Paola Barbato. Sighma…

Dopo Dragonero di Luca Enoch e Gli occhi e il buio di Gigi Simeoni – vincitore del Comicus Prize 2007 come miglior grapich novel – arriva in edicola il prossimo 25 ottobre Sighma (pagg. 288, € 8). L’appuntamento con la collana dei “romanzi a fumetti” avrebbe dovuto avere cadenza annuale ma l’accoglienza più che positiva dei lettori ha convinto la Sergio Bonelli Editore a tornare in tipografia a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione delle prime due storie. Dopo il fantasy e il noir, stavolta l’ambientazione sarà quella del fanta-thriller, anche se uno dei segreti del successo degli albi bonelliani è la contaminazione dei generi e Sighma non rinuncia a offrire suggestioni diverse. «Se dovessi scegliere una definizione – ci dice Paola Barbato [a destra nella foto], classe ’71, autrice dell’ultima creatura bonelliana – preferirei quella di “romanzo di ri-formazione”, trattandosi del percorso personale di un uomo che, in un futuro indefinito e decontestualizzato, per gran parte plausibile anche nel nostro presente, si sveglia privo di ogni memoria nella labirintica città di un mondo vuoto. Solo il suo corpo sembra ricordare, un po’ come l’andare in bicicletta, gesti e abilità a cui non sa dare spiegazione. Lungo tutta la storia deve cercare di ritrovare il suo posto in una società surreale, dalle regole ferree eppure spesso incomprensibili». L’incipit del romanzo non aiuta a ricostruire l’identikit del protagonista. Di lui sappiamo solo che è «un uomo a caccia del suo passato» e che «solo scoprendo il significato della lettera Sighma tatuata sul petto potrà ricordarsi chi è». Sì, perché l’unica traccia della propria identità sembra essere nascosta in quella misteriosa lettera greca. Nessun altro indizio, se non che è in grado di combattere come un guerriero esperto. «Non è bello ma carismatico – lo descrive Paola Barbato – l’ho voluto come Sean Penn e Edward Norton». E, a giudicare dal suo entusiasmo, il disegnatore Stefano Casini, nome familiare ai lettori di Nathan Never, deve avere fatto un ottimo lavoro. Per il resto, massimo riserbo. Anche se il tema – la perdita della propria identità e della spersonalizzazione in una società disumanizzata – è nelle corde dell’autrice: «Il mio interesse principale sono le mille sfaccettature dell’animo umano».

Cresciuta in compagnia di Topolino, Mafalda e Candy Candy, da oltre dieci anni sceneggiatrice di punta di Dylan Dog, Paola Barbato ha esordito recentemente anche nella narrativa con due romanzi, Bilico e Mani nude (Rizzoli, 2006 e 2008), che l’hanno imposta all’attenzione del pubblico e della critica come la capofila di un nuovo “rivoluzionario” thriller che non ha paura di confrontarsi con una realtà spesso e volentieri più cruda della finzione. Il tutto spaziando con estrema disinvoltura dal fumetto alla narrativa, grazie a una visione del mondo così noir da scivolare al di là del nichilismo e a una scrittura che sembra nascere dalle immagini. E non è certamente un caso che la sua opera prima, Bilico, sia già stata “prelazionata” per una trasposizione cinematografica e che Mani Nude – il romanzo che affronta il mondo dei combattimenti clandestini: «l’educazione alla violenza di un moderno gladiatore in un inferno popolato da sadici con il colletto bianco» – l’abbia confermata come una delle nostre autrici più promettenti, tanto da essere stata accostata a due mostri sacri come Chuck Palahniuk e Edward Bunker.

«La Barbato è la morbosa affabulatrice che mancava in Italia – ha scritto Giuseppe Genna, mentore della scrittrice lombarda – e il suo merito è di aver segnato una vera e propria trasformazione del nostro immaginario, violentemente strappato alla dittatura catodica, in linea al limite con le avanguardie narrative televisive che 24 e Lost stanno costituendo oggi, ma un passo più avanti. È la letteratura, non si può farne a meno, è come un nutrimento dolcissimo, un veleno che a piccole dosi ci mitridatizza dall’alienazione e ci lancia verso sfere in cui tutto è possibile».

