A.Toaff. Ebraismo virtuale…

ANTE-POST-FATTO. Due giorni dopo aver scritto l’articolo che segue, è comparso sul Corriere della Sera un breve trafiletto di Sergio Luzzatto che conferma le impressioni da me tratte in anticipo. Lo riporto integralmente. «Con l’eccezione del Corriere e della Stampa, i maggiori giornali italiani hanno steso un velo di silenzio sul pamphlet di Ariel Toaff, Ebraismo virtuale (Rizzoli). Tra gli esperti di cose giudaiche, soltanto è intervenuto Giulio Busi, con una stroncatura pregiudiziale e liquidatoria nel supplemento culturale del Sole 24 Ore. Evidentemente, i temi centrali del volumetto di Toaff – il complesso rapporto fra la storia degli ebrei e la storia dell’antisemitismo, il significato antropologico di certe pratiche rituali, la cattiva coscienza della diaspora ebraica, l’uso politico della Shoah in Israele e in Occidente – non vengono considerati abbastanza notevoli da meritare l’attenzione degli intellettuali nostrani. Eh già, questi ultimi hanno di meglio da fare. Devono disquisire sulla concezione del “male assoluto” nella filosofia politica di un noto pensatore, Gianni Alemanno. O devono ragionare sul significato della visita ad Auschwitz di un grande statista, Renato Schifani.»

M.G.

Vi ricordate Pasque di sangue?

Martedì 6 febbraio 2007 sul Corriere della Sera fu pubblicata nelle pagine della cultura una recensione a cura dello storico Sergio Luzzatto su un libro edito dal Mulino dal titolo Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali scritto da Ariel Toaff uno storico del Medioevo della Bar-Ilan University in Israele, nonché figlio dell’ex rabbino capo della comunità ebraica di Roma Elio Toaff. Di lì a qualche giorno si sarebbe scatenato il putiferio.

Che cosa aveva scritto di tanto scandaloso lo storico?

Nel libro veniva affrontato un argomento che per gli Ebrei è tabù. Il famigerato “mito del sangue”, l’utilizzo di sangue umano, in particolare di bambini cristiani, per i riti della Pasqua.

Toaff cercava di dimostrare che non solo di un mito antisemita si trattava, ma che in alcuni casi omicidi ed utilizzo del sangue si erano verificati, in particolare in alcune comunità askenaziti nell’Europa di lingua tedesca durante il Medioevo.

Il libro prendeva il via dall’analisi di uno dei più celebri processi di cui ci sono pervenuti i verbali delle confessioni degli accusati, estorte o rilasciate agli inquirenti sotto tortura.

Il processo (come illustrava anche Luzzatto) prendeva le mosse da un fatto accaduto a Trento il 23 marzo 1475, Vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica. Nell’abitazione-sinagoga di un israelita di origine tedesca, il prestatore di denaro Samuele da Norimberga, venne rinvenuto il corpo martoriato di un bambino cristiano di due anni, tal Simonino, figlio di un modesto conciapelli. Secondo gli inquirenti hanno partecipato al rapimento e all’uccisione gli uomini più in vista della comunità ebraica locale, coinvolgendo poi anche le donne in un macabro rituale di crocifissione e di oltraggio del cadavere. Perfino Mosè “il Vecchio”, l’ebreo più rispettato di Trento, si era fatto beffe del corpo appeso di Simonino. Incarcerati nel Castello del Buonconsiglio e sottoposti a tortura, gli ebrei si confessano responsabili del delitto. Condannati, sono giustiziati in pubblica piazza.

Gli ebrei troppe volte si sono sentiti accusare di tali infanticidi rituali e così queste confessioni sono il frutto di un’estorsione causata dalla tortura. Questo è il responso che sempre si è dato a tali confessioni. Impossibile credere che possano essere fatti reali, ma il solo frutto di un pregiudizio antisemita che ha dato fiato a questo mito. Soprattutto dopo la Shoah si può capire che l’ “accusa del sangue” sia diventato un tabù.

A spezzare questo tabù ci pensava Ariel Toaff che partiva da una domanda: le crocifissioni di infanti alla vigilia del Pesach, l’uso di sangue cristiano, quale ingrediente del pane azzimo consumato nella festa, sono dei miti, antiche credenze e ideologie, oppure si parla di riti, cioè di eventi reali e addirittura prescritti dai rabbini?

Toaff rispondeva che dal 1100 al 1500 circa, alcune crocifissioni avvennero davvero.

