4 novembre. Di qua o di là…

…dal Piave
I novant’anni del Quattro Novembre

Per molti anni, in una Italia migliore di questa, i bambini delle scuole elementari sono stati costretti ad imparare a memoria l’ultimo bollettino di guerra del 1918, quello in cui Armando Diaz annunciava che i resti di uno dei più grandi eserciti del mondo  risaliivano in fretta quelle stesse montagne dalle quali con tanta sicurezza erano scesi tre anni prima… Con la vittoria nella Grande Guerra, esattamente novant’anni fa, anche l’Italia aveva qualcosa da ricordare e da festeggiare, tipo Paolo Rossi. Una vittoria che fa morale, ma soprattutto che fa popolo, perchè il popolo italiano, più che con il Risorgimento, nasce proprio in tre anni di trincea, dove combattono fianco a fianco uomini i cui nonni magari si sono trovati a combattere l’uno contro l’altro.

Proprio in questi giorni si è spento, vecchissimo, l’ultimo di quelli che si chiamavano “ragazzi del ’99” e che poi sono stati ribattezzati “cavalieri di Vittorio Veneto“. E la celebrazione ci sta e come, al di là del risultato. Perchè gli italiani, giuste o sbagliate che fossero le ragioni della guerra, la patria l’hanno, per una volta, saputa difendere, malgrado i propri comandanti e governanti, che già allora facevano ribrezzo. Per una volta, insomma, si sono fatte le cose tutti insieme e non uno per volta.

Ma siccome la maggiore giustizia ai combattenti la si rende con la verità, occorre approfittare della ricorrenza – che anche io, una volta tanto, festeggerò – per ribadire un po’ di sano revisionismo. Iniziando dalla cosa più facile: non fu una vittoria fascista. Forse la maggioranza dei lettori de Il Fondo questo già lo sanno, non fosse altro che per ragioni anagrafiche, essendo il fascismo italiano nato dopo la fine della guerra. Ma siccome vorrei iniziare un’opera di sgombero dagli equivoci, sono dell’idea che anche questo equivoco vada chiarito, anche per il fatto di avere ascoltato in prima persona, da studente di liceo, professori che come fascista la spacciavano. Con il passare del tempo mi resi conto che quegli insegnanti consideravano fascista la guerra in sé e mi misi l’animo in pace, anche per quello che avrei sentito in futuro.

In secondo luogo, la Grande Guerra fu una mattanza ordita da governi liberali, che aprì o allargò ferite difficili da rimarginarsi e generò il suicidio del continente europeo. Il sentimento patriottico italiano antiaustriaco era giustificato nel diciannovesimo secolo, quando veneti e lombardi erano tenuti al pari di prigionieri dagli austriaci, ma non nel ventesimo secolo, in cui le vessazioni erano terminate e nell’Impero Austroungarico, così come in quello Ottomano, convivevano in modo abbastanza pacifico popoli diversi, per i quali l’autorità centrale era garanzia del rispetto reciproco. Questo senza nulla togliere agli irredentisti della così detta Quarta Guerra d’Indipendenza, né agli interventisti tipo Filippo Corridoni, che speravano che la guerra avrebbe dato la scossa decisiva per nuove rivoluzioni che cancellassero il vecchio mondo (e il calcolo non fu affatto errato; anche Lenin, in fondo, aveva la stessa visione).

E la parte che ha vinto è stata, come già ho scritto altrove, la peggiore, ossia quella che infierisce sull’avversario (ma questo può valere anche per la Seconda guerra mondiale). Lo smembramento degli Imperi Centrali ha “balcanizzato” non solo i Balcani, ma tutta l’Europa Centrale e il Medio Oriente. Se si pensa a quante guerre ci sono state in questi novant’anni, lungo la linea che va da Danzica al Golfo Persico, si ha la corretta misura dei danni provocati dalla vittoria che ci accingiamo a festeggiare.

Passando al caso concreto dell’Italia, se non sono mai troppi gli onori per chi ha combattuto (e che è destinato ad essere dimenticato dalla generazione degli I – Pod), non saranno mai troppe le ingiurie che gli italiani dovrebbero rivolgere a chi li ha comandati e a chi li ha mandati a morire. Quindi, siccome sono passati novant’anni, potremmo iniziare, per amor di verità, un bel processo a Salandra, Sonnino, Cadorna e Diaz (senza dimenticarci di Pietro Badoglio, Marchese del Sabotino, uno dei pochi ufficiali a non essere epurato dopo Caporetto, malgrado sia scappato per primo).

