Bruno Liberatore. Assalto…

…all’Olimpo

Bruno Liberatore è una delle personalità più significative della scultura italiana contemporanea; ruolo tanto più significativo in un contesto di cultura artistica in cui è lo stesso linguaggio della scultura ad essere sottoposto a radicali verifiche; a venire insidiato da ibridazioni e da installazioni.

Antico allievo prediletto di Pericle Fazzini, Liberatore è attualmente, pur nell’adozione di un linguaggio personale e liberissimo, interprete autorevole di una tradizione plastica, cui fu riconosciuto nel corso del XX secolo un ruolo di primato internazionale.

Non certo a caso, Liberatore è oggi più noto all’estero – basti pensare alle grandi mostre che sono state dedicate al suo lavoro a Dresda nel castello Pillnitz o, quella ancora più recente, allestita, con vastissima eco mediatica, in un tempio dell’arte internazionale come l’Ermitage a San Pietroburgo – che in patria, dove pure gli sono stati tributati prestigiosi riconoscimenti, come gli inviti alle Quadriennali, o la grande rassegna antologica del 1994 a Castel Sant’Angelo.

Già Arturo Martini, a metà degli anni Quaranta, aveva dolorosamente avvertito e denunciato l’entrata in crisi irreversibile della scultura intesa come statuaria: è universalmente noto, il suo saggio Scultura lingua morta.

Le più stimolanti prospettive attuali della scultura sono quelle di un’arte ambientale, capace di uscire dalle case private e dagli stessi musei, per misurarsi con la città e le sue ambientazioni, piazze, giardini, interventi architettonici. Questo concetto ha sempre improntato il lavoro di Bruno Liberatore; anche le opere di minori dimensioni si prestano, in realtà, ad essere sviluppate per assumere una valenza urbana.

Tutta la scultura di Liberatore possiede una carica fortemente dinamica e, soprattutto nei suoi approdi più recenti, questo dinamismo si caratterizza con una marcata tensione verso l’alto, con un’aspirazione – ha scritto Gillo Dorfles – verso «orizzonti ancora da scoprire». Eppure le sculture del nostro artista non hanno nulla di elusivo; grazie anche ad una sapiente, originalissima modellazione, tocco su tocco, della pelle delle sue opere, queste sembrano assumere un sapore di terrestrità, una prepotente valenza di vissuto esistenziale.

Non fa certo eccezione questo possente bronzo Assalto all’Olimpo, inaugurato mercoledì scorso a Roma, in Viale Mazzini (modellato nella versione in creta tra il 1990 e il 1995 e come tale esposto alla citata mostra di Dresda; fuso in bronzo nel 2007), che si presenta come un perentorio tentativo di accostare la dimensione del numinoso e del sacro. Prepotente è il gonfiarsi della materia, coinvolta in questo protendersi verso il cielo.

La collocazione della scultura di Bruno Liberatore lungo l’importante tracciato viario di Viale Mazzini, accresce il significato di autentico asse della scultura moderna e contemporanea che la strada è andata assumendo nel corso del tempo: dal Sacro Cuore di Arturo Martini sulla facciata della chiesa piacentiniana di Cristo Re, al Cavallo (più esattamente lo Stallone morente) di Francesco Messina, davanti alla sede R.A.I., alla fontana di Igor Mitoraj, all’attestamento opposto dell’opera di Liberatore, verso il piazzale delle Belle Arti.

Carlo Fabrizio Carli

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