Totò e Peppino in America

A proposito dell’incontro tra Bush e Berlusconi
Dialogo tra il massimo sistema e un suo satellite piuttosto malconcio

Poi magari è anche colpa dei giornalisti, che riportano solo gli stralci delle conversazioni. Ma è lecito dubitare che il tenore del dialogo tra Bush e Berlusconi nell’incontro di inizio ottobre sia stato dissimile da quello riportato, ossia Totò e Peppino davanti al Duomo di Milano, né più, né meno.

httpv://www.youtube.com/watch?v=fm7MOm9Kte4
(da: Totò Peppino e la malafemmina)

Si tratta di un incontro non di poco conto, visto che il capo dello stato più importante e potente del mondo (l’unico indispensabile, secondo le parole del suo predecessore), incontra il capo del governo di uno stato suo “alleato” per discutere di una crisi economico – finanziaria che è la facciata di una situazione economica e sociale concreta molto grave (la famosa crisi di cui parlano tutti, anche quelli che non leggono i miei articoli, come un mio amico pittoresco, che sta tutto il giorno a giocare a carte al bar lamentandosi che non trova lavoro, e quando gli chiedo se lo sta cercando mi risponde: “Ma che cazzo devo cercare, c’è la crisi!“). Ci stiamo interrogando tutti sul momento attuale e sule notizie che ci vengono fornite. Oggi tutti sappiamo come ha chiuso l’indice Mibtel, quanto ha perso Unicredit e tutte le altre notizie che i telegiornali ci riportano. Mi chiedo che senso abbia ogni giorno bombardarci con dati alla rinfusa che non padroneggiano nemmeno gli economisti, quando non siamo in grado neanche di capire le notizie di cronaca rosa di Studio Aperto.

I più accorti hanno fatto due ipotesi differenti: secondo alcuni è la tanto agognata fine del capitalismo che produce proprio il mostro da cui viene divorato (come aveva previsto Marx, ma senza alcun intervento della classe operaia); secondo altri è la fase di transizione tra il capitalismo di secondo e quello di terzo stadio (che per comodità potremmo chiamare “finanziarismo”). Nel frattempo, a Washington, Antonio La Puzza incontra Peppino Paglialunga…

Si dice che Basar Assad e Kim John Il siano a capo della Siria e della Repubblica Popolare Democratica di Corea perchè i rispettivi padri ne erano presidenti, ma nessuno ricorda che negli Stati Uniti la situazione è la stessa. Antonio La Puzza, infatti, è alla Casa Bianca perchè suo padre era il capo della CIA, poi vice presidente e poi ancora presidente degli Stati Uniti, nonché vincitore della Guerra Fredda. Con tutti gli onori, Antonio, si appresta ad incontrare il suo omologo Peppino Paglialunga, capitato per caso in politica (infatti disse, quindici anni fa, non fatemi fare un mestiere che non è il mio… e chi te l’ha chiesto?), ed oggi nuovamente a capo del governo italiano e nella condizione di doversi ingraziare gli Stati Uniti con ridondanti ringraziamenti per il loro sforzo.

E sì, perchè Peppino capita in politica (per ragioni private) proprio dopo un mezzo terremoto politico e dopo un colpo di stato giudiziario che ha aperto la strada alle scalate dei gruppi dominanti stranieri che avevano scelto l’ex classe dirigente comunista come propri funzionari di governo, e si trova a dover recuperare il terreno perduto mostrandosi più americano di Veltroni. Compito veramente arduo. Oggi in Italia centro destra e centro sinistra fanno a gara a schierarsi dalla parte del padrone, ma i gruppi di potere economico, per i propri traffici, preferiscono tendenzialmente la gestione degli uomini del centro sinistra, in quanto più esperti professionisti della politica rispetto agli altri (che continuano a candidare attori e veline).

