Volti celati del capitalismo

Non sempre le notizie importanti stanno sulle prime pagine dei giornali o nei titoli di testa dei tg. A volte sono rintanate nelle pagine di cronaca, magari quelle locali, che non vanno al di là della cinta daziaria cittadina. Oppure vengono annegate in poche righe d’agenzia, sommerse dall’ondata di news che quotidianamente ci travolge. Così un paio di notizie “minori” possono rivelarsi utili a comprendere i venti di crisi più di cento editoriali sul crack della Lehman Brothers.

Due episodi che arrivano da Torino, città che – nel bene e nel male – viene spesso considerata come quella che anticipa i fermenti e le tendenze nazionali. Due vicende di secondo piano che aiutano a svelare i volti del capitalismo contemporaneo, fino a poco tempo idolatrato come un totem e adesso scricchiolante sotto i colpi della recessione (e delle malefatte di troppi finanzieri da filibusta).

Prima scena. Periferia nord della città. Da un vecchio edificio industriale, ristrutturato con gusto, esce una fila di persone dall’aria smarrita. Sono giovani, uomini e donne fra i trenta e quarant’anni, abbigliamento casual e uno scatolone in mano. I famosi scatoloni che ci siamo abituati a vedere in televisione quando va in onda lo spettacolo del crollo di Wall Street. Sono dipendenti del centro di ricerca del colosso americano Motorola, ingegneri elettronici e tecnici informatici. Colletti bianchi, forse qualcosa in più. Li hanno cacciati dall’oggi al domani perché l’azienda a stelle e strisce è in crisi e deve tagliare. Ma soprattutto deve “delocalizzare”, cioè con un brutto neologismo trasferire la produzione (in questo caso pure la ricerca)  addove il costo del lavoro è più basso. In India, forse in Cina. Via dall’Italia e via dall’Europa, comunque. I Motorola boys sono frastornati. Gli hanno chiuso le porte in faccia da un giorno all’altro e hanno potuto ritirare le loro cose soltanto sotto gli occhi dei guardiani, perché i dirigenti temevano che potessero rubarsi i progetti segreti degli ultimi modelli di telefonino. Poi hanno scoperto che Motorola non ha versato  all’Inps la quota per la copertura degli ammortizzatori sociali: niente mobilità, quindi. Solo l’indennità di disoccupazione. Probabilmente i vertici del colosso di Chicago (toh, la patria di Obama…) ci hanno sempreconsiderato alla stregua dell’India e della Cina, anche dal punto di vista delle tutele. La mossa piratesca dell’azienda americano ha spiazzato i vertici di Comune e Provincia di Torino e della Regione Piemonte, tutti di stretta osservanza democratica e quindi entusiasti per qualsiasi cosa arrivi dagli States. Così entusiasti da aver regalato a Motorola, negli anni scorsi, 10 milioni di euro in incentivi pubblici affinché scegliessero Torino come base del loro centro di ricerca. Dieci milioni che il colosso dell’Illinois ha intascato per poi lasciare per strada 370 fra ingegneri e ricercatori. Così quando si ascolta il vicesindaco Tom Dealessandri (ex sindacalista Cisl) bofonchiare stramberie come «Ci resta un centro d’eccellenza, un gruppo di cervelli che ha saputo creare decine di modelli messi sul mercato, speriamo che qualcuno non lasci cadere ciò che rappresenta il centro Motorola», ti viene da pensare che il poveretto abbia parlato in chiaro stato di choc. Perché non puoi credere che pensi veramente una simile puttanata.

Seconda scena. Venaria, cintura industriale del capoluogo. Il presidente della Mollabalestra, storica azienda con 120 dipendenti specializzata nella produzione di balestre e sospensioni per mezzi pesanti, mostra compiaciuto il nuovo tetto dello stabilimento. Settemila metri quadrati sui quali sono stati collocati 2600 pannelli solari, in grado di produrre 600 mila kilowatt/ora. Il più grande impianto fotovoltaico del Torinese, costato la bellezza di 2 milioni e mezzo di euro. Che in tempi di crisi, non è poco. In questo modo, grazie ai raggi del sole, l’azienda risparmierà il 20 per cento del proprio fabbisogno energetico ed eviterà di immettere nell’atmosfera 300 tonnellate di anidride carbonica. «Alla fine del ciclo – ha spiegato il  residente –  ogni 12 mesi riusciremo a risparmiare dai 60 ai 70 mila euro.  Per noi è una grande boccata di ossigeno che ci consentirà di tenere duro e di non fare dei tagli al personale».

Durante la settimana, l’energia prodotta dai tetti dello stabilimento di Venaria servirà per alimentare le lavorazioni meccaniche, nel fine settimana sarà immessa nella rete Enel, che la comprerà dalla Mollabalestra. Nell’ultimo decennio l’azienda ha investito 10 milioni di euro,  raddoppiato il personale e aperto un altro stabilimento in provincia di Torino e uno in Emilia. Non risulta che quei 10 milioni siano stati regalati dai lungimiranti amministratori pubblici della zona.

Giorgio Ballario

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