Karen. Terra e identità…

UNA GUERRA DIMENTICATA
Sessant’anni di conflitto e il silenzio assordante dell’Occidente

Si è conclusa nelle scorse settimane la missione dell’associazione onlus l’Uomo Libero in Birmania.

La missione aveva lo scopo di verificare e sostenere lo stato dell’avanzamento dei lavori iniziati ad aprile di quest’anno e aventi come scopo la costruzione di un nuovo villaggio destinato ad ospitare i Karen scampati dalle brutalità dell’esercito di Rangoon e confinati in centri profughi thailandesi.

Durante i 15 giorni circa di permanenza i volontari de l’Uomo Libero hanno potuto documentare la realizzazione del nuovo villaggio di Ko Hla Mee, [nelle foto] confermare ancora di più la bontà dell’iniziativa e la necessità di rendere pubblica la tragedia del popolo Karen, ma soprattutto denunciare la gravità del silenzio complice di tutti quei Paesi che si ammantano di patenti di democrazia e civiltà.

A Mae Sot, base operativa del viaggio si è svolto un incontro tra l’Uomo Libero [cliccla per ulteriori informazioni] e i responsabili del Dipartimento Sanitario e del Dipartimento Rifugiati Interni della Nazione Karen.

L’incontro ha avuto lo scopo di evidenziare gli ultimi sviluppi nei rapporti tra il popolo Karen e la giunta militare di Rangoon che, soprattutto nell’ultimo periodo, hanno avuto rovinosi aggiornamenti: i casi di rapimento per rappresaglia si sono infatti moltiplicati e l’esercito birmano, con veloce incursioni nei villaggi Karen scoperti di difese, rapisce indistintamente uomini o donne, giovani o vecchi. Questi vengono condannati a morte ma, dietro il pagamento di un vero e proprio riscatto, vengono graziati e gettati in carcere per almeno due anni.

È stata inoltre istituita la leva obbligatoria e ogni villaggio ha l’obbligo fornire un giovane o, alternativamente, pagare una multa enorme.

Nei centri profughi in territorio thailandese la situazione non è migliore: non avendo nessuna possibilità di coltivare o comunque rendersi autosufficienti, le persone rinchiuse dipendono direttamente da quanto viene destinato loro dal governo thailandese. Le razioni sono calcolate sul numero di persone che i centri possono accogliere ufficialmente, nonostante sia comunemente noto che le persone “ospitate” siano molte di più. Come se non bastasse, il ciclone che si è abbattuto di recente su queste zone, ha causato un brusco ridimensionamento delle razioni, in termini di quantità e varietà: la razione prevedeva infatti riso, fagioli, carne e pesce ma oggi è costituita unicamente da riso e sale e in minori quantità.

Molti rifugiati cercano una nuova vita oltre oceano ma troppo spesso l’Eldorado si rivela una forma di schiavismo e tornare non è più possibile: non in Birmania, da dove sono scappati come rifugiati politici, ma nemmeno in Thailandia i campi profughi sono al collasso.

Le opinioni sul rimanere o andarsene solo diverse tra i Karen stessi ma la principale discriminante, la molla che fa scattare la voglia di andarsene, è la possibilità di sostenersi o meno, di avere anche una sola possibilità di futuro: chi non ha nulla da difendere pensa ad andarsene, ma chi ha una casa e una possibilità preferisce restare.

I Karen, lontani dai riflettori di Hollywood e dall’esportazione della democrazia (qui non c’è petrolio), continuano a resistere al tentativo di genocidio condotto nei loro confronti dalla dittatura militare birmana da oramai sessant’anni, chiedendo unicamente ciò che era stato loro promesso alla fine del secondo conflitto mondiale: una forma di autonomia e il rispetto della propria cultura, delle proprie tradizioni e della propria identità.

In cambio i loro villaggi subiscono quotidianamente attacchi: vengono invasi, bruciati e rasi al suolo, i contadini uccisi mentre sono al lavoro nei campi, i raccolti incendiati, le donne stuprate. È la più lunga guerra oggi esistente al mondo.

In questa cornice il progetto “Terra e Identità“, promosso da l’Uomo Libero, è ancora più vitale, e di fronte alla totale indifferenza dell’Occidente si propone di:

consentire alle famiglie di profughi interni di restare in territorio Karen nutrendosi di ciò che verrà prodotto grazie al progetto, evitando così l’umiliazione e la non-vita dei campi profughi tailandesi;

iniziare, quando possibile, il rimpatrio di famiglie attualmente ospitate nei campi profughi.

Aiutando la popolazione a rimanere sulla propria terra e permettendo il rientro di coloro che in passato furono costretti alla fuga, l’iniziativa “Terra e Identità” agisce in senso diametralmente opposto alle correnti globalizzatrici e mondialiste favorevoli allo sradicamento dei popoli dalle loro terre e Tradizioni ed è naturale quindi che abbia ottenuto la piena ed entusiastica approvazione da parte dei leader del popolo Karen, impegnati nella difesa e ricostruzione del loro Paese.

Alla missione a cavallo tra agosto e settembre ha partecipato, in qualità di osservatore, Graziano Cecchini, il geniale autore della Fontana di Trevi di colore rosso, che si è dimostrato particolarmente sensibile alla tragica situazione del popolo Karen, e che grazie al materiale raccolto in Birmania realizzerà un libro fotografico di denuncia che vedrà la partecipazione, tra gli altri, anche di Oliviero Toscani e che sarà presentato tramite una mostro fotografica itinerante a partire da marzo 2009.

La prima fase di “Terra e Identità”, conclusa a giugno, ha visto la bonifica, la lavorazione e la semina di un terreno di circa 60 ettari. In seguito sono stati costruiti un edificio rurale, con le funzioni di magazzino e ricovero per gli attrezzi, e 25 abitazioni che, entro dicembre, saranno completamente abitate, permettendo così a 25 famiglie di lasciarsi alle spalle la non-vita dei campi e ricominciare.

Il viaggio delle scorse settimane ha permesso di verificare e sostenere il proseguimento del progetto ma soprattutto di prevedere una seconda fase che prevederà l’ampliamento del villaggio stesso con altrettante case e la costruzione di una clinica e una scuola.

La sostenibilità economica della prima fase del progetto è in stata in parte garantita dalla Regione Trentino Alto Adige e per il resto ha poggiato su l’Uomo Libero, sul nostro partner in questo progetto, la Comunità Popoli e sull’aiuto e il sostegno di quanti vorranno essere protagonisti dell’aiuto dato a un popolo che, ve lo assicuriamo, merita tutto il nostro appoggio.

Fabio Franceschini

Comunicato de “Il Fondo”
Invito di partecipazione

Ambasciata della Repubblica di Serbia
Roma – Via dei Monti Parioli, 22
Incontro con i bambini di Kosovo e Metohija
Lunedì 6 ottobre, ore 16,00

Rinascere Onlus – Presidente Maria Lina Veca –
nell’ambito del progetto “Arca di Pace” in collaborazione
con la Provincia di Roma, il Ministero dell’Istruzione, la
Comunità Montana dell’Aniene, il Ministero della
Repubblica di Serbia per Kosovo e Metohija, l’Ambasciata
di Serbia a Roma, organizza, per il secondo anno
consecutivo, l’ospitalità e il gemellaggio della scuola
“Branko Radicevic'” di Cernica (Gnjilane, Kosovo e
Metohija) e la scuola “Eduardo de Filippo” di Collevederde
(Roma) che ha come titolo “LIBERI DI MUOVERSI”.
Per illustrare il progetto, che ha l’intento principale
di realizzare amicizia e collaborazione fra le scuole ma
soprattutto di far conoscere e denunciare la condizione di
invivibilità e violazione dei diritti umani elementari
in cui è costretta la comunità serba nelle enclavi di
Kosovo e Metohija, sarà presentato il video di Maria Lina
Veca e Alessandro Antonaroli “Katastrofa” (24′) realizzato
nelle enclavi di Sud Kosovo nel febbraio 2008 e sarà
illustrato il progetto “Arca di Pace” alla presenza di
rappresentanti della provincia di Roma e dell’Istituto
Eduardo de Filippo, nonché di Unesco Italia e del
Presidente di Rinascere Onlus Maria Lina Veca.

Interverranno:
Dott.ssa Sanda Raskovic-Ivic, Ambasciatore della
Repubblica di Serbia in Italia Tommaso Di Francesco,
giornalista de Il Manifesto Maria Lina Veca
Gen. Fabio Mini, già comandante KFOR in Kosovo
e Metohija.

Aderiscono:
Il Fondo
Soccorso Sociale
Centro Studi Polaris

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