Alan Lomax. Musicologo…

Lo si può aprire a caso, questo libro strano e affascinante che si intitola L’anno più felice della mia vita (Il Saggiatore, pagg. 236, 29 euro) e che racconta-ricostruisce-rispecchia il viaggio che il grande musicologo americano Alan Lomax fece nel nostro Paese a cavallo tra il 1954 e il 1955, per conoscere e registrare “in situ” la musica popolare che si tramandava soltanto per via orale. Lo si può aprire a caso – in alan-lomax_fondo-magazineun punto qualsiasi da pagina 88 in poi, là dove termina il lungo e utilissimo testo introduttivo di Goffredo Plastino e incominciano le parole e le fotografie dello stesso Lomax – e si otterrà il medesimo effetto. Il medesimo premio.

Pagine 140 e 141, per esempio. Tre foto (ovviamente, naturalmente, in bianco e nero, come tutte le altre del volume) e una breve annotazione. A sinistra due immagini: in alto la panoramica di un paesino come innumerevoli altri, un pugno di case addossate sul fianco di una collinetta; in basso sei donne di età diverse, in imprecisati passaggi dell’età adulta, sedute all’aperto e una accanto all’altra, forse parenti o forse semplici compaesane (c’è così tanta differenza, in un posto tanto piccolo?), e ciascuna con un mazzetto di fiori: sorrisi appena accennati, sguardi un po’ bonari e un po’ guardinghi, curiosità e scetticismo per quell’uomo, per quello straniero, che vuole fotografarle. A destra un’immagine sola, in basso. Un uomo e due donne. L’uomo suona un organetto, l’antenato della fisarmonica, e canta. Le due donne sembrano accennare un movimento. Hanno le bocche semiaperte. Forse stanno cantando anche loro, in una specie di coro. Forse respirano profondamente in attesa di farlo.

In alto c’è il commento di Lomax. Che va al di là di queste tre inquadrature e fissa un elemento generale. Un elemento cruciale. «L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento. Le ciglia sono aggrottate, i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia.»

Siamo in qualche posto del Meridione. Puglia o Calabria. Non è chiaro. Non sempre le annotazioni lo dicono espressamente, lasciando quel filo di incertezza che è tipico dei ricordi di viaggio, quando i viaggi sono stati molto lunghi e troppo pieni di impressioni per memorizzarle tutte in perfetto ordine.

Siamo nell’Italia di prima della televisione. La Rai ha cominciato le trasmissioni regolari proprio all’inizio del 1954, ma sui tetti non si vede una sola antenna. La povertà è ancora grande. La povertà è la regola. Gli obiettivi dell’esistenza, di ogni nuovo giorno in cui ci si sveglia e ci si trova ancora lì, sono quelli semplici ed essenziali della realtà contadina. Qualcosa da mangiare. Un tetto sulla testa. La sopravvivenza, in una parola.

Alan Lomax [nella foto sotto a sinistra], che insieme a Pete Seeger e Woody Guthrie è stato il principale artefice della riscoperta del folk statunitense, rivede qualcosa che conosce bene, sia pure nella trasposizione in terra d’America. Rivede lo spirito del blues, del canto che non è esercizio estetico ma bisogno vitale, sfogo istintivo di ciò che non trova altro modo di alanlomax_fondo-magazineesprimersi e di realizzarsi, squarcio di libertà in una vita dominata dagli obblighi. Per lui è un’ulteriore conferma dell’importanza e della bellezza del suo lavoro. Che da un lato è prezioso sul piano culturale, e persino urgente nell’approssimarsi degli sconvolgimenti determinati dal progresso tecnologico e dall’esplosione consumistica; ma dall’altro gli è caro sul piano personale, per tutto ciò che gli permette di incontrare e di sperimentare nei suoi viaggi, nel corso di queste prolungate immersioni in un mondo che è appunto in via di sparizione ma che ancora conserva, pressoché intatte, la sua energia e la sua sincerità originarie. Le sue verità originarie.

Lomax, che ha remote ascendenze italiane racchiuse nell’ormai perduto cognome Lomazzi, è stato a lungo anche in Spagna, dove ha raccolto «75 ore di nastro con bellissime canzoni da ogni provincia», ma qui in Italia avverte un coinvolgimento ancora più intimo. Specialmente in Lombardia, che è la regione di provenienza dei suoi avi. «Diego (Carpitella, l’etnomusicologo italiano che lo accompagnò in buona parte delle sue peregrinazioni e con cui si stabilì una grande amicizia e un’intensa collaborazione – Ndr) e io ci sentimmo davvero a casa. Tutto ci sembrò naturale: i luoghi, la musica, la gente. C’era come un legame profondo che mi univa a questa gente, e le donne che cantavano mi sembravano le mie lontane cugine.»

È questo tipo di uomo, Alan Lomax. È questo tipo di studioso. Per quanto rigorosi siano gli strumenti d’indagine e le analisi successive, la sua non è mai una mera raccolta di dati. O di reperti da allineare in un museo. Lo scopo è più alto. Lo scopo è migliore: è rivitalizzare il passato per farne attecchire lo spirito nel presente. E infatti, nel 1959, Lomax difende a spada tratta la fusione tra musica bianca e musica nera, la decisiva rivoluzione annunciata da Bill Haley e portata a compimento da Elvis Presley: «Io – afferma in modo inequivocabile, e nonostante i suoi 44 anni escludano qualsiasi solidarietà generazionale – sono per il rock and roll, perché […] è essenzialmente un impulso creativo americano. […] È una ribellione contro l’etica puritana che ha decretato dagli inizi della nostra società che gli americani non hanno il permesso di provare piacere.»

L’essenza del folk: la fatica si affronta, il piacere si gode. Non ci si nasconde. Non si teme né di gemere di dolore, né di esplodere di gioia. Facce della stessa vitalità, minacciata prima da oscuri dogmatismi religiosi e poi dalle seduzioni nevrotiche del consumismo. Alan Lomax, quella vitalità, l’ha inseguita a lungo sia in America che in Europa, facendo tutto ciò che poteva per coglierne la testimonianza sonora prima che si disperdesse definitivamente. La musica come una fotografia: ovviamente in bianco e nero; naturalmente bellissima.

Federico Zamboni

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks