Suicidio & Suicidi

Il Generale Macedonio Pinelli, dopo essersi arruolato nelle fila di Luciano Manara e dopo che, ammesso nei Bersaglieri, aveva fatto la campagna del 1849 e aveva valorosamente combattuto in Crimea meritando una menzione alla Cernaia, il 4 maggio 1859, cominciata appena la campagna contro gli Austriaci, fu gravemente ferito da un proiettile che gli perforò il torace ledendo un polmone. Condusse poi con ammirevole slancio l’assalto di Monte Pelago e di Monte Pulito. Gli venne anche (ahimè) affidata la campagna contro il brigantaggio in Calabria. Nell’agosto 1862, con l’altro comandante Giolitti arrestò la marcia di Garibaldi. In quell’occasione fu decorato della croce dell’ordine militare di Savoia. A Custoza nel 1866 comandò il 15° Bersaglieri e nel 1870, quale luogotenente colonnello, entrò tra i primi in Roma per la breccia di Porta Pia e poche ore dopo, trovandosi in Piazza Colonna, fece scudo del proprio corpo agli zuavi pontifici prigionieri, contro i quali il popolo inveiva. Schermidore formidabile, fu a lungo considerato la prima lama dell’esercito piemontese. Coltivò anche le lettere e le arti, e fu poeta e musicista di gusto squisito. Oltre alle medaglie al valore militare, ebbe varie altre decorazioni: fu nominato ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e dell’ordine militare di Savoia e commendatore della Corona d’Italia.

Il Generale Macedonio Pinelli, al culmine della sua carriera (era appena stato nominato comandante della sesta divisione militare con sede a Brescia), nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 1886, si alzò da letto, sfilò dalla fondina la pistola d’ordinanza e si tirò un colpo alla tempia mettendo fine alla sua vita. Nessuno si capacitò di tale gesto. Solo poi si seppe dalle lettere da lui vergate in quei giorni che, colpito da sifilide serpiginosa, piagato nelle parti intime, impossibilitato a montare a cavallo e dunque incapace di guidare i suoi uomini, ritenendo questo, sommo disonore, si diede la morte pur di non sottoscrivere un congedo per motivi di salute.

Quella pistola a tamburo che tolse la vita al generale era poggiata, ormai inerme, su un basso tavolino nello studio di mio padre e io, suo pronipote, ne ero affascinato. Entrare in quello studio, una grande sala con al centro un massiccio tavolo ricoperto di carte e con tutte le pareti ricolme di libri era già violare un sacrario. Esserci ammessi un privilegio. Sdraiarsi su uno dei tappeti e sfogliare quei libri la felicità. E quando mio padre, riottoso a qualsiasi celebrazione, cominciava a raccontare qualche episodio della vita del generale le mie orecchie erano volte alla sua voce, ma i miei occhi si fissavano su quell’arma.

Fin da bambino, seppi che si può morire per mano propria. Molti libri che si sono accatastati sull’argomento. Recentemente, dopo aver letto Tre suicidi Dada?, in cui sono raccolti testi di Arthur Craven, poeta e pugile; di Jaques Vachè, il soldato armato dell’Umour e di Jaques Rigaut, l’uomo che viaggia col suicidio all’occhiello, e un testo dello stesso Rigaud Agenzia generale del suicidio, mi sono imbattuto quasi per caso in Suicidi d’autore di Antonio Castronuovo edito da Stampa alternativa. Nel libro sono contenute quindici brevi biografie di artisti che si sono dati volontariamente la morte tra cui Sylvia Plath, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin e assai più vicini a me Henry de Montherlant e Pierre Drieu la Rochelle. Che cosa abbiano in comuni questi suicidi lo dice lo stesso autore nel brevissimo prologo-aforisma: «Da un’inconfessata passione è nata questa galleria di suicidi: storie di uomini ghermiti dal vortice del nulla, spronati dal fascino della morte, vellicati dalla disperazione o dalla protesta. Suicidi d’autore perché ben firmati, compiuti da letterati e artisti, da uomini abitati da un demone. D’autore perché suggellano un’esistenza – e la rendono compiuta».

Che la rendano compiuta o no non lo so, a me sembrano dei suicidi moderni che nella mia personale classificazione si contrappongono ai suicidi antichi. Intendiamoci, non si tratta di una questione temporale, ci possono essere suicidi antichi in età moderna, come l’antichità avrà avuto i suoi suicidi moderni. Si tratta di atteggiamento e di motivazione. Sono suicidi antichi (dell’antichità) quelli di Socrate, Catone, Seneca che in modi diversi si uccidono per restare fedeli a un’idea o per contrapporsi ad un potere iniquo. Sono suicidi antichi (dell’età moderna) quello spettacolare e notissimo di Mishima che decise di porre fine alla sua vita per condannare una scelta modernista del suo paese che vedeva come un’ineluttabile decadenza da principi per lui assoluti e irrinunciabili (al di là dell’esibizionismo, dandismo, estetismo di cui fu accusato), così come gli autofalò dei bonzi birmani o Jan Palach torcia umana.

Facendo riferimento alla classificazione che fa Durkheim nel suo Il suicidio. Studio di sociologia questi tipi di suicidi di protesta o di affermazione di un principio, possono rientrare nella categoria dei suicidi altruistici (la classificazione del sociologo prevede: suicidio egoistico, altruistico, anomico, fatalista). Invece quelli descritti in Suicidi d’autore e in Tre suicidi Dada? sono dei suicidi moderni, che corrispondono alle altre categorie proposte da Durkheim (egoistici, anomici e fatalisti). Da un punto di vista estetico questi quelli d’artista appaioni sotto una luce meno lugubre di quelli della gente comune, ma sono la stessa cosa.

In tutti i suicidi moderni, anche in quelli d’artista, se spogliati dai riferimenti letterari ed artistici, salta agli occhi quella che è la loro vera cifra. La mancanza crescente di senso che a partire da ciò che ci circonda, lentamente si appropria di noi fino a soffocare qualsiasi altro sentimento tranne la disperazione che vira rapidamente verso quell’indifferenza che diventa l’anticamera che sopprime il nostro istinto di sopravvivenza.

Quello che ho descritto può condensarsi in due domande successive che descrivono l’implosione del potenziale suicida.

La prima domanda è: “Che senso ha?”. Domanda rivolta all’oggetto che ha ancora una via d’uscita. Se si prova indifferenza per una cosa ci si può ancora dedicare ad un’altra.

La seconda domanda, assai più devastante è: “Che senso ho?”. Domanda rivolta al soggetto e che può aprire una breccia irreparabile in noi stessi.

Credo che si trovi in questa radicalizzazione del primo quesito, che con un solo cambio di vocale si trasforma completamente, la risposta al suicidio moderno. Questa contrapposizione tra suicidio antico e moderno trova esempio didascalico nel Giappone, il paese con il tasso di suicidi più alto di tutti. Come deve essere stato, se non facile almeno sensato, per un samurai il seppuku; sensato consegnare la propria vita consapevolmente ad un’istanza superiore e sacra come l’Imperatore, Dio in terra. Al contrario come deve essere difficile e squallido suicidarsi nel Giappone contemporaneo. A chi si potrebbe offrire la propria vita nel modernissimo e sconsacrato Giappone? All’amministratore delegato della Honda? Pura disperazione.

La lettura del libro poi, per riflesso condizionato, ispira un gioco magari lugubre ma spontaneo. Io chi ci avrei messo in questo libro? Chi sono i miei suicidi preferiti? E a me viene da pensare a Jack London e a Salgari. Ma la lista di eccellenti è sterminata e non risparmia proprio nessuno, comici compresi (Alighiero Noschese).

Nessuno nella contemporaneità può ritenersi al riparo da pulsioni di tal fatta, come è capitato a me, l’ultima volta, lo scorso venerdì. Su sollecitazione di mia moglie, sono uscito dall’ufficio un poco prima, per raggiungerla, riluttante, da Ikea. Mentre salivo le scale mobili circondato da tanti me stessi con facce diverse ho sentito forte quel senso di vacuità che Whitman chiamava “quieta disperazione” cui siamo condannati. Come degli animali al macello, mansueti (io con l’umore tendente al nero ma mansueto) ci siamo tutti diretti verso quel percorso obbligato che assomiglia ad un labirinto e che passa per tutti i reparti, nessuno escluso. Attraverso un vero paradiso del modern design low cost. Poi tutti in fila alle casse (io ne ho imboccata una riservata ai bancomat e alle carte di credito, mi sono rifiutato di pagare e così ho fatto una seconda fila). Appena oltre una postazione con quattro PC da poter usare liberamente, con delle ciotole in cui erano offerti (come ai manzi, per calmarli prima del colpo di chiodo alla tempia) dolcetti allo zenzero e alla cannella e patatine con panna acida. Quattro vitelli inebetiti occupavano le postazioni e con calma si saziavano di Internet e dolcetti. A fianco della postazione un gruppo di docili agnelli acquistava cibi preconfezionati improbabili: scatolette di polpette di alce al sugo, aringhe sotto vuoto in salsa di menta, distillati alla paglia ed al legno di betulla, marmellate di mirtillo ed altre presunte prelibatezze svedesi.

Mentre passavo, bue inerme sempre più furente, mi sono tornati in mente i versi di zio Ezra «tutte le cose scorrono, dice il sapiente Eraclito. Ma volgarità a basso prezzo è ciò che resterà dei nostri giorni».

E di seguito è affiorato il ricordo, dalla recente lettura di Suicidi d’autore, di quel brano su Rothko: «Non impiegò molto tempo a capire cosa si muoveva nel dopoguerra. Vide quale colore si diffondeva nella città moderna: dal dilagante asfalto e dallo screpolato cemento giungeva solo la gamma del grigio. Guardò con sempre maggiore attenzione i colori vivi, il giallo, il rosso, il blu, quando si accorse che dal loro allineamento – collocati l’uno dopo l’altro come semplici sollecitazioni visive delle insegne pubblicitarie – quel che zampillava era ancora il grigio: quei colori erano soggiogati all’omogeneo grigio di fondo, ne entravano a far parte e suggerivano a Rothko l’immobilità verso cui si dirigeva il mondo formicolante. Era solo una forma di stasi, tutto era fermo, e tuttavia non privo di un filo di speranza. Che il grigio fosse colore immobile e inconsolabile lo lesse, ancora una volta in Kandinsky: “Quanto più il grigio si fa scuro, tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante. Se invece dà nel chiaro, una specie di aria, di possibilità di respiro, penetra nel colore stesso, che contiene in sé un certo elemento di celata speranza”».

Dal grigio che si fa scuro dell’interno dell’ Ikea (privo anche di finestre) corro verso l’uscita dove il grigio dà nel chiaro, una specie di aria mi investe la faccia. Una possibilità di respiro! Sono salvo (almeno per adesso)!

Siamo tutti a rischio. E per questo vi invito, se mai ci avete pensato, a rinviare il suicidio come profeticamente Franco Battiato aveva fatto nella sua canzone Breve invito a rinviare il suicidio

httpv://www.youtube.com/watch?v=CQqgRBGmF0Q
(Franco Battiato – Breve invito a rinviare il suicidio)

Va bene, hai ragione,
se ti vuoi ammazzare.
Vivere é un’offesa
che desta indignazione…
Ma per ora rimanda…

E’ solo un breve invito, rinvialo.
Va bene, hai ragione,
se ti vuoi sparare.
Un giorno lo farai
con determinazione.
Ma per ora rimanda…

E’ solo un breve invito, rinvialo.
Questa parvenza di vita
ha reso antiquato il suicidio.
Questa parvenza di vita, signore,
non lo merita…
solo una migliore.

Il suicidio (quello moderno, non quello antico) oggi appare come gesto veramente sproporzionato, se paragonato “a questa parvenza di vita…”. Non serve per questo il suicidio come “non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita“.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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