Immigrato? Non si può dire

«Immigrazione: notiziario Dires, mai più la parola clandestino»: è’ un termine che ha assunto accezione negativa, meglio dire «migrante». E’ il caso di dire: Parola del notiziario DiReS! (che per la cronaca è frutto della collaborazione tra l’Agenzia Dire e l’Agenzia Redattore Sociale). I direttori Trasatti e Pace, nell’invitare ogni giornalista a seguire il loro esempio, ritengono sia sbagliato continuare a pronunciare anche il termine «extracomunitario», salvo «quando sia essenziale per chiarire aspetti tecnici».

Siamo ben lontani dallo stile di Alma Sabatini e delle sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, redatte nel 1987 per la Commissione pari opportunità del governo prsieduto da Craxi.

Qui non si parla di sesso, o di correttezza politica nell’uso delle parole.

Tanto per intenderci: non stiamo ragionando intorno all’opportunità di trasformare gli spazzini in netturbini e poi in operatori ecologici.

L’operazione, in cantiere da mesi, è quella di mascherare totalmente il significato di parole e proposizioni, con l’allucinante paradosso di voler introdurre nell’informazione più rispetto, trasparenza e dignità per le persone.

Ci verrebbe anzitutto da dire che non possiamo cambiare vocabolario solo perchè una parola è intesa erroneamente (?) dalla popolazione.

In seconda battuta è possibile confutare le tesi dei pregiatissimi direttori di DiRes, senza troppo scomodare la linguistica italiana.

«Clandestino» non potrà mai essere sinonimo di «migrante».

Il primo termine assume una valenza giuridica quando un individuo viene sorpreso entro i confini di uno Stato nel quale non ha diritto di risiedere perchè sprovvisto dei requisiti necessari. Un «migrante», invece, può essere tale e contemporaneamente avere tutti i requisiti per vivere nello Stato che lo ospita.

Trasatti specifica all’Ansa il suo pensiero sulla parola clandestino: «Oltre a essere impropria, la parola ha sempre piu’ assunto nell’immaginario collettivo un’accezione offensiva e spesso criminalizzante, che rischia di estendersi a tutta la popolazione immigrata». «Saranno usati termini come irregolare, migrante, immigrato, rifugiato, richiedente asilo, persona, cittadino, lavoratore, giovane, donna, uomo», conclude il dispaccio Ansa datato 10 novembre.

Eppure termini come rifugiato e richiedente asilo già vengono utilizzati, limitatamente a coloro i quali ne hanno diritto, ossia quegli immigrati che ne fanno richiesta per motivazioni politiche o umanitarie. Uomo, donna, lavoratore, ci sembrano francamente parole un tantino generiche. Un clandestino, che è in violazione di una norma, può essere uomo, donna, può definirsi lavoratore (anche se irregolare): sempre clandestino rimane. Per marcare il suo status di contravventore del contratto sociale che lo lega alla collettività, dobbiamo necessariamente chiamarlo clandestino e non uomo irregolare. Non è un personaggio della vita spericolata di Vasco Rossi, non è un’irregolare della vita come Jack Kerouac: è un immigrato clandestino, e in quanto tale perseguibile a norma di legge.

Immigrato, dicevamo. Anche questo termine viene preso di mira dalla riflessione dei direttori di DiReS, e a quanto pare ha già attecchito sui media nazionali (Televideo e TG1 in testa).

La parola «migrante» che andrebbe a sostituire «immigrato» tende, nell’immaginario comunicativo, a dolcificare il termine rendendo un fenomeno come quello dell’immigrazione pari ad un viaggio turistico.

Sarebbe allora opportuno ricordare che immigrato non possiede un’accezione negativa, come vorrebbero taluni linguisti; al contrario è un termine tecnico che diversifica il fenomeno delle migrazioni: a seconda del luogo di destinazione, questo prende il nome di immigrazione o emigrazione.

Al contrario, è proprio la parola migranti ad essere usata come subdola leva politica per travisare un fenomeno anormale – come quello dell’immigrazione, analizzato sotto diversi punti di vista – come fosse un fenomeno normale, inevitabile, positivo.

Banalizzare il tutto per rendere la questione assimilabile ad una gita-premio.

E che dire di «extracomunitario»?

E’ sotto gli occhi di tutti il suo valore tecnico, che specifica l’appartenenza di un individuo a una comunità che non è quella della Comunità Europea. Non servono levate di scudi che rimarchino quando e come possa essere usata una parola del genere. Oppure il tentativo di abbattere nozioni di linguistica significa abbattere anche confini nazionali e trattati internazionali? Significa forse drogare la comunicazione per far ingoiare problematiche altrimenti impossibili da mandare giù?

Che spettacolo! Ora che molti concetti non riescono più ad essere veicolati alle persone, parte il make-up della lingua italiana.

Se proprio dobbiamo cambiare, preferiremmo tornare (mutatis mutandis) a velocipede piuttosto che adeguarci a migrante.

Massimiliano Macera

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