Inizia Peppino, ringraziando l’America per aver difeso la democrazia e la libertà. Questo è uno degli antichi pallini di Peppino, che ci ammorba continuamente con i suoi aneddoti, e i cui ricordi di bambino del tempo di guerra sono divisi tra la madre che salvava gli ebrei dalle deportazioni e il padre che lo porta a visitare le tombe dei soldati americani che hanno liberato l’Italia. Anche Peppino ha patito per colpa della guerra, e anche lui aspettava a fine guerra che il padre tornasse… dalla Svizzera. Immaginiamo Peppino da piccolo che gioca con gli altri bambini e tutti aspettano il ritorno dei padri, chi dalla Grecia, chi dalla Russia e chi dall’Africa, solo Peppino aspetta che il suo ritorni dalla Svizzera, l’unica striscia d’Europa nella quale non si è combattuto. Vale la pena citare le parole di Peppino, che si commentano da sole e imbarazzerebbero pure il grande John Wayne: «l’America manda i suoi figli a sanare le ferite del mondo, paga un prezzo in vite umane e poi non rimane, né occupa».

Antonio, texano e compaesano di J.R., è più pragmatico e sposta il discorso sull’oggi: «Sono tempi difficili» dice, senza discostarsi molto dal commento che potrebbe fare lo spettatore medio di Studio Aperto. Poi si lancia in un volo geopolitico ringraziando Peppino per aver modificato le regole d’impegno in Afghanistan: «l’America è fiera di avere l’Italia come alleato in missioni tese a rendere il mondo un posto più sicuro». Proprio la settimana prima la trasmissione ad alta diffusione Le Iene (che appartiene a Peppino, proprio come Studio Aperto e metà del paese) mandava in onda un servizio nel quale si chiedeva ai deputati di indicare sulle cartine geografiche dove fosse l’Afghanistan e i più lo hanno messo in Sud America. Ciò significa che i deputati italiani che si sono espressi sulla missione militare in Afghanistan, votandola, non sanno nemmeno dove si trovi.

Il dialogo prosegue con Antonio e Peppino seduti di fronte al camino. Peppino fa presente che la colpa dell’attuale crisi è degli americani, e Antonio non può che assentire, precisando però che è colpa dell’ingordigia di molti manager di Wall Street (insomma il cattivo nel cervello degli americani deve esserci sempre). Poi i due concordano sul fatto che la crisi va evitata quanto meno arginata… già ma come? Sicuramente non con un intervento pubblico, visto che costerebbe un aggravio e il neoliberismo è per gli sgravi (dal momento che ritiene che pagando meno tasse la gente consumi di più), e qui Peppino mette le mani avanti: «non posso certo mettere in atto politiche socialiste», e Antonio risponde: «non voglio passare alla storia come un presidente socialista». Il dialogo prosegue e i due parlano di Iran, di Georgia, e Peppino si prende il merito di aver fatto fare la pace, nel 2001 a Stati Uniti e Russia.

Appurato che Antonio passerà alla storia per tante cose, ma non per essere stato il primo presidente socialista degli Stati Uniti, resta la presa di distanza esplicita di Peppino dal socialismo. Non che prima di quest’affermazione ci fosse il rischio di confusione, ma è interessante notare come ancora una volta Craxi avesse visto lungo. Veltroni non era comunista nemmeno quando era nel PCI, così come Peppino non era socialista nemmeno quando era nel PSI. E Craxi, il capo dei socialisti italiani, e testimone di nozze di Peppino nonché suo ospite per molti capodanni (con Fedele – alias “Mezzacapa”, alias “onorevole Cosimo Trombetta”, alias il grande Mario Castellani – Confalonieri al piano), disse a Giampaolo Pansa il 31 maggio 1988 che tutti si stavano sbagliando sul conto del nostro Peppino: «a cominciare dal fatto che lo dipingete come socialista […] lui è costretto in una posizione molto delicata: non ha certezze, e quindi deve essere amico di tutti».

Giovanni Di Martino

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