La violenza è nella società ma anche dentro di noi – sembra suggerire la Barbato – convinta com’è che «non ci sono persone tutte bianche e tutte nere. Tutte sono in parte grigie, per questo i personaggi non sono mai del tutto buoni o cattivi. Semmai cattivi e cattivi più furbi. O al limite vittime e carnefici. Non credo che gli esseri umani siano capaci di innocenza». È il caso del “seviziatore”, il protagonista di Bilico, ma anche del giovanissimo Davide Bergamaschi, il sedicenne che in Mani nude impara a uccidere per sopravvivere.

Nessun giustificazionismo né cedimento al buonismo o alla retorica della purezza, ogni happy end è bandito e la quotidianità è vissuta come minaccia più che rifugio, anche se capita talvolta che una fioca luce di umanità si accenda nel cuore di tenebra dei protagonisti e tutto pare ricondursi sui rassicuranti binari della normalità, ammesso e non concesso che sia possibile tratteggiare i confini della normalità. O forse si tratta dell’illusione di chi legge. Perché l’istinto di sopravvivenza finisce per prevalere sulle buone intenzioni. Perché il condizionamento culturale finisce inevitabilmente per rendere indifferenti al sangue e l’asticella della nostra capacità di indignazione viene sempre spostata un pochettino più in basso. Perché i veri mostri non sono zombies e vampiri, ma quelli in carne e ossa.

È questo, del resto, l’unico vero “messaggio” di Dylan Dog, l’antieroe di carta creato nel 1986 da Tiziano Sclavi – lo Stephen King del fumetto italiano, come ebbe a definirlo Oreste Del Buono – e del quale Paola Barbato è la riconosciuta… matrigna. «Io sto a Dylan come la signorina Rottenmeier sta ad Heidi. Mi sento più la sua balia, la sua tutrice, la sua governante. Non posso dirmi la sua mamma perché sono troppo cattiva, severa, e neanche sorella, perché non ho quel rapporto giocoso che di solito si ha con un fratello». Già, l’aspetto paradossale è proprio questo: Paola è la prima lettrice di Dylan Dog – vero e proprio cult per la generazione che l’ha “scoperto” nell’adolescenza e adesso ha superato i trent’anni, ma anche di tanti giovanissimi – a farsi sceneggiatrice dell’indagatore dell’incubo senza lasciarsi intenerire dai suoi irresistibili modi di dandy sciupafemmine con mille fisime, dubbi e debolezze, senza subirne la seduzione. «Non ne sono mai stata innamorata – ha detto – è troppo “morbido” per i miei gusti». Tanto da averlo condannarlo, nella veste di sceneggiatrice, a un «sano periodo di astinenza. Il mio Dylan è più solo e più romantico – a modo mio, ovviamente – diciamo che non è un’erezione ambulante». E infatti il “suo” Dylan Dog è distante anni luce da certi luoghi comuni che lo rappresentano tout court come icona della sinistra. «Speculazioni. Sarebbe ridicolo pensare di trasmettere ai lettori un messaggio politico uniforme. Nelle mie storie – ci fa notare – credo ci sia abbastanza cinismo e cattiveria da non correre il rischio di essere etichettata come “politically correct”». Di certo “scorretto” è il suo rapporto con la paura. Non va rimossa ma, al contrario, coltivata. «Vorrei che le persone non si sentissero sicure. Perché avere paura spinge a essere più cauti. Se al mondo fossero tutti più cauti, penso che staremmo meglio». Per quello che la riguarda, odia i viaggi – fobia che gli ha precluso una promettente carriera teatrale – e vive “tranquillamente” sul lago di Garda dividendo le sue giornate tra la famiglia, la scrittura e l’associazione onlus Mauro Emulo, che si occupa di persone affette da una terribile malattia genetica neurodegenerativa chiamata la Corea di Huntington. A dimostrazione che, senza fare tanti proclami, è ancora possibile rendere migliore questo mondo.

Roberto Alfatti Appetiti

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