Paolo Conte. Psiche…

I falegnami – quelli veri, mica gli operai più o meno bravi che si limitano a costruirti quello che chiedi, e che scalpitano per finire alla svelta ed essere pagati – fanno qualcosa del genere. Vedono del buon legno e lo desiderano. Vedono del buon legno e pensano che, se hanno modo di portarselo via e di farlo stagionare a puntino, un giorno o l’altro ci metteranno le mani e tireranno fuori qualcosa che vale la pena. Una bella forma di accumulazione: non per sottrarre le cose al mondo e tenerle solo per sé, ma come una specie di prestito. Il mondo mi dà il legno e io, un giorno o l’altro, gli restituisco qualcosa di bello. Una seggiola su cui riposare. Un tavolo su cui mangiare. Un letto su cui dormire, su cui fare l’amore, su cui sognare.

Paolo Conte accumula musica: ed è legna di un bosco che gli appartiene e nel quale entra ed esce a piacimento, con invidiabile facilità. E poi accumula parole: legna che trova all’improvviso e che mette da parte; non grandi tronchi ma pezzi piccoli o piccolissimi: inutili per un mobile intero, ottimi per un intarsio.

«Non parto mai da un argomento. I testi nascono sempre dalla frizione di due o tre parole, una frizione che attrae altre parole disegnando così un inizio di storia o provocando anche soltanto la voglia di raccontare. Io, da buon nordico della Padania, non riesco a vedermi nelle vesti di madrigalista. Tendo sempre a raccontare.»

httpv://www.youtube.com/watch?v=ZW33yb0Mj_Q
(Paolo Conte, Il quadrato e il cerchio. da: Psiche, 2008)

Ci vuole niente a immaginarselo, in un’incarnazione di cento o centocinquanta anni fa. Paolo Conte, avvocato o notaro dell’Astigiano (o semplice contadino autodidatta, perché no?), che inventa qualcosa e poi lo racconta ai familiari e agli amici. Che magari fa finta di inventare all’impronta, e invece ci ha pensato tanto per conto suo: camminando da solo per i campi, mostrandosi paziente solo per essere lasciato in pace, trasformando ogni tragitto e ogni attesa in altrettante occasioni di riflessione su di sé e sugli altri. Sulla vita, insomma.

Paolo Conte che (fedele o incorreggibile) si reincarna sempre lì. Sempre dalle parti di Asti. E che questa volta, l’ultima per ora, viene al mondo il 6 gennaio del 1937. Il padre che fa il notaio, lui che è destinato a subentrargli nella professione. Il padre che suona il pianoforte, lui che ama la musica quanto basta per sentirne il richiamo, ma non al punto di mettersi a studiarla a fondo. Attraversa la guerra che è solo un bambino. Cresce nell’Italia degli anni Cinquanta. Studia legge, come da copione. Si appassiona al jazz, come da destino. E quando si affaccia sul mondo della canzone lo fa nelle vesti di compositore, da solo o in coppia: i testi li aggiunge qualcun altro. E meno male che c’è un Vito Pallavicini, a scrivere le parole di Azzurro, di Insieme a te non ci sto più, di Messico e nuvole, di Tripoli ’69.


(Paolo Conte, Insieme a te non ci sto più, Interpretazione di F. Battiato)

L’esordio da solista arriva solo nel 1974. Siamo appena agli inizi, e si sente. La voce è incerta, conscia delle imperfezioni e inconsapevole del fascino. La scrittura è promettente e originalissima, ma ancora lontana dai vertici ai quali si innalzerà in seguito. L’impressione è netta: il musicista la sa più lunga dell’autore dei testi, e tutti e due la sanno (molto) più lunga del cantante. L’impressione è fuorviante: il musicista ha cominciato per primo, l’autore dei testi parecchio dopo, il cantante sta iniziando adesso. Ci vuole pazienza. Dategli tempo e vedrete che si ritroveranno allineati. Al porto di arrivo. All’imbarco di una nuova avventura.

Oggi, 34 anni dopo, conosciamo tutta quanta la storia. Tutti quanti i viaggi. Le rotte, gli scali, i tempi delle traversate. L’equipaggio. I passeggeri. Abbiamo la sensazione che il capitano continui a tenersi delle cose per sé, ma gli siamo comunque grati di tutto quello che ci ha mostrato finora. Di quello che continua a raccontarci, nel suo modo spezzato e allusivo. Frammentario e illuminante.

«Psiche sa leggere. Scrivere. Pallida lampada araba.»

