C’è droga e droga…

…c’è film e film

Ci risiamo, una nuova infornata di “bad girls” sta per conquistare le sale cinematografiche. Prima sarà la volta di Albakiara, di Stefano Salvati. Poco dopo toccherà invece a Un gioco da ragazze, del 25enne regista esordiente Matteo Rovere. Il copione è più o meno simile: ragazze già perdute, ragazze che si stanno perdendo, ragazze che, talvolta, si ritrovano. Sullo sfondo, l’immancabile triade: sesso, droga e rock ‘n roll (anche se le quotazioni di quest’ultimo appaiono sfortunatamente in ribasso). Nulla di particolarmente originale, in verità. Nel 2003 aveva tentato la stessa strada Catherine Hardwicke, che aveva presentato al Sundance Film Festival Thirteen, ritratto crudo ma in fin dei conti stereotipato del cammino verso la perdizione di una ragazzina che, come da titolo, ha appena tredici anni. Ma il filone ha una storia antica, basti pensare al disturbante Cristiana F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, di Ulrich Edel, pellicola molto meno pop e dal taglio quasi documentaristico, nella sua asettica freddezza. Se dalle “bad girls” passiamo ai “bad boys”, poi, la cinematografia è sterminata, a cominciare dai guasconi eroinomani di Trainspotting, del quale si è detto – con eccesso moralistico ma non senza ragione – che «non è nemmeno ammiccante, è una chiara apologia della droga» (Pino Farinotti).

C’è da chiedersi, del resto, se tale giudizio non valga anche per le altre pellicole citate, dove – con l’eccezione forse del caso perturbante di Christiane F. e dei suoi amici berlinesi – il pubblico è sempre portato a parteggiare segretamente per le esistenze “trasgressive” dei protagonisti anziché per i loro banali e consolanti percorsi di redenzione. Proprio Trainspotting ha in effetti il merito di mostrare a tutti che “il re è nudo” e portare alla luce del sole tale dato. Il celebre incipit del film – riprodotto in milioni di manifesti che adornano le camere di ragazzi di tutto il mondo – è a tal proposito illuminante: «Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori Cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?».

httpv://www.youtube.com/watch?v=m3u1S3fIEiA
(Trainspotting- scena iniziale e finale)

Il ragionamento è chiaro: la vita borghese, normale, perbene non è che un monotono tran tran senza senso, composto da mille surrogati, da mille diversivi, da mille ipocrisie e in fondo da mille micro-droghe. L’eroina, in questa ottica, dovrebbe apparire come l’elemento scardinante, il detonatore di un nichilistico ma in fondo autentico rifiuto esistenziale della vita omologata. E quando Mark Renton, il protagonista, riesce a disintossicarsi e ad accedere ad una vita appena normale trasferendosi a Londra, descrive così il suo cambiamento: «Qualche volta pensavo ai ragazzi ma perlopiù non ne sentivo la mancanza, questa era la città del boom, dove nel caos qualunque idiota poteva arricchirsi, molti lo facevano. Mi piaceva il suono delle parole: guadagni, perdite, margini, subentrare, affittare, subaffittare, rateizzare, imbrogliare, fregare, spartirsi, scappare. Non esisteva quella cosa chiamata società, e anche se ci fosse stata, non ne facevo parte. Per la prima volta nella mia vita di adulto, ero quasi soddisfatto». Fuori dalla droga, quindi, non c’è salute, pienezza, vita, ma solo darwinismo sociale e ipocrisia.


(Vasco Rossi – Fegato spappolato)

L’ottica del film di Danny Boyle è ovviamente squilibrata, pretestuosa, nonché fortemente edulcorata nel mostrare la vita quotidiana del gruppo di eroinomani. Ma non è questo il punto. Il punto è, piuttosto: perché il mito della “vita spericolata” continua ad avere un appeal tanto forte? E, più in profondità, quanti modi esistono per essere “trasgressivi”? Abbiamo detto “vita spericolata”. Come non pensare a Vasco Rossi, allora, che in “Fegato fegato spappolato” – titolo decisamente più esplicito del più paludato “Bollicine” – canta: «Ci vuol qualcosa per tenersi a galla sopra questa merda, sopra questa merda e non m’importa se domani mi dovrò svegliare ancora con quel gusto in bocca, gusto in bocca, gusto in bocca». J.J. Cale, dal canto suo, assicurava che «She don’t lie, cocaine» («Lei non mente: cocaina»), anche se il più celebre interprete del pezzo, Eric Clapton, sostiene che l’intento della canzone fosse opposto a quello della piatta apologia della polvere bianca.


(Eric Clapton – Cocaine)

Ragazzacci, queste rockstar. Cattivi maestri, questi registi. Ma forse l’aspetto cool, accattivante e di tendenza della droga deve più a certe campagne pubblicitarie, a certi modelli stantii, a certi slogan che dovrebbero combattere il fenomeno ma che finiscono invece per sortire l’effetto contrario. Il culto della “vita spericolata” nasce in effetti in un mondo che ha ridotto la vita “ordinaria” ad un meccanismo inanimato e privo di senso. Nasce dall’incapacità di saper proporre un modello forte, audace, vincente, alternativo che non abbia bisogno di escamotage chimici in fondo a loro volta consumistici e borghesi. Nasce dall’inanità di chi non saputo insegnare ai giovani ad essere radicalmente e autenticamente “belli, liberi e ribelli”. Nasce da una classe dirigente che a tutti i livelli continua a dispensare pubblico moralismo e a produrre private nefandezze, rendendo di fatto legittimo ogni strappo alle regole. Nasce dalle surreali “pubblicità progresso” in cui secchioni con le facce inebetite da boy scout ridono come pazzi per i “piccoli piaceri di una vita sana”. Roba che a confronto un buco in vena ti sembra una passeggiata di salute. C’è poco da fare: Povia (con tutto il rispetto…) non vincerà mai contro Mick Jagger. Milhouse non può competere con Bart Simpson. E allora o si ha il coraggio di inventare un modello diverso, ma più brillante, più “rock” del rock stesso, oppure tanto vale lasciar stare. O si abbandona il buonismo idiota o ci si rassegna a dover convivere con il cattivismo di chi per reazione al politicamente corretto si sforza di essere per forza “brutto e cattivo”.

In questo senso, forse l’anti-Trainspotting può essere il solito Fight Club. Vitalistico, ma tutt’altro che banalmente ottimistico. Ribellistico, ma fuori dagli stereotipi delle “trasgressioni” adolescenziali. Pieno di persone “fiche” ma non per questo omologate. Una via che passa per la riappropriazione del corpo, per lo scatenamento delle energie, per la contestazione totale. Un modello rispetto al quale il pusher di periferia sembra sfigato quanto l’ultimo impiegato fantozziano. Perché anche noi abbiamo diritto alla nostra «vita spericolata, proprio come quelle dei film». Basta solo scegliere il film giusto. E allora: scegli Tyler Durden, scegli la ribellione. Choose life.

Adriano Scianca

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Comunicato de “Il Fondo”
Invito di partecipazione

Ambasciata della Repubblica di Serbia
Roma – Via dei Monti Parioli, 22
Incontro con i bambini di Kosovo e Metohija
Lunedì 6 ottobre, ore 16,00

Rinascere Onlus – Presidente Maria Lina Veca –
nell’ambito del progetto “Arca di Pace” in collaborazione
con la Provincia di Roma, il Ministero dell’Istruzione, la
Comunità Montana dell’Aniene, il Ministero della
Repubblica di Serbia per Kosovo e Metohija, l’Ambasciata
di Serbia a Roma, organizza, per il secondo anno
consecutivo, l’ospitalità e il gemellaggio della scuola
“Branko Radicevic'” di Cernica (Gnjilane, Kosovo e
Metohija) e la scuola “Eduardo de Filippo” di Collevederde
(Roma) che ha come titolo “LIBERI DI MUOVERSI”.
Per illustrare il progetto, che ha l’intento principale
di realizzare amicizia e collaborazione fra le scuole ma
soprattutto di far conoscere e denunciare la condizione di
invivibilità e violazione dei diritti umani elementari
in cui è costretta la comunità serba nelle enclavi di
Kosovo e Metohija, sarà presentato il video di Maria Lina
Veca e Alessandro Antonaroli “Katastrofa” (24′) realizzato
nelle enclavi di Sud Kosovo nel febbraio 2008 e sarà
illustrato il progetto “Arca di Pace” alla presenza di
rappresentanti della provincia di Roma e dell’Istituto
Eduardo de Filippo, nonché di Unesco Italia e del
Presidente di Rinascere Onlus Maria Lina Veca.

Interverranno:
Dott.ssa Sanda Raskovic-Ivic, Ambasciatore della
Repubblica di Serbia in Italia Tommaso Di Francesco,
giornalista de Il Manifesto Maria Lina Veca
Gen. Fabio Mini, già comandante KFOR in Kosovo
e Metohija.

Aderiscono:
Il Fondo
Soccorso Sociale
Centro Studi Polaris

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