Il sangue dei vinti. Film

Si dice che ogni Stato che si rispetti abbia, alle sue origini, un mito archetipico. L’Italia è l’unico Stato che risulta fondato, invece che su un mito, su una mitomania. Sono sessant’anni che ogni 25 aprile ci martellano i cosiddetti con le mendaci giaculatorie partigiane, e per sessant’anni ci hanno inculcato nel cervello la ridicola panzana di un manipolo di eroi senza macchia e senza paura che, confinati sulle montagne e mimetizzati tra le scoscese balze dell’Appennino, hanno dato filo da torcere al più temibile esercito che la storia ricordi. Cazzate. Andate a raccontare a un calabrese o a un abruzzese, a un pugliese o a un sardo, che l’Italia è stata “liberata” per merito della resistenza: se vi andrà bene vi guarderà con patetica commiserazione. Se non fosse stato per lo sbarco in Sicilia e per il tritolo dei B52 a stellestrisce il 25 aprile sarebbe rimasta sempre e solo la festa di San Marco.

Ora finalmente qualcuno ha avuto l’ardire di gettare più di un macigno in quella morta gora che era diventata l’intangibile leggenda della guerra di liberazione. A rompere per primo la crosta di ghiaccio del conformismo italiota era stato, nell’ormai lontano 1997, il regista Renzo Martinelli, che con Porzus aveva pugnalato alla schiena le vestali del purismo “frontista” rivelando con un colpo basso come un gruppo di gappisti comunisti, comandati dal macellaio rosso Mario Toffanin, sterminò proditoriamente ed “eroicamente” un intero reparto della brigata Osoppo, agli ordini di tal Francesco de Gregori, zio del celebre cantautore. Tra le vittime, “colpevoli” di non prostrarsi al feroce verbo titino e di opporsi all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, Guido Pasolini, fratello minore del degenerato Pierpaolo di “Salò”.

Dovevano passare però diversi anni, fino al 2008, affinché un altro “capitano coraggioso” del ciak, Marco Tullio Giordana, col suo “Sanguepazzo“, andasse a gettare scompiglio nell’ordinato gregge del conformismo narrando a fosche tinte il cupo episodio del massacro della celebre coppia del jet-set italiano d’anteguerra, il duo Osvaldo Valenti-Luisa Ferida. Grazie a un Luca Zingaretti e a una Monica Bellucci al massimo delle loro capacità interpretative, per la prima volta la nostra generazione ha appreso dello spietato linciaggio di due personaggi – lei era pure incinta – gratuitamente sacrificati dalla furia partigiana sull’altare del moloch antifascista in quanto colpevoli di avere incarnato alla perfezione i sogni e le aspirazioni di una comunità nazionale che nel tanto deprecato regime aveva visto una formidabile opportunità di riscatto e di catartico rinnovamento dopo decenni di fosco annichilimento antinazionale.

httpv://it.youtube.com/watch?v=RHFUNBvy7Rg
(Marco Tullio Giordana, Sanguepazzo, 2008)

Subito dopo “Sanguepazzo”, la situazione, per i nostalgici della storia guardata dallo specchietto retrovisore è andata scivolando rapidamente verso la più drammatica delle “rupture”. Infatti, sempre nel corso del fatidico 2008, alla coppia Martinelli-Giordana si è aggiunto, a fare da inaspettato tris iconoclasta, l’affabulatore Pupi Avati del Papà di Giovanna, che nel dipanare abilmente la drammatica vicenda del fallimento di un genitore nel suo rapporto con l’amata, fragile figliola, fa lampeggiare da par suo i lividi bagliori della Bologna di fine guerra, un tragico Grandguignol dove il sangue dei fascisti scorre a fiumi, tra torbide vendette e squallidi tradimenti.

Il poker d’assi è sopraggiunto improvvisamente da un “fronte” che nessun gendarme della memoria resistenziale si aspettava di dover presidiare: gli Usa. E’ stato il regista statunitense Spike Lee, nero di Georgia e di estrazione liberal, che con un bel lungometraggio, Il miracolo a Sant’Anna, ha spazzato via come un furioso, catartico nubifragio, una montagna di luoghi comuni e di confezioni scadute di paccottiglia paleoresistenziale politicamente corretta, che usavano dipingere i tedeschi come i soliti Sturmtruppen di Bonvi, tetragoni a qualsivoglia moto dell’anima e pronti solo a versare sangue innocente, gli americani tutti Nembo Kid, superpalestrati e belli come indossatori, e i partigiani tanti Blek Macigno, un po’ sfigati, dai nobili ideali ma del tutto privi di mezzi. Bene. Sant’Anna il miracolo l’ha fatto, ma non era proprio ciò che si aspettavano i vopos dei muri rossi. Pochi metri di pellicola e nel teatrino dei pupari del 25 aprile le marionette di Spike Lee hanno fatto un colpo di stato e i crucchi hanno improvvisamente cominciato a salvare i bambini, i partigiani a tradire, gli americani fanno la figura dei nazisti e i neri diventano eroi. L’ha combinata proprio sporca, Spike Lee, agli inflessibili guardiani del Vangelo secondo l’Anpi, attirandosi addosso gli strali di quelli con la bava alla Bocca, i quali hanno subissato d’insulti il regista liberal e tutti coloro che, come lui, hanno osato narrare la storia patria senza impetrare il loro permesso e senza neppure avere il patentino “giusto”.

