Sul lavoro precario/2…

Bisogna dare un segnale forte contro la norma che penalizza i precari. Serve un intervento che sia non soltanto d’impatto ma che abbia una sua precisa direzione strategica; non l’istrionismo, né l’autocelebrazione: queste tentazioni tipiche delle comitive dei “duri e puri” di ghetto sono stucchevoli e inutili. E’ necessario un gesto eclatante nell’immediato ma è d’obbligo, poi, una continuità politica intelligente che sia costruttiva e non si perda su terreni minati e avvelenati.

Vediamo cosa accade

Innanzitutto va capito bene quanto accade, che non è un fatto italiano ma interno alla ristrutturazione
internazionale. E’ plausibile (anche se da parte di Sacconi sa un po’ di scusa) che le norme anti-precari siano passate per un blitz parlamentare contro il volere del ministro. I deputati, mediamente, non hanno però l’intelligenza, la cultura e l’autonomia per promuovere questo genere di azioni; ergo la disposizione è venuta dall’alto e non solo da Confindustria. La ristrutturazione italiana oggi in atto – con tutte le potenzialità nuove che offre sia in positivo che in negativo – obbedisce a delle direttrici precise; una di esse è la sottomissione totale del salariato. Altrove (Francia, Inghilterra) il processo è già in fase avviatissima e sappiamo quali ne sono le immancabili conseguenze: frattura generazionale, precariato continuo, obiettivi di pensionamento futuro oramai chimerici per gli odierni under 30, svuotamento dei risparmi familiari
per il mantenimento dei giovani lavoratori a tempo. C’è poi da prevedere lo scontro tra generazioni (che stavolta si annuncia reale e cruento) e la proletarizzazione massiccia. A tali minacce si risponde con la concertazione aziendale e con l’ipotetico interventismo statale che deve, però, fare a sua volta i conti con il monetarismo che detta le condizioni e contro il quale, giustamente, Tremonti suona il campanello d’allarme proprio per fornire alla politica gli strumenti d’intervento.

Il serrate dei parassiti

Cogliendo l’occasione i sindacati chiameranno a raccolta, e con essi lo faranno il Pd, Idv e l’Ucd. Il loro serrate avrà due soli obiettivi: dare un segno alle basi da essi abbandonate e, soprattutto, cercare d’impedire al Berlusconi quater di smantellare le loro nomenklature; cosa che accadrà puntualmente se le pseudo opposizioni dovessero subire senza segnare punti i due prossimi autunni sindacali. I sindacati chiameranno a raccolta ma per prendere in giro. Altrove si è già visto qual è stata la posta per cui si sono battuti e che si sono aggiudicati: la garanzia di pensione per i prepensionandi e alcuni riconoscimenti ad personam e a categorie privilegiate: il resto, tutto il resto, a cominciare dai giovani precari lo hanno sacrificato
senza batter ciglio. Inoltre i sindacati si stanno attrezzando per diventare una specie di associazione
consumatori global; è la strada intrapresa nel mondo Wasp ed è quanto faranno anche qui da noi.

Soli o con alleati scelti

Attenzione quindi a non sbagliare alleato e slogan. Difendere lo stato sociale, ad esempio, è una parola
d’ordine errata. Lo è perché non si tratta di difenderlo ma di costruirlo; lo è perché lo stato sociale è morto
nell’assistenzialismo clientelare, nelle lottizzazioni, nelle sperequazioni di categorie e di partito che sono il
prodotto della gestione sindacale del dopoguerra. Lo è perché lo stato sociale è morto per i serrate salariali
dei sindacati che contribuirono a far crescere il costo della vita, facilitando il consumismo da oltreoceano, e ad incoraggiare la delocalizzazione; perché i sindacati dal dopoguerra ad oggi sono stati l’arma più efficace delle Multinazionali e il peggior nemico dei lavoratori. Attenzione quindi, nel prendere posizione (se qualcuno lo farà in modo diverso dalle chiacchiere): non si sostenga mai la nomenklatura sindacale e non ci si lasci ingannare pensando che essa difende quanto resta dello stato sociale. Non è vero e crederlo significherebbe lasciarsi strumentalizzare una volta di più dalla parte sbagliata. Viceversa le azioni, sul breve, vanno prese o in solitudine o, meglio ancora, in concerto con piccole strutture sindacali non totalmente omologate; questo non tanto per il risultato in sé quanto per le prospettive.