Inizia così, il nuovo viaggio. Il nuovo album che si intitola appunto Psiche. Comincia con quelle poche parole che proiettano l’ombra di un personaggio, o di una storia, ma si guardano bene dal proseguire. Ed è magia vera, non gioco di prestigio. Ora che nulla è più in bilico tra il talento e l’inesperienza. Ora che il controllo è totale e sapiente, in ogni singola fase dell’ideazione e della realizzazione. Non è più teatro di piazza o musica da balera, se mai lo è stato in precedenza. Prima, però, un ascoltatore distratto poteva incorrere nell’equivoco. Oggi sarebbe impossibile. L’allestimento è quello di una grande, accuratissima produzione teatrale. La musica e la voce sono fuse in un amalgama solido e leggero che risplende come bronzo. Gli strumenti cantano, la voce recita. La voce è il prim’attore che potrebbe tenere la scena anche da solo, con l’unico sostegno del pianoforte a fare da spalla; ma gli strumenti, misurati e perentori allo stesso tempo, trasformano il monologo in un lavoro corale. Il bozzetto in dipinto. La novella in romanzo.


(Paolo Conte, Psiche, 2008)

Ancora una volta, e non si vede proprio come potrebbe essere diversamente, a 71 anni compiuti, Paolo Conte si allontana dal presente e si rifugia nel suo universo parallelo di figure suggestive e di vicende irrisolte. Personaggi che oscillano tra l’uomo comune e l’avventuriero, che sbandano tra il fallimento e la grande impresa. Che vivono come possono, ma pure, in un modo o nell’altro, accarezzano un’idea migliore e più intensa di se stessi e della propria vita. La forza della fantasia li fa alzare da terra. La debolezza delle chimere li ributta giù.

Dietro tutte le possibili differenze, dietro tutte le possibili invenzioni, il prototipo umano resta «l’uomo del dopoguerra italiano, il quale uscendo dai disastri della guerra aveva un ruolo di eroe solitario e perdente. Quell’uomo aveva bisogno di reimparare a sorridere, a parlare, aveva bisogno di avventurarsi di nuovo nella vita, era destinato a viaggiare in qualunque modo, direttamente o con la testa.» È l’uomo che Paolo Conte ha conosciuto da ragazzo e che gli è rimasto dentro come l’archetipo dell’essere umano stretto tra gli obblighi e i desideri. Quello che si dà tanto da fare e che raccoglie poco. Che non si può riscattare dai suoi stessi limiti, ma al quale si può rendere l’omaggio di un ritratto, di un ricordo, di un lampo di comprensione.

Federico Zamboni

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Comunicato de “Il Fondo”
Invito di partecipazione

Ambasciata della Repubblica di Serbia
Roma – Via dei Monti Parioli, 22
Incontro con i bambini di Kosovo e Metohija
Lunedì 6 ottobre, ore 16,00

Rinascere Onlus – Presidente Maria Lina Veca –
nell’ambito del progetto “Arca di Pace” in collaborazione
con la Provincia di Roma, il Ministero dell’Istruzione, la
Comunità Montana dell’Aniene, il Ministero della
Repubblica di Serbia per Kosovo e Metohija, l’Ambasciata
di Serbia a Roma, organizza, per il secondo anno
consecutivo, l’ospitalità e il gemellaggio della scuola
“Branko Radicevic'” di Cernica (Gnjilane, Kosovo e
Metohija) e la scuola “Eduardo de Filippo” di Collevederde
(Roma) che ha come titolo “LIBERI DI MUOVERSI”.
Per illustrare il progetto, che ha l’intento principale
di realizzare amicizia e collaborazione fra le scuole ma
soprattutto di far conoscere e denunciare la condizione di
invivibilità e violazione dei diritti umani elementari
in cui è costretta la comunità serba nelle enclavi di
Kosovo e Metohija, sarà presentato il video di Maria Lina
Veca e Alessandro Antonaroli “Katastrofa” (24′) realizzato
nelle enclavi di Sud Kosovo nel febbraio 2008 e sarà
illustrato il progetto “Arca di Pace” alla presenza di
rappresentanti della provincia di Roma e dell’Istituto
Eduardo de Filippo, nonché di Unesco Italia e del
Presidente di Rinascere Onlus Maria Lina Veca.

Interverranno:
Dott.ssa Sanda Raskovic-Ivic, Ambasciatore della
Repubblica di Serbia in Italia Tommaso Di Francesco,
giornalista de Il Manifesto Maria Lina Veca
Gen. Fabio Mini, già comandante KFOR in Kosovo
e Metohija.

Aderiscono:
Il Fondo
Soccorso Sociale
Centro Studi Polaris

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