Che un testo storico, circoscritto al Medioevo, ad un’area geografica limitata, l’Europa di lingua tedesca, e ad alcune sette fondamentaliste come gli askenaziti potesse scatenare una rabbiosa offensiva tesa a demolire in tutti i modi Ariel Toaff appare dunque incredibile.

Ma così fu. Su tutte le principali testate, nei giorni successivi all’articolo di Luzzatto ed alla presentazione nelle librerie del saggio, intellettuali, storici, giornalisti, rabbini e benpensanti organizzarono chi in maniera rozza, chi in modo più articolato un tiro al piccione che piegò Toaff.

Tra gli altri replicarono furiosamente Carlo Ginzburg, Adriano Prosperi, Fiamma Nirenstein, moti rabbini delle comunità ebraiche italiane, fino al padre Elio Toaff che sconfessò pubblicamente l’opera del figlio.

A fianco di Sergio Luzzatto, uno dei pochi che parlò a ragion veduta perché il testo lo aveva letto (e continuò a sostenere la rigorosità e bontà del saggio) ed ai tipi del Mulino una delle poche voci che si alzarono a difesa di Ariel Toaff fu quella di Franco Cardini sulle pagine di Avvenire.

Forse non tutti si ricordano come tutto ciò andò a finire. Nel giro di una settimana o poco più il libro fu ritirato dalle librerie (io sono riuscito ad acquistare l’ultima copia di quella edizione disponibile nella libreria in cui solitamente mi servo) su richiesta del suo autore che dichiarò che avrebbe rivisto il testo nel senso indicatogli dai suoi rabbiosi detrattori.

Un anno dopo nel Marzo del 2008 il testo fu di nuovo ripresentato con una copertina assai meno cruenta (nell’originale era rappresentata una xilografia del sacrificio di Isacco) e con una ritrattazione in cui l’autore ammetteva che non di riti ma di miti e accuse infamanti si trattava.

L’uscita di questa versione edulcorata e più “politicamente corretta” fu accompagnata da alcuni articoli sui giornali, ma ben poca cosa rispetto alla valanga dell’anno prima (io conservo almeno una ventina di articoli comparsi dal 6 al 16 febbraio 2007 e solo tre del febbraio 2008).

Adesso esce, quasi sotto silenzio, sempre a firma di Ariel Toaff un pamphlet per i tipi della Rizzoli dal titolo Ebraismo virtuale, in cui l’autore riprende i temi di quella virulenta polemica per tentare di fare il punto sulla situazione e per trovare delle spiegazioni razionali a quel bailamme.

Lo storico parte da una domanda rivolta a un suo collega: perché Pasque di sangue, libro che parla di omicidi rituali, infanticidi avvenuti cinque secoli fa ha suscitato così dure reazioni, tanto da essere accusato di favorire l’antisemitismo?

La replica del collega ha un sapore quasi surreale: Sei stato imprudente! Perché ti sei andato a impelagare con la Shoah?”. “Cosa c’entra la Shoah?” – replica Toaff. E con realismo brutale il collega: “In un modo o nell’altro, la Shoah c’entra sempre. Ogni libro di storia ebraica si apre e si chiude con un capitolo sulla Shoah, che viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante”.

Da qui parte il saggio e si sviluppa una prima risposta dello storico. Un ebraismo virtuale ed oleografico, fatto di vittime invertebrate e di martiri innocenti, languido e molliccio, si è sostituito all’immagine vera e reale di un popolo di gente in carne ed ossa, che tra mille contraddizioni ed errori, tra eroismo e viltà, ha saputo sopravvivere lasciando traccia indelebile di sé nella storia. Un popolo che ha scritto pagine luminose e ha firmato anche pagine oscure e poco gloriose…Un popolo vivo e tutt’altro che passivo, anche quando era perseguitato.

Questo tipo di atteggiamento, argomenta Toaff, è presente soprattutto negli ebrei della diaspora, dove è viva una visione acritica disposta a sostenere ogni scelta politica dei governanti israeliani qualunque sia la parte politica che governa. Oggi sembra che i suoi eredi, soprattutto quelli della diaspora, abbiano deciso di inventare un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine. Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti.

