Bevete Chinotto!

Dopo anni di silenzio al Salone del Gusto di Torino lo hanno scoperto. La Stampa di sabato 25 ottobre ci racconta di come due fratelli imprenditori, i Devecchi, hanno rilevato dagli eredi della famiglia Abbondio, storica marca di chinotti di Tortona, l’azienda imbottigliatrice e l’hanno portata ad un successo notevole. Spiegano i fratelli che la loro idea vincente «è stata far uscire il chinotto e le gazzose dalla polvere dei consumi del dopolavoro puntando sulla tipicità e giocando con ironia sulla memoria». È nata così l’immagine del chinotto vestito “all’americana” con le avvenenti pin-up Anni Cinquanta ridisegnate sulle etichette. I fratelli hanno anche riproposto il tappo con la biglia di vetro, che io ho conosciuto solo attraverso i racconti dei più grandi. Quello che ha stupito i proprietari è stata la risposta dei più giovani che pare si siano messi a bere chinotto a tutto spiano.

Tutto questo, ad uno come me, che ha fatto del chinotto uno delle sue inutili (ma combattute con una dedizione paranoica) battaglie, non può che far piacere ma preoccupa un poco.

Mi fa piacere perché si dà risalto ad una bibita dimenticata che invece è un vessillo di qualità, mi preoccupa perché sembra che questo successo della Abbondio arrivi attraverso perversi meccanismi di marketing che ne snaturano l’essenza (il “vestito all’americana” ne è testimonianza).

Io, oltre ad essere un sostenitore del Club degli amici del chinotto, in solitaria pugna, mi sono dedicato alla diffusione della bevanda. In primo luogo perché il chinotto mi è sempre piaciuto. In secondo luogo per motivi ideologici. In terzo luogo per quel mio vizio di sempre che mi fa irrigidire peggio di un mulo su questioni marginali e di contorno senza apparente utilità. Ma questo sono io e così proseguo nel mio intento raccontandovi perché “Bibere (chinotto) necesse est!”.

Il chinotto è senza ombra di dubbio una bibita buona, che riesce a mescolare al profumo dell’agrume quel sapore amarognolo che lo pone su un livello diverso rispetto a tutte le cole del mondo, conosciute ai palati dei cinque continenti, con quel loro sapore dolciastro che deve essere contrastato dal limone spremuto o in fette, da una temperatura bassissima e da un contenuto di bollicine elevato che rende la bibita quasi insapore.

Il chinotto non lo si potrà trovare mai in un fast food perché è un rito di lentezza, necessita di tempi e di scelte precise che si contrappongo frontalmente all’incultura sbrigativa del fast food e della Coca Cola.

Per cominciare deve essere fatto con la buccia dell’agrume che cresce nel savonese ed in Sicilia. Il frutto, così com’è, è praticamente immangiabile e deve essere sapientemente lavorato per poter essere utilizzato come base per la bevanda. Dunque conoscenza profonda che non si sposa con il desolante analfabetismo della polpetta Macdonaldiana. Per poterne gustare, in tutte le sue sfumature, il sapore congiunto al profumo va rigorosamente sorbito con calma. Il bicchiere deve essere di medie-grandi dimensioni, la temperatura del liquido deve essere fredda ma non freddissima, il produttore deve aver provveduto ad una dose di bollicine sufficiente per titillare lingua e palato soavemente ma non esagerata per evitare (come succede per la Coca Cola) l’anestesia delle papille gustative ed il conseguente azzeramento di ogni gusto (in realtà nella Coca Cola la grande quantità di bollicine è voluta. Solo così quell’orribile scialappa potrebbe essere bevuta). Provate voi a bere une Coca Cola calda (anzi provate a riscaldarla come fosse un tè e a berla): vomito assicurato. Se invece seguite il consiglio da Ratman (il mito fumettistico) e provate a bere un chinotto caldo una strana sensazione di sollievo vi inonderà, come quando avvicinate le labbra ad una china calda.

Poi per il rito del chinotto ci vuole una mezza fetta (e del giusto spessore) di limone, se si vuole esaltare l’acidulo, o d’arancia se si vuole invece smorzarne l’intensità a favore dell’amarognolo.

Necessaria infine l’aggiunta di due cubetti piccoli di ghiaccio (non uno, non tre e non grandi, per evitare, da un lato, insufficiente diluizione e riscaldamento troppo repentino della bibita, dall’altro diluizione eccessiva). A brevi sorsi, si entra in totale armonia con la bevanda, con il ghiaccio, che intanto si scioglie (non bisogna bere troppo frettolosamente altrimenti il ghiaccio non ha il tempo di miscelarsi con il resto; non bisogna bere troppo lentamente per evitare che, squagliandosi troppo, annacqui il chinotto) e con la fetta di limone o arancio (che devono rilasciare il loro fresco succo profumato, ma non devono avere il tempo di essere troppo macerate, per evitare che quel fresco profumo viri verso un sentore, solo percepito, di putrefazione). Avete presente i gelsomini ed il loro profumo inebriante che dura un solo istante per poi cedere il passo ad un impercettibile odore di morte? Ecco la fetta di limone o di arancio ti consegnano la stessa sensazione.