Il governo Salandra, per entrare in guerra al fianco dell’Intesa e contro gli Imperi Centrali dei quali era alleato, ha compiuto un vero e proprio colpo di stato, unito ad un tradimento: e tutto ciò non per “liberare” Trento e Trieste dagli austriaci, ma per non perdere il posto al tavolo della spartizione criminale dell’Impero Ottomano. Francia ed Inghilterra, del resto, ebbero buon gioco a promettere mari e monti a Salandra, perchè, a guerra vinta, l’Italia avrebbe un po’ arginato l’avanzata russa nel Mediterraneo orientale. Ma diversi errori di calcolo dilettanteschi dei vincitori, fecero sì che al tavolo della pace non ci fosse la Russia, ma gli Stati Uniti, chiamati in gran fretta degli inglesi, accortisi di non essere in grado di sconfiggere militarmente la Germania da soli. Cosicchè all’Italia non vennero assegnati nemmeno i territori italiani, figuriamoci quelli ottomani. Per questo fiasco politico, Salandra e Sonnino (che peraltro dichiararono guerra solamente all’Impero Austroungarico e non anche a quello di Germania, nella pietosa illusione che sul fronte italiano i tedeschi in quel modo non potessero intervenire mai) andrebbero trattati come criminali dai libri di storia, ma così non è. Se su Mussolini ricade la responsabilità di avere trascinato l’Italia in un azzardo rovinoso che costò al paese 135.000 caduti in cinque anni, non mi spiego come mai su Salandra e Sonnino non possa ricadere la responsabilità per aver trascinato l’Italia in un azzardo infruttuoso che costò al paese 650.000 caduti in tre anni. E soprattuto come mai i libri di storia, così severi nel rimproverare a Vittorio Emanuele III le leggi razziali del 1938, non gli imputino con la stessa severità i caduti di entrambe le guerre (e non ci allontaneremmo molto dal milione, Maestà!).

Resta il piano militare, che per gli italiani, chissà come mai, è sempre tragicomico…forse abbiamo già dato tutto con Giulio Cesare e gli Scipioni, fatto sta che la nostra sana figuraccia riuscimmo a farla anche allora, grazie a generali che, nella migliore tradizione italiana, misurarono l’altezza del grado con la lontananza dalle prime linee. E se è vero che la Seconda guerra mondiale è figlia della Prima, allora è anche vero che nella prima nascono gli strateghi della seconda (tra cui niente meno che Badoglio e Graziani). Io trovo che sia orribile che a Torino, ai lati di piazza Vittorio Veneto ci sia lungo Po Armando Diaz e lungo Po Luigi Cadorna, i padrini della mattanza, oltre che di Badoglio. Per loro sfortuna il successore di Salandra ebbe la coerenza nel 1916, di dichiarare guerra anche alla Germania, cosicché, un anno dopo un giovane ufficiale tedesco, Erwin Rommel potè guidare i suoi soldati da Caporetto fin oltre il Piave e condurre quasi da solo l’invasione del Nord-est italiano.

Dopo novant’anni penso ci sia posto anche per una piccola riabilitazione, quella del casalese Ugo Cavallero, brillante stratega, autore dei piani delle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto, divenuto generale a soli 38 anni (roba da Napoleone). Una strana eccezione tra i generali italiani, oggi dimenticata, in quanto Cavallero, apprezzato venti anni dopo dai tedeschi, era inviso sia a Badoglio, che ad alcuni gerarchi di mezza tacca, tipo Asvero Gravelli, Luigi Freddi e Guglielmo Pollastrini. A lui, Kesserling assegnò il comando delle forze armate della RSI, la sera prima che qualcuno lo suicidasse con un colpo di pistola alla tempia destra, un ultimo gesto inusuale per un mancino. Perfino il Ministero della Difesa scrive oggi indegnamente sul suo sito che Ugo Cavallero fu ucciso dopo aver rifiutato ai tedeschi il comando delle forza armate della RSI.

Giovanni Di Martino

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