Reagire non serve, agire sì

Il risultato in sé non ci sarà, a meno che non sia precisa volontà di parte dell’establishment italiano portarlo a casa. Altrimenti, ed è quanto è più verosimile, assisteremo alla solita commedia: un serrate indurrà quasi certamente il governo a cambiare la norma, dopodiché la norma sarà nuovamente applicata in sordina
e quelli che avevano alzato la voce, già comprati nel frattempo, staranno zitti. E se qualcuno non si fosse
lasciato comprare (o più verosimilmente non avesse ricevuto l’offerta) una seconda mobilitazione non potrebbe che essere più debole della prima e una terza, eventualmente, si dimostrerebbe impossibile. Oramai lo abbiamo imparato tutti (lo abbiamo imparato?): la reazione funziona così: quand’anche vincesse una prima volta, perde successivamente, perché la storia la fanno le minoranze agenti e mai i reagenti. Ergo: la difesa dei diritti dei precari sarà del tutto inutile se non sarà inserita in una concezione strategica che vada ben al di là dello specifico e che punti, non già alla “difesa dello stato sociale” (lo abbiamo spiegato sopra) bensì all’affermazione di un soggetto sociale volto al futuro.

Corporazioni, cooperative, autonomie, partecipazione ed Europa

Orbene è proprio questo futuro che c’interessa. Tale futuro passa, obbligatoriamente, per un periodo drammatico e sconvolgente, e non solo dal punto di vista sociale. A meno di ipotetiche implosioni (rispetto alle quali c’è poco da organizzarsi) gli spazi della politica e dell’economia andranno al tempo stesso continentalizzandosi e internazionalizzandosi. I sindacati hanno scelto l’internazionalizzazione (leggi l’incetta per la spartizione delle quote d’iscrizione dal Terzo Mondo: sono queste la loro tangente endemica) ma nessuno sta attrezzandosi per il momento in cui il riallineamento della politica all’economia
detterà nuove norme a livello continentale. Prima che la nuova realtà si sedimenti e si sclerotizzi con l’avvento di nuove nomenklature alla Cgil, la concertazione passerà per un certo periodo per il diretto interventismo statalista. Dunque sarà possibile, per chiunque si organizzi in tal senso, far saltare il tappo delle deleghe e imporre direttamente (quindi con ritorno concreto) la voce delle autonomie. Le autonomie, liberatesi dal fardello elefantiaco del sindacalismo clientelare, potranno non soltanto proporre e magari imporre – ad un potere politico reale e non fittizio come l’attuale microstatale – leggi e norme ma potranno articolare le corporazioni a dimensione europea e, al tempo stesso, proporre e realizzare forme di cooperativismo o di aziendalismo autonome e partecipate. Questo non è uno slogan né un sistema immaginario: è un progetto di massima che si può – meglio sarebbe dire si deve – realizzare da ora.
Così e solo così l’impegno – effimero – in difesa dei diritti dei precari ha senso politico e non soltanto estetico. Così si spiegano le scelte di campo nella battaglia tattica per il precariato.

Non contro ma per

Mai con i sindacati ufficiali, anzi possibilmente contro di essi. Non “in difesa dello stato sociale” che non c’è da tempo, ma per la creazione di un nuovo ed organico sistema sociale. In alleanza tattica, eventualmente, con qualsiasi sindacato autonomo o eterodosso. Per la costituzione di realtà in divenire, in uno spirito di
sintesi neoperonista, nella visuale di una concertazione europea che conceda, a chi se li saprà conquistare, spazio e peso, garantendo autonomie, partecipazione e corporazioni in una formula aggiornata del sindacalismo rivoluzionario. In avanti e non indietro; all’attacco e non in difesa.

Gabriele Adinolfi

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