httpv://it.youtube.com/watch?v=MoRFxLR4Dl4
(Spik Lee, Miracolo a Sant’Anna, 2008)

L’ultimo documento fresco di cinepresa arrivato a completare lo sconvolgente – per i farisei di sinistra – “Pentateuco del ripensamento” è stato Il sangue dei vinti di Michele Soavi, film tratto dal libro omonimo di Giampaolo Pansa. L’opera “cartacea”, edita da Sperling & Kupfer nel 2003, ha portato alla ribalta le diaboliche mattanze perpetrate, a guerra ormai conclusa e ad armi rinfoderate, contro i soldati repubblichini superstiti che ebbero l’ingenuità di fidarsi delle false promesse di perdono dei mendaci giannizzeri di Stalin e di consegnarsi fiduciosi e inermi ai loro boia. Il film realizzato da Soavi nel corrente 2008 e presentato fuori concorso una settimana fa alla Festa del Cinema di Roma, invece, non ha nulla della scrupolosa acribia del libro e declina in romanzo l’agonia della Rsi nella moribonda Italia del 1945. Il commissario di polizia Francesco Dogliani (Michele Placido) deve indagare sull’omicidio di una donna e sui misteri di sua sorella gemella (Barbara Bobulova) e, ossessionato da questa ricerca, lascia la Roma insanguinata dai bombardamenti alleati per andare a “rilassarsi” nel bucolico silenzio delle Langhe piemontesi. Una volta arrivato nell’agreste “ritiro”, tuttavia, scopre con sgomento che anche lì gli odi e le vendette stanno mietendo vittime, ma lui non si schiera come fanno invece i suoi fratelli Ettore (Alessandro Preziosi), partigiano, e Lucia (Alina Nedelea), che si arruola con l’esercito della Rsi. Il romanzo in celluloide di Soavi, insieme al sangue degli sconfitti, mostra pure la bile verde schiumosa dell’odio dei vincitori, l’impassibile flemma della maggior parte degli italiani che tra quel po’ po’ di casino continuavano imperterriti a badare ai cazzi loro, e l’atrabile dei vigliacchi post-otto settembre, i quali, con lo zelo tipico dei voltagabbana, hanno ignobilmente campato di rendita sulle disgrazie della Patria, impancandosi a giudici degli sconfitti dopo essersi comportati da maestri durante gli splendori del regime.

httpv://it.youtube.com/watch?v=ez5Y4wmVnrQ
(Michele Soavi, Il sangue dei vinti, 2008)

Insomma, il film, che del libro ha ripreso solamente il titolo in quanto il plot narrativo ne esce completamente stravolto, ha mostrato agli immemori del conformismo di maniera l’altra metà del cielo, quella che i corifei del 25 aprile hanno scoperto con terrore essere ricoperta da grigi cumulonembi dai quali è piovuta sulla nostra Patria la mefitica pioggia acida dell’odio verso il nemico sconfitto, l’intolleranza nei confronti dell’avversario politico e delle vendette di classe. Con questo monumento storico – ma già da prima, con i suoi libri – Pansa ha impresso alla storiografia nazionale un’autentica rottura bachelardiana, cogliendo in tal modo l’autentico significato della “missione” dell’intellettuale secondo la lezione di Bobbio: un vero uomo di cultura deve saper seminare dubbi, più che raccogliere certezze. Per questa operazione l’uomo di Casale Monferrato e il regista Soavi, un tempo coccolati e vezzeggiati dalla critica “veltroniana”, ora che hanno cambiato registro si sono attirati addosso gli strali della stessa e dalle pacche sulle spalle ora sono passati a incassare solo calci nel culo.

Risultato: il film è stato boicottato durante la lavorazione e viene adesso ostracizzato nelle sale. A Venezia è stato semplicemente buttato giù in laguna dal ponte di Calatrava. A Roma si sono inventati una serata apposita per lanciarlo, ma di concorrere manco a parlarne. Nei cinema non ne vogliono sapere. In televisione dovrà essere trasmesso ma non si sa quando. Il fatto è che, grazie al duo Pansa & Soavi, la “bolla speculativa” della lotta di liberazione sta scoppiando di brutto come i subprime e gli hedge fund americani, mostrando al mondo le parti “sconce” di quell’episodio della nostra storia che fino a ieri veniva decantato come un poema, ma che si è finalmente rivelato per quello che è sempre stato: una schifosa ameba proteiforme, pronta a crocifiggere Mussolini per leccare il culo a Stalin, Tito, e ai peggiori mostri della falcemartello, ebbra di sangue innocente, saziata con il fosforo e il napalm delle bombe alleate e con le medaglie appuntate sul petto di ignobili personaggi che hanno guadagnato ori e prebende lucrando su infami atti di tradimento e spietate rappresaglie.

Angelo Spaziano

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