Eurasia. Il ritorno…

…della storia

I drammatici fatti che hanno visto contrapposte Russia e Georgia hanno risvegliato l’attenzione degli osservatori sulla Russia, Stato-continente che già da qualche anno stava avviandosi a riacquistare il suo prestigio internazionale. Come hanno rilevato di recente giornalisti come Alain de Benoist, Max Gallo o Sergio Romano, la Russia ha ormai consolidato la sua importanza nello scacchiere internazionale e intende tutelare i suoi interessi regionali forte della propria solidità politica.

L’attenzione per la politica russa è stata in qualche modo anticipata dalla mostra d’arte contemporanea al museo Mart di Rovereto dal titolo Eurasia, dissolvenze geografiche dell’arte. Visitabile da fine giugno fino al 16 novembre 2008, raccoglie le opere di più di 40 artisti provenienti da moltissimi paesi del continente eurasiatico, dalla Svizzera alla Bulgaria, dalla Cina all’Afghanistan. Opere e installazioni accomunate dal minimalismo postmoderno oggi fin troppo diffuso nell’arte, che risulta forse inadatto alla sensibilità di chi nell’espressione artistica ricerchi il bello e il vitale. Al di là dei gusti personali, la scelta di organizzare una mostra di questo tipo è senz’altro indicativa della voglia di comprendere le culture altre dalla propria, conservandone la autentica specificità. Dunque Eurasia come crogiuolo di civiltà diversissime che però entrano oggi inevitabilmente in contatto, sia attraverso internet, sia attraverso gli spostamenti di persone da un luogo all’altro.

La cornice futuristica del Mart è senza dubbio adatta ad accogliere gli interrogativi che la politica e la cultura future, sotto questo punto di vista, sembrano prospettarci. Come detto, da un po’ di tempo ci si interroga sull'”anima russa” e sulle scelte politiche della “diarchia” Putin-Medvedev, e Panorama del 16 ottobre 2008 conferma questa tendenza dedicando un servizio proprio ai neocon di Putin, i suoi consiglieri più ascoltati. Si fanno i tre nomi più significativi: Aleksandr Dugin [nella foto sotto a destra], Vladislav Surkov e Vitalij Tretjakov.

Il primo, di cui in italiano è stato pubblicato qualche anno fa il libro Eurasia (Nuove Idee, 10€), è conosciuto anche nel nostro paese per essersi fatto promotore dell’idea di un continente eurasiatico organizzato secondo una visione imperiale-federativa: «la Russia deve obbedire al proprio destino imperiale» (Panorama). Unendo in modo un po’ eccentrico le teorie di Thiriart sulla grande Europa da Brest a Vladivostok al tradizionalismo di Evola e Guenon, di cui ha curato le traduzioni russe, ha rinnovato e dato nuovo impulso alla corrente eurasiatista russa.

L’eurasiatismo nasce e si sviluppa nel contesto dell’immigrazione russa in Europa dopo la rivoluzione d’ottobre. Il movimento si forma negli anni Venti e si divide in due correnti, quella “praghese” di orientamento conservatore, e quella “parigina” di ispirazione marxista. Sembrerà esaurirsi negli anni Quaranta, risvegliandosi solo negli anni Settanta grazie all’impegno dello storico Lev Gumilev e proseguendo poi negli anni Ottanta e Novanta ad opera del già citato Dugin.

C’è da dire che da almeno una decina d’anni in Europa la politica russa e la proposta eurasiatica vengono studiate e osservate dalle correnti solitamente raccolte sotto la sigla “nuova destra”. L’eclettico Guillaume Faye così riformulava la questione nel 1998: «un bel giorno bisognerà integrare anche la Russia e delineare il futuro sotto il profilo dell’Eurosiberia. […] Da Brest allo stretto di Bering, ventiquattro volte la superficie della Francia». (Archeofuturismo, SEB, 12€).

