Costantino Baldini. Jeans

Blu denim

Può un materiale impiegato in modo insolito nella pittura o nella scultura assurgere a cifra individuativa del lavoro di un determinato artista? Certo che sì: basta pensare alle sagome di legno da imballaggio di Ceroli, alle macchine rottamate e compattate di César, pronte per essere inviate in fonderia, ai violini infranti di Arman, e chi più ne ha ne metta.

Sarà certamente un procedimento sbrigativo e, spesso, penalizzante per l’attività di un certo pittore o scultore, che potrebbe magari esibire un ben più articolato percorso operativo, ma tuttavia è così. E se le cose stanno in questo modo, allora la cifra sbrigativa ma efficacemente individuativa della pittura di Costantino Baldino sarà da ravvisarsi nell’azzurro tessuto di cotone ritorto, che reca il nome commerciale di denim, ovvero quello, ben altrimenti noto, di jeans (che poi, cada qui en passant, è nient’altro che la corruzione della sigla del tessuto di cotone anticamente prodotto a Genova).

Perché Baldino ha sostituito alla normale tela impiegata dai pittori, quella di jeans, che egli tratta in modo particolare, assicurando al supporto pittorico un effetto materico nuovo e associando un ulteriore grado di finitura, morbida e appunto tissulare, alla vivacissima, impeccabile stesura del colore vinilico. In realtà, l’artista romano ha scelto di fare ricorso alla tela di jeans per i suoi quadri non da tempi recenti, ma dall’inizio degli anni ’70. In questo lungo arco temporale – oltretutto inframmezzato da un non episodico ritorno di Baldino alla pittura d’immagine, testimonianza di un’inquietudine culturale che forse la nitida risoluzione dei dipinti non figurativi lascerebbe solo in parte trasparire – anche la valenza semantica dell’uso del tessuto denim è molto mutata. Se inizialmente questo si caricava spontaneamente di una polemica anticonsumistica, ovvero valeva ad accostare i quadri di Baldino ad una temperie pop, tali significati sono ormai venuti ovviamente meno, limitandosi alle già citate valenze tecniche di marca materica.

Circostanza senz’altro prioritaria nella pittura di Baldino riesce oggi l’orchestrazione degli accordi del colore, dei vari ambiti e dei relativi pesi cromatici, che l’artista affronta sulla scorta della propria sensibilità, ma anche di uno studio approfondito dei testi specialistici relativi alla grammatica del colore, da Goethe ai repertori della didattica del Bauhaus, a Albers e a Itten.

Per Baldino, le armonie, le concordanze di colori complementari, ovvero le dissonanze di quelli che non lo sono, riservano poche sorprese.

Assai calibrate sia dal punto di vista compositivo che cromatico, solide di una saldezza tutta struttiva, le composizioni di Baldino, rifuggono dai registri della deformazione concitata dell’Espressionismo e dell’Informale.

Ma quali sono dunque i referenti di questa pittura dai colori accesi quanto sapientemente calibrati? L’artista stesso riconosce l’attento studio di due sommi, come Cézanne, maestro di tutti i moderni, e di Bonnard, in particolare sul versante della sua impareggiabile sinfonia coloristica. E c’è poi – com’è stato già messo bene in luce da Luigi Paolo Finizio – quella tradizione del moderno e specificatamente della sua sponda astratta, che richiama alla mente, poniamo, i nomi di Arp e di Magnelli, di Pasmore a Soulage. Ma una referenza tutta particolare è quella che istintivamente si istituisce con Burri, e non con il Burri dei Sacchi, dei Cretti e meno che mai delle Combustioni, quanto con l’autore dei tardi cellotex del ciclo Sestante, ovvero dell’inizio degli anni Ottanta.

Ma il museo è solo una delle matrici del lavoro di Baldino, tanto che egli stesso pone al primo posto il grande libro della natura, con le sue meraviglie sempre rinnovate e le fascinazioni ottiche, propriamente retiniche. Alla grande lezione del paesaggio Baldino non cerca effetti di mimesi, più o meno poeticamente trasfigurata, ma una lezione di rigore, di tassellazione strutturata e strutturante, che poteva magari ritrovare la sua dotta ascendenza nella celebre lettera cézanniana a Emile Bernard, con l’invito a scorgere gli oggetti della realtà fenomenica sotto forma di solidi geometrici: coni, prismi, cilindri.

Nel loro lessico aniconico, i quadri di Costantino Baldino dimostrano così di non essere delle pure elaborazioni mentali, ma, al contrario, di essere stretti da presso dalla natura. Basta questo ad indicare quanto sia lontana dalle attitudini e dalle intenzioni operative di Baldino un’estetica concretista (secondo gli enunciati del MAC, per intendersi).

Carlo Fabrizio Carli

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