Vita agra di L. Bianciardi

Sanguigno, viscerale, tutt’altro che buon imprenditore di se stesso, libertario irriducibile della razza dei Gian Carlo Fusco, dei Sergio Saviane e dei Gualtiero Jacopetti, Luciano Bianciardi Bianciardi percorse con scanzonata determinazione quella “via italiana al libertarismo” – tratteggiata in questi ultimi mesi sul Secolo – sotto il fuoco dei cecchini della critica ideologica, offrendo generosamente il petto e rimettendoci le penne, dimenticato da tutti. Era il 14 novembre del 1971 e aveva solo 49 anni. Come ha raccontato Pino Corrias nella biografia Vita agra di un anarchico (recentemente ristampata da Baldini Castoldi Dalai) a seguire la bara dallo spiazzo dell’ospedale San Carlo di Milano al cimitero «rimasero solo quattro persone con i cappotti chiusi». Molti di più, immaginiamo, in questi giorni acquisteranno Bianciardi!, il film di Massimo Coppola presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia e ora disponibile in dvd. «Un documento straordinario», lo ha definito Vincenzo Mollica. Come poteva essere diversamente data la vita condotta dallo scrittore?

Irregolare fino in fondo, Luciano Bianciardi. Fino al fondo di una “vita agra” malgrado il successo incassato con disincantata diffidenza – «per me successo è participio passato del verbo succedere» – e sperperato facendo esattamente il contrario di quello che gli altri si sarebbero aspettati da lui. Come rispondere “signornò” alla chiamata di Indro Montanelli, che lo voleva al Corriere, per continuare a scrivere su riviste di “serie B”. Come rifiutare di farsi «incazzato di professione» per la Rizzoli. Per monetizzare la popolarità ottenuta con l’exploit de La vita agra (’62), piuttosto che ostinarsi a occuparsi della sua passione per il Risorgimento, sarebbe stato sufficiente produrre un libro «arrabbiato» all’anno, com’è uso dei professionisti dell’antipolitica di oggi. E gli avrebbe evitato di tradurre libri altrui «a ritmi infernali» per sopravvivere. Il fine giustifica il mezzo, ça va sans dire.

Non per lui, che si certificava «anarchico individualista per disposizione d’animo, non per ideologia». Quella per la modernizzazione del costume era una “partita” a tutto campo, in cui poteva essere necessario entrare a gamba tesa e pertanto poco adatta a signorine e vecchie zie, un po’ come il calcio, uno sport troppo popolare per non trovare Bianciardi in prima linea, ovvero in tribuna. Insieme, per citarne due su tutti, a Gianni Brera – che lo volle al Guerin Sportivo – e Govanni Arpino, grandi firme trattate con sufficienza dall’establishment perché colpevoli di intelligenza con il nemico: la cultura di massa e popolare. Va’ a spiegare a chi predicava la rivoluzione che lo stadio «sembra un grande bullone che cerca di avvitarsi al cielo». Definizione di Bianciardi, uno al quale “Il fuorigioco sta antipatico” (come titola la raccolta – edita nel 2006 da Nuovi Equilibri – delle sue spumeggianti corrispondenze sull’attualità con i lettori del Guerin Sportivo).

Chissà che effetto gli avrebbe fatto leggere i riconoscimenti, rigorosamente postumi, e vedersi trasformato in un santino buono per ogni ricorrenza, quasi un padre delle lettere nazionali.

Chissà se avrebbe preso la parola per intervenire al convegno organizzato dalla Fondazione Bianciardi che nei giorni scorsi si è interrogata, presso la Sala Pegaso dell’Amministrazione Provinciale di Grosseto, sulla “Lezione di Bianciardi” e “Ottocento come Novecento: Bianciardi dalla letteratura al dibattito civile”.

Avrebbe detto la sua, sì. Perché ai diritti civili teneva. Ma senza salire in cattedra. E si sarebbe confrontato con tutti «in prima persona singolare», ovvero senza rivendicare appartenenze pregiudiziali, con autoironia e soprattutto senza la pretesa di convincere alcuno della bontà delle sue idee. Magari avrebbe messo d’accordo anche i figli Luciana e Ettore, oggi l’un contro l’altro armati, nel nome del padre. Se Luciana promuove la Fondazione – di cui è presidente – Ettore arma l’Antifondazione. Se Luciana, con la casa editrice ExCogita, dà alle stampe L’antimeridiano (il cui secondo volume, realizzato in collaborazione con Isbn, raccoglie gli articoli di Bianciardi dal ’52 al ’71: dalla cronaca di costume alla satira sociale, dalla critica televisiva a quella sportiva), Ettore risponde con Non leggete i libri, fateveli raccontare (Nuovi Equilibri), “manuale ad uso di chi voglia aggirarsi nel mondo della cultura”, apparso originariamente nel 1967 in sei puntate su ABC. Il volume costa 9 euro, ma può essere scaricato gratuitamente proprio sul blog di Ettore Bianciardi http://www.riaprireilfuoco.org/ (dal titolo dell’ultimo libro dello scrittore, neanche a farlo apposta edito da Luciana nel 2001).

