Per Gabbo…

Dunque, ricapitolando, le cose in quel giorno maledetto di un anno fa più o meno sono andate così. Uno si sta facendo i cazzi suoi steso placidamente a dormire nella macchina parcheggiata in un’area di servizio dell’autostrada del Sole. Fare il dj è divertente ma faticoso. Tanti amici, belle donne. Non sei mai solo. Però ti tocca stare tutta la notte sveglio a fare battute, a decidere ogni volta il brano da sparare al massimo dei decibel, sempre a mostrare il meglio di te, con l’adrenalina al top nelle vene per dare il ritmo giusto a quella mandria di scalmanati che sbraita sulla pista. All’alba di andare a dormire non se ne parla proprio. Ti cambi di volata e via, subito al raduno coi fan della Lazio per la trasferta della squadra. Ma poi, lungo l’A1, la stanchezza ha il sopravvento e ti appisoli placidamente sul sedile posteriore dell’auto, quasi senza accorgertene. Tanto l’amico al volante è ben riposato e gli altri gli fanno una buona compagnia.

Dopo un po’, la solita fermata per fare quattro passi e bere un caffè. Il posto scelto, situato sulla corsia nord dell’A1, si chiama Badia Alpino e siamo nei pressi di Arezzo. Gli amici decidono di non svegliarti, perchè sanno che hai fatto la notte e ti lasciano solo nell’abitacolo a riposare in pace. Non immaginano neppure che sarà l’ultima volta che ti vedranno vivo. Fuori, il gruppo di “aquilotti” incappa in un pullman di tifosi juventini. Parte qualche sfottò, qualche parola pesante. L’atmosfera si riscalda subito tra laziali e juventini, del resto non si sono mai potuti sopportare, ma non accade nulla di rimarchevole. Forse solo qualche spintone o un vaffa…

Intanto, sull’altra corsia dell’autostrada, quella in direzione sud, sta appostata una pantera della ps, dalla quale subito scende un coglione che di primo acchito crede di avere già capito tutto ciò che sta avvenendo in quel preciso momento a ben cento metri di distanza dalla sua postazione. Lui “sa” già – senza poter sentire nulla e senza poter notare bene nulla, lontano com’è dal luogo dove sono stazionati i ragazzi – chi sono i buoni e chi i cattivi, chi va bloccato e chi no, chi va redarguito e chi no, chi “può” e chi “non può”. Sono le ore 9,18 e lo sceriffo in un attimo estrae la pistola e, a mani unite e ad alzo zero, manco a Sarajevo, senza pensarci due volte, mira in direzione del gruppo di giovani laziali. Poi come se nulla fosse, il coglione spara freddamente nel mucchio e, rischiando di centrare un eventuale veicolo che in quel momento fosse disgraziatamente sopraggiunto a frapporsi tra l’uomo e il bersaglio, uccide il ragazzo addormentato, colpevole solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La giovane vittima si chiamava Gabriele Sandri.

L’agente-terminator di nome fa Spaccarotella. Dopo un’ora era già tutto chiaro come s’erano svolti i fatti – e del resto c’era ben poco da chiarire – ma alle 11,49 una notizia emessa dall’Ansa annunciava solo che “c’è stato un morto sull’autostrada per una zuffa tra tifosi”. Dopo tre ore dall’incidente, sempre l’Ansa diffondeva un altro comunicato in cui, azzardando una spiegazione, aggiungeva: “Si suppone che un agente abbia sparato un colpo in aria”. Dopo nove ore – erano ormai le 18,00 – la conferenza stampa della questura di Arezzo emetteva una “comunicazione di crisi” a dir poco strampalata nella quale si lodava il reparto dell’agente sparatore, non si chiariva nulla di nulla, e non erano consentite domande da parte di chicchessia. Alla faccia dei diritti umani.

La “libera informazione”, intanto, si distingueva con una vergognosa ignavia, nonostante precedenti esempi di interventi in operazioni di polizia ben più cruente, durante i quali le armi non solo non sono state usate, ma si è dimostrato addirittura un discreto margine di tolleranza. Insomma, il messaggio lanciato dalle stanze dei bottoni è chiarissimo. Per i cortei e le dimostrazioni promosse e sostenute dalla sinistra e dai centri sociali, sebbene accompagnati da assalti, insulti, lancio di oggetti e da vandalismi di ogni tipo, la consegna alle forze dell’ordine è subire gli oltraggi e non reagire. I teppisti dei centri sociali che a Piazza Navona hanno assaltato i ragazzi del Blocco studentesco hanno avuto pure la corale solidarietà degli organi d’informazione e degli alti papaveri istituzionali. Viceversa, quando ad alzare la voce, ma in certi casi basta appena l’intenzione, sono elementi di destra o tifosi di squadre di calcio, allora non solo è lecito sparare ad alzo zero nel mucchio, ma in questa occorrenza si muove lo stesso ministro degli interni, che si incarica in prima persona di depistare omertosamente l’accaduto esautorando addirittura le autorità competenti, come verificatosi nei confronti del questore di Arezzo, messo bruscamente da parte da Amato il giorno dell’omicidio di Gabriele.