Il sorso giustamente assestato ti permette di cogliere quell’attimo di gioia paradisiaca posto tra il profumo della vita ed il lezzo disfatto della morte. Carpe diem! Inattuabile nel tritacarne della fila del fast food.

Ma il chinotto può anche essere bevuto, in modo assai più diretto stappando la bottiglietta e bevendo a garganella, al bancone, senza nessuna mediazione del bicchiere.

Bevanda autarchica, prodotta con amore da produttori che utilizzano agrumi italiani per preparare una bevanda italiana, è assolutamente nazional-popolare perché, al di là di quello che si dice, il nazional-popolare è un sentimento unificante. Ed il chinotto, con i suoi modi diversi di essere sorbito, unisce e non disgrega. Ha una sua personalità che si adatta a tutte le situazioni è quindi bevanda dopolavoristica e conviviale, ma anche solitaria e meditativa. Per non parlar dei cocktail. Prendete ad esempio il Black Jack che più accorti barman hanno rinominato Italia Libre. Un omaggio fraterno a Cuba ed al suo Cuba Libre: al posto del refresco de Cola, il chinotto. La magia del Caribe è servita ed illumina anche il baretto della più sordida periferia.

Si può bere, con sottile godimento, ricordando la lotta mortale e titanica che i piccoli produttori della bevanda conducono contro le grandi Major della bibita (Coca e Pepsi in testa). Diventa il simbolo liquido, non della contemporaneità liquida, ma di una società che vuol tornare solida. È uno strumento della lotta alla globalizzazione che non retrocede al mero localismo ma che si trasforma in glocalismo. Follia? Seguite il percorso del chinotto e dei piccoli produttori della bevanda.

Il chinotto ha un respiro storicamente globale, l’agrume arrivò dalla Cina nel 1500 e pose le sue radici (nel vero senso della parola) nella nostra penisola, negli agrumeti savonesi e siculi e diede origine ad una bevanda locale. Come appunto la Abbondio e la Neri dimostrano. Ma la bevanda non si è trincerata nel fortilizio locale nostrano se è vero che è partita negli ultimi anni a ricolonizzare le menti dei giovanissimi che la riscoprono ed i mercati dell’Est come testimonia la crescita esponenziale in Australia del chinotto Abbondio. Così partito dalla Cina, radicato fortemente in Italia, riparte con nuovo slancio alla conquista del mondo.

Puro Glocalismo: respiro planetario con solide radici locali. Cultura che non ha paura di dichiarare la sua forza nel radicamento, presupposto primo per evitare la spersonalizzazione. Una lotta solida, fatta, ironia della sorte, da un liquido, per opporsi appunto alla soverchiante liquidità che la globalizzazione vuole imporci. Una cura omeopatica. E che questa sfida glocale stia già rompendo le uova nel paniere ai paladini della globalizzazione è testimoniato dal fastidio provato proprio dalla Coca Cola che ha lanciato, per stroncare le velleità dei nostri produttori, la Fanta nera ribattezzata Fantachinotto. E contro i produttori locali la Fantachinotto getta nella mischia tutto il suo peso: la facilità di reperimento, la distribuzione capillare.

Mentre il chinotto non si trova dappertutto. Bisogna impegnarsi per stanarlo e bisogna avere sete per desiderarlo. Ma questa è la battaglia, decolonizzare la propria mente dalla sovrabbondanza e diventare i paladini del consumo consapevole (quando si ha sete) e non automatico (quando, con meccanismi pavloviani, ci inducono ad avere sete). La battaglia è cominciata. Opporsi si può con i piccoli consueti gesti quotidiani. Con alcune raccomandazioni.

In primo luogo bisogna scegliere con correttezza la marca: Abbondio al Nord, Neri al Centro, al Sud non so (attendo suggerimenti), evitando il Chinò della San Pellegrino che è il marchio più antico di tutti, ma la San Pellegrino è stata acquisita dalla Nestlè e così credendo di bere Italiano e di opporsi alle grandi multinazionali in realtà ne facciamo gli interessi.

Poi bisogna scegliere la confezione scartando la bottiglia di plastica da 1,5 litri, ecologicamente scorretta, inquinante, che modifica il gusto dell’agrume e non permette di conservare l’effervescenza, degradando il nettare nero ad uno sciropposo liquame. Sconsigliate anche le lattine che trasformano il chinotto in una sottospecie di Coca Cola.

Di rigore la bottiglietta in vetro da 20 cl. Il vetro può essere riutilizzato ed il suo impatto sull’ambiente è minore. Poi la modesta dimensione permette di non sprecarne mai (se si ha sete semplicemente se ne bevono due). Il vetro non altera il sapore e le bollicine sono meglio preservate.

Battaglia di retroguardia, inutilmente marginale, che non serve a niente, direte voi. Sì! È vero, non serve a niente! Come ben sapeva il naturalista della storiella che vi propongo come commiato. Una signora impellicciata chiese ad un naturalista: “a che cosa mai servirà un castoro vivo?” Ed il naturalista rispose:”A niente signora, a niente! Come Mozart!“.

Bere chinotto non serve a niente, cari miei. Come Mozart!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks