Buttafuoco. Le uova…

…del drago

«E’ meglio accumannare che futtere». La millenaria saggezza terrona la sapeva lunga in fatto di bramosia di potere e avidità di comando, ma la Sicilia dell’invasione angloamericana nel corso della 2 guerra mondiale invertì clamorosamente i termini della preposizione. E in quella maledetta giornata del 10 luglio 1943, allorché le truppe alleate sciamarono sull’isola esausta dopo giorni di bombardamenti terroristici, furono pure in troppi a fare da controcanto “passivo”all’atavico fatalismo aborigeno. Fu così che la parola d’ordine subì la fatale metamorfosi: «Se finisce questa guerra, pure ai marziani ci battiamo le mani». Solo che i “marziani” da applaudire non erano certo gli omini verdi e lacrimosi che intenerivano le platee col celebre piagnisteo “telefono-casa”, ma i biondi wasp della Us Army muniti di fucili e carri armati. Si trattava dei soliti yankee adusi a spassarsela un mondo uccidendo e massacrando civili inermi come accadde a Biscari e Campo San Pietro. E ad essere fottuti in quei giorni furono in tanti. Per primi i siciliani stessi, “liberati” loro malgrado da un’orda di barbari prepotenti e arroganti che per avere un impatto “soft” al momento dello sbarco non esitarono ad allearsi coi peggiori ceffi della mafia siculoamericana.

Lucky Luciano fu il primo “eroe” della resistenza isolana. Poi dice che non c’erano gli antifascisti in Sicilia. Ma certo che c’erano. Erano i mafiosi. E per complottare col nuovo “ordine” costituito non ebbero neanche bisogno dei pizzini. Lo fecero tete-a-tete, spaparanzati su un divano di fronte a due funzionari dell’intelligence in un penitenziario stelle e strisce. E così i badogliani di Trinacria furono tanto sprovveduti da applicare masochisticamente ribaltata l’antica, lungimirante strategia greca che più o meno suonava: “A nemico che fugge, ponti d’oro…”.

Nella Sicilia del ‘43 i ponti ci si dava da fare a costruirli, certo, ma per un nemico che a fuggire non ci pensava proprio. Con il bel risultato che per sbarazzarsi del temutissimo (dai Provenzani del tempo…) prefetto di ferro Mori, acerrimo avversario delle cupole autoctone, i picciotti si ritrovarono alla mercé di una masnada di guappi palestrati e supervitaminizzati intenti a violentare e spadroneggiare per tratturi e trazzere. E in un lembo di terra di antica civiltà dove la moderna tecnologia se ne stava in sala d’aspetto, ferma alla produzione del latte di mandorla, l’unica industria che conobbe il boom fu quella del tradimento e della viltà.

Il libro di Pietrangelo Buttafuoco [nella in alto a destra] Le uova del drago è la spietata, dolorosa denuncia di un testimone solo apparentemente super partes. Nel descrivere l’abiezione in cui è precipitata l’ex-perla della Magna Grecia l’autore rivela la sua sofferta sicilianità, e con la grinta di un amante determinato a difendere fino all’ultimo l’amata concupita osserva ironico ma allo stesso tempo amareggiato lo sfascio morale e la viltà di un esercito che rivolge contro le proprie linee le armi destinate a difendere il territorio patrio. E ben pochi si salvano dalla vergogna. Ché mentre in Sicilia nei palazzi che contano si ordisce il piccolo “dolchstoss” per consegnare l’isola agli yankee, a Roma, intanto, si trama in grande per il vergognoso putsch di luglio e la conseguente infamia dell’8 settembre, dopo la quale la patria non solo morì, ma conobbe completa e definitiva sepoltura. E come legge darwiniana comanda, ovverossia che a sopravvivere di norma non sono i migliori ma chi meglio si adatta alle circostanze, ai pochi Uomini tutti d’un pezzo come i Mori subentrarono presto un oceano di Quaquaraquà: «D’ora in poi in Sicilia pianteremo più sequoie e meno eucalipti…».

Nel leggere l’opera di Buttafuoco la memoria è paracadutata d’un tratto tra gli spietati, abominevoli acquarelli napoletani dipinti da Malaparte ne La pelle, il celebre libro-denuncia lanciato come un ariete contro i falsi idoli della resistenza e della liberazione. Come spesso accade in ogni aspetto della nostra pur tribolata storia nazionale, tragedia e commedia convivono sullo stesso pianerottolo, e di questo l’autore fornisce inaspettati e gustosi assaggi. Ma la catastrofe morale della patria tradita è senza rimedio, e non v’è humour che tenga. C’erano più mappe della Sicilia a Londra che fichi d’India nella Conca d’Oro. A ovest della Val di Noto piombarono le armate Usa, a est gli inglesi. Entrambi intenti a guerreggiare contro il governo di Roma e contemporaneamente a competere tra loro stessi. Londra intendeva addirittura aggiungere l’intera Sicilia al bottino. Washington partì in quarta attaccando sui giornali la BP (British Petroleum) ribattezzandola “Buon Pastore”. Il fatto è che il Vaticano era foraggiato di sterline da Churchill con l’obiettivo strategico di rastrellare con un’opa le “azioni” del futuro Partito Popolare, boss dell’esordiente Italia democratica. E questo alla Casa Bianca non lo potevano proprio tollerare. Pisciotta nel processo alla banda di Montelepre sarà spietato nel ritrarre il summit nella villa di Magno, descritto con puntigliosa acribia nel libro di Buttafuoco. «Siamo una stessa mano noi, coi comunisti, la chiesa, i carabinieri e la mafia». Noi: cioè il banditismo… S’era scordato la massoneria…

