

Dando prova di grande lucidità intellettuale, Jahier raccoglieva gli oggetti della sua raccolta a futura memoria, quali estreme testimonianze di una civiltà patriarcale ormai, ed anzi già da tempo, tramontata definitivamente.

Semmai, alla stregua di curiosa postilla, si potrà ricordare come la silloge di Arte Alpina entusiasmasse Ugo Ojetti, che le dedicò ampio spazio sulla rivista “Dedalo”, invitando lo stesso Jahier ad illustrarne genesi e motivazioni: Ugo senzasUgo, secondo l’ionico soprannome affibbiatogli dallo Strapaesano Maccari, era insomma intelligenza assai più avvertita di quanto si volle a lungo riconoscere, come attestano le mirabili rassegne di arte italiana che allestì anche all’estero e che tanto merito ebbero nell’accreditare nell’opinione pubblica, in circuiti ben più vasti di quelli specialistici, il mito della grande tradizione artistica del nostro Paese, e come del resto si comincia oggi a riconoscere pubblicamente.

A prima vista, potrebbe apparire che l’Arte Alpina di Jahier abbia poca attinenza con il “Premio Patini“, che è una manifestazione d’arte, sia pure di arte ispirata alla montagna, sottratta dunque ad ogni ambivalenza nei confronti dell’artigianato. Eppure non è così, perché questa edizione del Premio ha individuato il proprio motivo caratterizzante (e l’affascinante ricognizione fotografica effettuata per l’occasione da Fabrizio Sclocchini [nella foto sotto a sinistra] lo attesta in forma esemplare) nell’attenzione per i manufatti, anche di natura utilitaria; insomma per le testimonianze di cultura materiale che la civiltà contadina, e in particolare quella sviluppatasi con caratteristiche peculiari nelle zone di montagna, ha espresso.

Non si dimentichi che questa seconda edizione del “Premio Patini” si tiene a Pescocostanzo, luogo quanto mai privilegiato da questo punto di vista, grazie alla presenza di espertissime maestranze lombarde, qui giunte grazie ai canali economici e di cultura attivati dalla via della transumanza e dai commerci della lana, specie nel corso del XVII secolo. Lapicidi e architetti (a cominciare dal grande Cosimo Fanzago che poi, ulteriormente procedendo da Pescocostanzo a Napoli, qui avrebbe avviato la straordinaria stagione del Barocco partenopeo; e neppure qui soltanto, basti pensare alla Cappella nella cattedrale di Taranto), maestri del commesso marmoreo (impiegato in particolare a realizzare squisiti paliotti d’altare, maestri del ferro battuto, ebanisti intagliatori e doratori, maestranze femminili esperte del tessuto (gli arazzi/tappeti di Pescocostanzo) e del merletto.

Artigianato, a dire il vero, alto, raffinato; ma la sua presenza negli altipiani d’Abruzzo vale ad assicurare che presto una sua vulgata sintetica e marcatamente espressiva, di un’elementarità icastica e magari barbarica, improntata a quella che Croce avrebbe classificato come poesia popolare, si sarebbe diffusa nel territorio. Oggetti di cultura materiale che avrebbero richiesto e meritato una puntuale documentazione fotografica, sul modello di quella che il linguista ed etnologo svizzero Paul Scheuermeier, su uno spettro d’indagine incomparabilmente più vasto (ma non trascurando certamente l’Abruzzo), elaborò, tra anni Venti e Trenta del ‘900, sul lavoro contadino e i suoi attrezzi, a corredo del colossale impegno scientifico dell’Atlante linguistico etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale.

Del resto, assieme all’arte applicata, anche l’arte tout court, senza aggettivi sarebbe stata veicolata: valga l’esempio delle tre pale di Tanzio da Varallo sorprendentemente ubicate in un ridotto comprensorio dell’altopiano abruzzese, a Fara San Martino, cominciando naturalmente da quella di Pescocostanzo, con la formidabile effigie della donatrice Pompa de Mattheis, tra i più straordinari ritratti della pittura italiana del primo ‘600.

Carlo Fabrizio Carli

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