Alle teorie più o meno fantasiose di intellettuali molto apprezzati in Russia, si affiancano le idee decisamente più pragmatiche degli altri giovani conservatori russi. Uno su tutti è il già citato Surkov che ha coniato il famoso concetto di “democrazia sovrana”, molto apprezzato dall’establishment presidenziale. Musicista rock di sicura attualità postmoderna, Surkov ha fornito i mezzi utili a rendere l’immagine di Putin da popolare a “pop” diffondendo la foto del presidente mentre pesca e ha traghettato la politica russa da liberalismo eltsiniano al conservatorismo attuale. La contrapposizione tra America e Russia, a cui è dedicato un recente numero della rivista di geopolitica Limes, preoccupa soprattutto perché la potenza russa custodisce una complessità culturale difficilmente decifrabile dall’occhio occidentale.

I vecchi teorici dell’eurasiatismo hanno sempre avversato la civiltà occidentale, indicando nei costumi europei importati in patria le principali cause della decadenza della profonda anima russa. Se oggi torna in voga l’atavico e mitico nome di ‘Rus’ c’è un motivo ben preciso, e i giornalisti che chiamano Putin “Zar” non sbagliano nel comprendere l’attuale prospettiva imperiale russa. Unendo una riacquisita sovranità politica a una spinta quasi mistica verso il futuro, ritorna l’immaginario pre-sovietico e si spiega da sé il senso dell’aquila bifronte zarista: la Russia è un ponte tra Europa e Asia e ha ripreso coscienza di quello che ortodossi e neocon ritengono sia il destino della “Terza Roma“. Peraltro l’influente conservatorismo russo di questi anni mira a ottenere l’egemonia culturale, lo scopo è cioè quello di condizionare i temi politici e anticipare le questioni da affrontare, così da ricondurre il dibattito politico-culturale a temi da esso scelti.

L’esperto di politica internazionale Robert Kagan nel suo ultimo libro appena pubblicato si è espresso in modo inequivocabile: «la Russia è diventata una protagonista di primo piano in ogni questione internazionale, dall’architettura strategica dell’Europa alla politica petrolifera dell’Asia centrale e ai progetti di sviluppo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord». (Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori,15€) La crisi attuale, scrive Sergio Romano in Panorama, interessa anche la Russia e ovviamente la sua economia ne risentirebbe qualora la domanda di energia diminuisse e il flusso dei capitali verso la patria di Dostoevskij si riducesse. I rapporti tra Europa e Russia paiono di reciproca dipendenza.

L’idea di Eurasia è dunque all’ordine del giorno nei circoli più influenti, e a sua volta è uno dei temi caldi di questi mesi anche fuori dalla Russia. Un film come il recente Mongol non fa che riproporre sotto forma di immagini quella che è l’epica fondativa dello Stato russo e ogni settimana nei quotidiani e nei settimanali troviamo articoli e dossier sulla geopolitica russa. Russia ed Eurasia diventano in un certo senso sinonimi dal momento che i nuovi conservatori russi, con alla testa Surkov, indicano in una nuova regolamentazione giuridica lo strumento con cui equilibrare i rapporti tra potenze in un mondo oramai divenuto multipolare. L’integrazione degli Stati ex-sovietici nella sfera d’influenza russa è un aspetto della politica estera del Cremlino, a cui si affianca un costante impegno diplomatico rivolto preferibilmente ai paesi europei, ma al contempo esteso a partner commerciali importanti come Cina ed India.

Oswald Spengler nel 1922, scrivendo il suo Tramonto dell’Occidente (Longanesi, 50€), anticipava che il XXI secolo avrebbe visto l’irrompere della potenza politica russa. Non aveva però previsto la complessa situazione internazionale attuale. Fatto è che se allora Pietro il Grande importò nel suo paese cultura e costumi dall’Europa, oggi è l’Europa a guardare con curiosità e interesse alla Russia, mantenendo una politica di equilibrio tra USA e Russia. Un chiaro esempio al proposito è il ruolo di mediatori ricoperto da Italia e Francia durante la crisi con la Georgia, momento in cui la diplomazia del nostro paese si è dimostrata capace di ricondurre al tavolo del dialogo le ragioni degli uni e degli altri.

Francesco Boco

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