Dunque gli ebrei della diaspora, gli inventori di questo ebraismo virtuale alla moda, hanno ripiegato verso un comportamento totalmente acritico e privo di stimoli. Ogni scelta politica dei governanti israeliani diviene la loro scelta, automatica ed entusiasta. Questo complesso di colpa, d’altra parte, li rende vulnerabili e ossessionati dalla paura dell’antisemitismo, sempre in agguato e pronto a profittare dell’accusa, difficilmente contestabile, della doppia lealtà (allo Stato di cui si è cittadini e a Israele). Una impasse che si crede di poter eludere anche riscrivendo la storia ebraica in modo che sia sempre immacolata, celeste e ammonitrice. È una storia dove non c’è posto per ladri, mostri ed assassini, come per le altre genti, ma solo per i santi, i martiri, gli eroi e i virtuosi taumaturghi dai nobili comportamenti. Se nella storia, come vogliono i soliti apologeti travestiti da storici, i comportamenti degli ebrei hanno sempre coinciso con le norme dettate da Dio, dai profeti e dai dotti di Israele, allora non c’è davvero posto per esempi che mostrino il contrario.

E qui Toaff ricorre ad un esempio nel caso del consumo del sangue i rabbini sono stati categorici. Il divieto è, per gli ebrei, assoluto ed è sempre stato scrupolosamente osservato. Per i rabbini italiani quindi l’unico sangue versato è stato quello degli ebrei, vittime innocenti. Eppure le cose non stanno esattamente così, come ho inteso dimostrare senza cercare lo scandalo.

A questo atteggiamento ed inclinazione Toaff contrappone una realtà ben diversa che è quella degli ebrei che invece vivono in terra israeliana. Sottolinea con forza che nella sua facoltà a Gerusalemme dibattiti, studi e ricerche su questo ed altri temi sono in atto già da molti anni senza che nessuno se ne sia scandalizzato affatto. Da tempo in Israele un mondo intellettuale vivace e innovatore, che non ha paura di guardarsi dentro, ha invece adottato una coscienza pluralistica e conflittuale, che mette continuamente in discussione i miti fondatori sia dell’ebraismo che dello Stato d’Israele.

Così si crea una sorta di contrapposizione tra gli Ebrei della diaspora (in Italia come anche in altri paesi, primo fra tutti gli Usa) sempre preoccupati nel proporre risposte politicamente corrette e gli Ebrei d’Israele meno ossessionati dall’antisemitismo e più disposti a scrivere una storia degli ebrei più vicina alla realtà con le sue luci ma anche con le sue ombre, più normale. La ricerca insomma è più libera e produttiva in Israele, anche se ci dice Toaff negli ultimi venti anni gli studi sulla Shoah hanno marginalizzato altri tipi di ricerca.

E questo è un secondo punto che è messo in rilievo in Ebraismo virtuale. Se tutto viene letto in funzione della Shoah e se questa ombra si estende su tutta la storia passata, presente e futura degli ebrei quest’ombra offuscherà sempre quella storia impedendole di entrare in un flusso più normale, più simile alle storie di tutti e, in sostanza, più vera.

Prima di tutto ho inteso affrontare il tema controverso della Shoah, la cui memoria sempre più ingigantita, onnipresente e clamorosa ha paralizzato il dibattito nel mondo ebraico e di fatto trasformato la sua storia in mito edificante…. La realtà frammentata di un popolo vivace e creativo che, come gli altri, talvolta si è allontanato dalla norma e ha dato vita a fenomeni di estremismo, violenza e intolleranza è stata ricomposta in un affresco oleografico dove tutto è virtuale e improponibile… è un quadro che risulta sempre uguale a se stresso, previsto e prevedibile… Il ricordo e la memoria non possono servire da scusa e pretesto per non guardare al futuro, con coraggio, fiducia e speranza, imparando dagli errori del passato e correggendo senza timori e timidezze quelli del presente.

Nel saggio non poteva ovviamente mancare una replica ai suoi molti detrattori.

A Carlo Ginzburg che ne aveva criticato il metodo accusandolo di utilizzare documenti già noti ma non attendibili proprio per come furono ottenuti (le famose confessioni estorte con la tortura), Ariel Toaff ricorda che il famoso “paradigma indiziario” che permette l’utilizzo di questi testi per la comprensione dell’ambiente che li ha generati e della mentalità non solo degli inquisitori ma anche degli imputati e trarre da ciò un abbozzo di verità, è una sua invenzione metodologica. Ma allora si domanda Toaff se il paradigma indiziario di Ginzburg può essere utilizzato dagli storici in altri processi indiziari (in particolare quelli intentati contro i Marrani) in cui per far luce sui fatti si fa ricorso anche a testimonianze estorte sotto tortura perché lo stesso metodo scientifico non può essere utilizzato se si esaminano processi come quello da lui studiato?