«Trovo che la Fondazione non sia in linea con il modo di essere di mio padre. E’ diventata una struttura autoreferenziale, chiusa e ingessata – ha dichiarato tempo fa Ettore – ed è inutile tenere i suoi libri, collezionare le riviste che hanno parlato di lui, indire convegni con contributi polverosi di eruditi locali: bisogna invece “riaprire il fuoco”, come avrebbe voluto lui. E cioè lottare per una cultura popolare».

Questa battaglia Ettore ha deciso di combatterla insieme a Marcello Baraghini, il papà dei “Millelire” di Stampa Alternativa (per via dei libri al costo di sole 1000 lire), che alla fine degli Ottanta sfidarono il mercato editoriale. Provocazione che i due hanno rilanciato lo scorso anno con i “Bianciardini”, libricini dal costo simbolico di un centesimo che possono essere ordinati (o scaricati) direttamente sul sito. E non è un caso che i primi “Bianciardini” a essere pubblicati siano stati proprio quattro volumetti di Leo Longanesi (La vespa, I santini, I piccoli borghesi e I borghesi in gelatina), altro grande libertario molto amato a destra. Aspetto, quest’ultimo, che non turba affatto Baraghini, grande fan di Leo – «Lo adoro, era un intellettuale libero, un anarchico che voleva la rivoluzione fascista, mica una stronzata come quella comunista» – e naturalmente anche di Bianciardi, tanto da scrivere sul blog: «Andrei subito a Casa Pound di Roma a parlare di lui, se mi invitassero».

Luciana Bianciardi ha deciso di non alimentare polemiche e preferisce regalarci un ricordo personale del padre: «Era un uomo di grande personalità, alto, affascinante, un conquistatore di cuori femminili. Tuttavia la sua caratteristica principale era quella di far sentire gli altri a proprio agio. Sapeva parlare nel loro linguaggio tanto con i professori che con i minatori e i contadini della sua terra, riuscendo a farsi capire da tutti per la semplicità con cui esponeva anche i concetti più complicati. Quando insegnava al liceo Carducci Ricasoli di Grosseto – ci racconta un’aneddoto inedito – aveva ideato un modo tutto particolare di insegnare il latino: canticchiava un motivetto in voga a quell’epoca (“Con te, senza te, noi cantiamo alle stelle e alla luna…”) e lo traduceva, sempre cantando, in: “Tecum, sine te, nos canemus stellis lunequae…” e via così fino in fondo».

Le chiediamo: in cosa consiste l’attualità di Bianciardi e perché viene riscoperto solo recentemente?

«È stato capace di vedere in anticipo parecchie cose, fra le quali il colosso d’argilla che si chiamava boom economico. Era un personaggio scomodo, uno di quelli che non si adattava a nessun padrone, a nessuno stile predefinito e non prendeva ordini da nessuno. Odiava le prigioni, fisiche e mentali, odiava gli estremismi e le conseguenze che da questi derivano. E’ chiaro che un simile uomo non poteva andar bene a nessun tipo di potere. Fu osteggiato da tutti quelli che, avendo cercato di inquadrare il suo spirito libero, non ci sono riusciti. La rivalutazione di Bianciardi, a posteriori, è facile da fare: lo scrittore non si discute, l’uomo poteva essere inviso a un certo potere, ma oggi lui non può più far paura, e allora, perché non riconoscergli i meriti che ha avuto?».

E oggi da che parte starebbe?

«Se ne starebbe a guardare, come ha sempre fatto, ponendo il suo occhio critico sui dolori di destra e di sinistra allo stesso modo, sferzando entrambi i contendenti con la frusta della sua ironia. Di certo avrebbe mandato a quel paese gli opportunisti, quelli che si aggrappano a un carro qualsiasi purché faccia loro da sponda o da palcoscenico. Non gli sono mai piaciuti e non gli piacerebbero nemmeno oggi. Nemmeno Travaglio che, senza Berlusconi, resterebbe senza lavoro…».

Robero Alfatti Appetiti

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