Sì, da una tale “miscela” non poteva uscire nulla di buono. L’Italia d’oggi ne è la prova. Ma siccome il bene, come il male del resto, si nasconde lì dove meno te l’aspetti, ecco che a tentare di rendere almeno difficile la vita alle truppe di Montgomery arrivano undici personaggi quantomeno insoliti. Undici guerrieri mori appartenenti alla Legione Araba della Wehrmacht stanziata in Grecia. Si dice che il livello di coraggio in un individuo si misura dalla quantità di solitudine che costui riesce a tollerare. Ebbene, gli undici sono soli contro tutti. Li comanda una bellissima walchiria all’apparenza dolcissima come un’Afrodite ma sanguinaria come un’erinni. Si chiama Eughenia, è decorata con tanto di Ritterkreuz ed è incaricata proprio dal Führer in persona a dirigersi in Sicilia. Il suo compito consiste nel creare delle “cellule” rivoluzionarie nazifasciste “dormienti” ma non troppo – le “Uova del Drago”, appunto – in grado, in caso di sconfitta dell’Asse, di tramandare ai posteri lo spirito invitto dell’antica società sacrale e guerriera germanico-araba.

I magnifici 11 hanno il Mufti di Gerusalemme, Husseini, come capo spirituale, Al Razzaq come leader militare, Don Angelo, un prete cattolico, come guida, e una donna da cui prendere ordini. Damasco e la Mecca sono i loro punti di riferimento geomantici. I frati cappuccini di Catania quelli logistici. Costoro, anche se appartenenti a un’altra confessione religiosa, restano pur sempre fedeli figli del Libro e concepiscono la vita come lotta e onore. Nulla a che vedere coi fanatici che oggi, imbottiti di tritolo, si fanno esplodere sugli autobus di linea. Sì, dice Eughenia, sarà terribile sopravvivere a questa guerra, in quanto qui non si tratta del solito conflitto tra due eserciti nemici. Stavolta si fa strada la verità. E la verità è volontà, in quanto tutto ciò che veramente si vuole si fa vero. Agli 11 la volontà non fa certo difetto. Favoriranno l’evasione di prigionieri fascisti, salveranno da sicuro saccheggio il tesoro di Sant’Agata, mineranno, saboteranno e semineranno veleni gettando lo scompiglio e lo smarrimento tra i pusillanimi e i voltagabbana. Violeranno i palazzi del potere facendo vacillare certezze date per scontate e provocheranno persino timori di imminenti sovversioni bolsceviche. Ma il coraggio e l’ardimento nulla possono contro il destino avverso. L’avventura si conclude come era logico aspettarsi, ma sotto sotto, tra le pendici del Mongibello e i rigogliosi palmizi della Sirte, le Uova del Drago aspettano. Aspettano che un giorno un nuovo “uomo mandato dalla provvidenza” torni a riscattare tra corruschi lampi di ferro e fuoco il tragico destino d’Europa e d’Islam.

Il libro scorre che è una meraviglia fornendo notizie poco o per nulla conosciute al grande pubblico, ritratti di personaggi celebri, espressioni vernacolari e squisiti cammei di una Sicilia e di vicende ormai lontane che nessun testo di storia ha mai narrato. E né mai lo farà, vista la materia alquanto “scottante” trattata dall’autore. Che con barocca, ineffabile eleganza fa piazza pulita di tutto il ciarpame poltically correct col quale è stata confezionata la bufala resistenziale. Altro che Cln. Altro che partigiani. I veri resistenti nell’Italia del 1943 sono stati proprio i soldati di Mussolini, fedeli fino in fondo al giuramento prestato di fronte al re e alla Nazione di difendere anche col proprio sangue il suolo patrio violato. Giuramento che per primo il re e la dinastia sabauda hanno ignobilmente calpestato incarcerando il Duce e sostituendolo con un pupazzo, fuggendo e intendendosela schifosamente con un nemico che poi non ha mostrato riconoscenza neppure verso coloro che lo hanno servito in modo tanto infame.

In Sicilia, poi, i soli a conservare amor di patria e fermezza morale sono stati un pugno di valorosi, tra i quali gli eroi di Sferro e di Ponte Primosole, uomini eccezionali come Ciccio Muscarà, che, malnutriti e peggio equipaggiati, terranno inchiodato a un ponte l’invasore per 39 giorni. Un nemico dalle “forze soverchianti”, ma che, impotente davanti a quei poderosi guerrieri, dovrà gettare la spugna e deviare verso l’interno. Proprio come accadde alle Termopili. Inoltre, grazie agli undici figli della Umma, all’amazzone dell’Abwehr e a un quartetto di guasconi dell’ardimento, a Comiso si materializzò una piccola Rsi, suscitando l’entusiastica ammirazione del Duce. E, mentre nel chiuso delle lussuose ville sul mare gli Aldisio, i Magno, i «Pignatelli Soprano Coppola di ‘sta minchia» si apprestavano, tra un nocino e l’altro, a vendere per 30 Amlire la loro terra ai Flintstones della mafia e agli ipocriti dell’ “I care”, Eughenia, come Diana cacciatrice, allontanava con ribrezzo il cadavere di uno sciacallo dai poveri resti carbonizzati di un soldato dell’Asse. Non poteva permettere che il contatto con una merda siffatta turbasse l’eterno riposo di un eroe…

Dimmi cosa – e come – scrivi e ti dirò chi sei. Mi viene un “audace” sospetto. Forse Pietrangelo è lui stesso una di quelle “Uova” silenti che tra le balze delle Madonie aspettano l’ora propizia per un riscatto che, quando verrà, vedrà marciare al passo dell’oca le campane e la mezzaluna. E le fradicie mura del vecchio mondo, ancora una volta, tremeranno…

Angelo Spaziano

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