Per un momento sembrava di essere tornati indietro nel tempo, ai lontani anni di piombo, all’esecuzione del povero studente Stefano Recchioni, ucciso pure lui come un cane dal capitano Sivori durante una manifestazione di protesta seguita all’agguato di via Acca Larentia. Oppure all’omicidio di Alberto Giaquinto, ferito a tradimento dall’agente Alessio Speranza e lasciato agonizzare per ore dai carnefici in divisa, che hanno impedito a chiunque di portargli soccorso. Dall’altra “parte”, l’esempio più calzante di questa inspiegabile schizofrenia comportamentale è stato l’episodio del “giottino” Carlo Giuliani, santificato con la dedica di un’aula del Senato dopo essere stato colpito da un proiettile partito per reazione di difesa mentre con un estintore in mano intendeva massacrare un carabiniere durante il sacco di Genova del 2001. Per il rampollo del sindacalista Cgil, la cui “performance” è stata immortalata da mille telecamere e filmati di ogni genere, si sono organizzati sit in, cortei di sdegno, sono state presentate mozioni, interpellanze, si sono versati fiumi d’inchiostro sui giornali, scoperte lapidi e offerto un seggio al parlamento per la madre.

Per Gabbo invece, ucciso a sangue freddo senza una ragione da una testa di cazzo con l’unica colpa di starsene per i fatti suoi a dormire, ancora non si è aperto neppure lo straccio di un processo. Per giunta, s’è ordita, da parte dei mass media, un’ignobile congiura del silenzio. Solo Napolitano e Veltroni, allora sindaco di Roma, insieme con l’opposizione dell’epoca, condannarono duramente l’infame episodio, mentre dai banchi del governo Prodi non si levò neppure una parola ma trapelarono solo miserabile imbarazzo e vigliacca ipocrisia.

La grande stampa invece, che bombarda giornalmente l’opinione pubblica coi resoconti e i piccanti retroscena del delitto di Meredith o di quello della ragazza di Garlasco, sulla tragedia del giovane tifoso romano per un anno ha solo steso una cortina di silenzio. Questo la dice lunga sull’obbiettività e l’indipendenza di certa editoria, che invece di sensibilizzare i lettori sulle piccole e grandi ingiustizie subite dalla comunità ad opera delle autorità, fa finta di nulla, minimizzando e obliando se l’argomento da trattare non è omologabile nei soliti cliché. Anzi, c’è stato persino un subdolo tentativo da parte di spregevoli gazzettieri di sporcare l’immagine di Gabbo. Tentativo miseramente naufragato per l’indignata ed energica reazione degli amici e dei parenti, giustamente infuriati.

I fragorosi silenzi degli organi d’informazione vanno ad aggiungersi alle scandalose reticenze del questore di Arezzo. Le prese di posizione di Manganelli poi, in occasione del primo anniversario dell’accaduto, non scusano proprio nulla. In uno stato democratico e rispettoso dei diritti umani, se il capo della Polizia di Stato ritiene di portare il peso della responsabilità della morte di un ragazzo innocente, sarebbe opportuno che infine rassegnasse le dimissioni. Le sue e quelle dell’agente Spaccarotella, che dopo un anno dal drammatico episodio non ha subìto neppure una multa e continua indisturbato a esercitare le sue mansioni. Per l’episodio del pestaggio del giovane ghanese di Pavia si è arrivati in appena quaranta giorni a indagare ben 10 vigili urbani, ai quali è stata contestata una sfilza di reati che farebbero impallidire pure Riina. Le scritte di “Militia”, ritenute oltraggiose per le figure di Pacifici e Alemanno, sono state fotografate e riprodotte per settimane sui quotidiani a maggior diffusione e in capo a poco si è arrivati a identificarne gli autori. Questo tanto per stigmatizzare l’ignobile gara a dimenticare operata da una stampa vigliacca che tutto ha fatto tranne che sentire la doverosa esigenza di condannare il gesto folle del poliziotto e lo scandaloso gioco delle parti tra gli organi dello Stato che ne è seguito.

Tutti sapevano già cosa era successo e come, ma ognuno ha fatto la sua parte per depistare, confondere, sviare. Il suo cadavere era ancora caldo e già giornali e tv parlavano di violenza negli stadi, di misure contro gli hooligan, della necessità di misure più drastiche contro i tifosi. Tutte cose che con quello che era accaduto quel giorno a Badia Alpino non avevano nulla a che vedere. Le partite però, quelle non si è avuto il coraggio di sospenderle. Si sa: il business è sacro e non si può, non si deve toccare…

Angelo Spaziano

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