Ad Adriano Prosperi rimprovera di voler leggere la persecuzione antiebraica dell’Inquisizione in chiave troppo finalizzata alla Shoah.

Ma Toaff si toglie altri sassolini dalla scarpa e ricorda che la giornalista ora neoeletta nel Parlamento italiano, Fiamma Nirenstein lo accusò di fare il vampiro con gli ebrei dopo aver confessato candidamente di non aver letto il libro. Così come Abe Foxman, l’onnipotente direttore dell’Antidefamation League di New York che non si peritò di leggerne nemmeno una riga.

Toaff non risparmia neanche varie comunità ebraiche tra cui quella romana (Di Segni intervenne anche lui nella polemica) ed invita caldamente i rabbini a non vestire i panni dello storico ma di preoccuparsi di guidare spiritualmente le loro comunità.

Alla fine al di là dell’interesse storico di Pasque di sangue prima e di questo Ebraismo virtuale dopo, da questa esperienza rimane un’importante testimonianza di come, il “politically correct” si muove, per stroncare sempre e comunque chiunque non voglia genuflettersi al pensiero unico, in questo caso storiografico.

Sintomatico, a mio avviso, l’atteggiamento nelle tre fasi della polemica. Nella prima sui giornali (e non nelle naturali sedi accademiche) ci si scaglia con un fuoco di sbarramento (una vera potenza geometrica di fuoco) sul reprobo con due argomenti diversi ma convergenti. Da un lato la critica metodologica che a mezzo stampa risulta più una scomunica che una ponderata replica scientifica. Dall’altro una serie di insulti e contumelie (che visto il raffinato ambito non sono mai del tipo “li mortacci tua” ma più sfumate e subdole del tipo “sei un vampiro”, ma di significato analogo.

Nella seconda si arriva, una volta scomunicato il reprobo, a chiedere pubblica ammenda ed abiura, cosa che anche in questo caso si è verificata. Ma tutto questo viene accompagnato da un silenzio e disinteresse che da un lato servono ai sacerdoti per lavorare indisturbati dall’altro per non risollevare argomenti che con difficoltà potrebbero essere smentiti. Nella terza fase, quando il reprobo ripresosi, tenta di far sentire la sua voce la damnatio memoriae ha compiuto il suo corso, nessuno ne parla più, nessun giornale rilancia la notizia, il mondo accademico tace, i circoli che contano girano lo sguardo da un’altra parte.

Il buon Ariel Toaff è servito. Avanti un altro.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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Comunicato de “Il Fondo”
Invito di partecipazione

Ambasciata della Repubblica di Serbia
Roma – Via dei Monti Parioli, 22
Incontro con i bambini di Kosovo e Metohija
Lunedì 6 ottobre, ore 16,00

Rinascere Onlus – Presidente Maria Lina Veca –
nell’ambito del progetto “Arca di Pace” in collaborazione
con la Provincia di Roma, il Ministero dell’Istruzione, la
Comunità Montana dell’Aniene, il Ministero della
Repubblica di Serbia per Kosovo e Metohija, l’Ambasciata
di Serbia a Roma, organizza, per il secondo anno
consecutivo, l’ospitalità e il gemellaggio della scuola
“Branko Radicevic'” di Cernica (Gnjilane, Kosovo e
Metohija) e la scuola “Eduardo de Filippo” di Collevederde
(Roma) che ha come titolo “LIBERI DI MUOVERSI”.
Per illustrare il progetto, che ha l’intento principale
di realizzare amicizia e collaborazione fra le scuole ma
soprattutto di far conoscere e denunciare la condizione di
invivibilità e violazione dei diritti umani elementari
in cui è costretta la comunità serba nelle enclavi di
Kosovo e Metohija, sarà presentato il video di Maria Lina
Veca e Alessandro Antonaroli “Katastrofa” (24′) realizzato
nelle enclavi di Sud Kosovo nel febbraio 2008 e sarà
illustrato il progetto “Arca di Pace” alla presenza di
rappresentanti della provincia di Roma e dell’Istituto
Eduardo de Filippo, nonché di Unesco Italia e del
Presidente di Rinascere Onlus Maria Lina Veca.

Interverranno:
Dott.ssa Sanda Raskovic-Ivic, Ambasciatore della
Repubblica di Serbia in Italia Tommaso Di Francesco,
giornalista de Il Manifesto Maria Lina Veca
Gen. Fabio Mini, già comandante KFOR in Kosovo
e Metohija.

Aderiscono:
Il Fondo
Soccorso Sociale
Centro Studi Polaris

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