Sul lavoro precario/1…

AIUTARE LE FAMIGLIE E’ DI DESTRA. FOTTERE I PRECARI, ANCHE.

– LO SCHERZO DI SILVIO – “Facciamo una politica di sinistra”. A dirlo non è la sinistra, che di per sé con una tale affermazione godrebbe della prima pagina dei giornali per almeno una settimana. A dire questa frase è “il Premier”, ai più noto come Silvio Berlusconi. Affermazione la sua, che ha fatto letteralmente infuriare mezzo arco parlamentare e non solo. Si sono incazzati i comunisti o post comunisti, o ciò che in ogni caso di loro resta: non tanto per la stoccata del Cavaliere, quanto per la certezza che loro al Governo, di sinistra non hanno fatto un fico secco. E tra rimorsi e rimpianti, oggi figli e figliastri del professore non riescono proprio a darsi pace. A dimostrazione di questa mia banalità, ricordo che sono sempre disponibili tramite il Ministero degli Interni, i risultati elettorali delle ultime elezioni politiche. Buon divertimento.
Però ad essersi divertito più di tutti, come al solito, è stato ancora una volta lui: Berlusconi. Perché? Provate ad immaginarvi cos’ha pensato il Cavaliere un secondo dopo aver detto quella frase. Provate ad immaginarvi il godimento che deve aver provato, conscio d’aver fatto esplodere l’ennesimo “pacco” dentro il centrosinistra. Perché è vero sì, che per loro Silvio è e resterà sempre l’acerrimo nemico: ma è anche vero che dietro a quella convinta frase del Presidente del Consiglio, si nascondeva il parassitario senso di colpa della sinistra. E colpiti nel loro intimo su temi come la difesa dell’individuio delle minoranze, degli oppressi e dei derelitti (purché siano tutti quanti possibili elettori), ecco che si consuma per l’ennesima volta lo scontro a sinistra. Forse sarà stato anche vero che un tempo s’erano tanto amati: o forse si trattava di una favola, di quelle che iniziano sempre con “C’era una volta”.

MA QUALE POLITICA DI SINISTRA? QUESTA E’ DESTRA – Sgombriamo ogni equivoco. Il Cavaliere l’ha sparata, speriamo per dispetto. Perché l’avesse sparata per convinzione, sarebbe un dramma. Sarebbe un dramma poiché, dopo quindici anni dalla sua discesa in campo, non saprebbe che alla sua destra (dentro e fuori il Parlamento) c’è qualcuno (non pochi per la verità) che lotta quotidianamente per la difesa della famiglia, che conosce la solidarietà e che si schiera dalla parte dei deboli senza chieder loro il voto. Perché la difesa, l’aiuto, la tutela di chi è svantaggiato, non è carta straccia scritta su un programma: per taluni a destra, è quasi una missione. Un caposaldo. Un fondamento religioso, qualcosa certamente al di sopra di un paradigma ideologico. Si dimostra quindi che a destra esiste e vive una componente politica che Berlusconi spesso dimentica, che volontariamente ignora, forse con la complicità di coloro i quali dovrebbero di tanto in tanto fargli pesare lo scotto di scelte morali e sociali che devono essere prese. Che devono essere prese in un Paese civile.

Il sostegno alla società, dalla gioventù che cresce per passare alle giovani coppie, dal concetto comunitario di famiglia a quello più individuale di lavoratore, dal sostegno alla donna non come individuo emancipato ma quale persona viva, attiva, creativa e fondamentale, sino agli anziani intesi come patrimonio della cultura e delle tradizioni popolari. Ecco chi dovrebbe tutelare la destra: ecco chi, la destra avrebbe dovuto tutelare. Come? Agendo sui servizi sociali, sulle politiche del lavoro, sulla scuola, sulla sanità etc, etc, etc…

Per una parte della destra, questi obiettivi sono un credo impresso nel proprio DNA. E la forza di questo credo è tale da coinvolgere tanto l’area laica quanto quella d’ispirazione cristiana. E’ un credo trasversale in tutto il centro destra di cui non si parla, presi come si è dalla boria di apparire. Ma tutto questo patrimonio, questa forza, questa spinta ideale c’è. Si sappia. Si sappia del connubio fra il dovere morale, quello politico e quello identitario. Si sappia che tutto questo non è nulla di nuovo o inventato. Si sappia infine che questa spinta ha origini lontane, talmente lontane da indurre spesso a non parlarne per paura che qualcuno ti potesse definire “nostalgico di..”. Errore, perché così facendo, ecco che si compie con dolore l’abbandono di entrambi il lati della medaglia. Compreso quel lato pulito, rinnovabile, credibile e serio.

L’ALTRA DESTRA, QUELLA LOBBISTA, QUELLA DEL PRECARIATO – Esiste tuttavia anche un’altra destra, una destra anch’essa trasversale quanto quella precedente. O meglio, esiste un’idea alternativa alla precedente più cinica, che si fa meno scrupoli, che ha obiettivi leciti ma che utilizza metodi sbrigativi, inadeguati e controproducenti. Se non addirittura distruttivi. Parliamo di un’idea che la spara grossa: provando a non concedere per decreto il reintegro a quei precari che hanno patito per anni l’irrisolutezza della classe politica, imprenditoriale e dirigenziale.

Precari dunque: un esercito di 2.189.000 persone, pari al 9,4% sul totale degli occupati (fonte ISTAT). Certo fa colpo il caso eclatante di Poste Italiane. Una marea di contratti a tempo determinato che pesano sul portafogli dell’azienda. Peccato che, prima di pesare sui portafogli, dovrebbero pesare sulle coscienze di chi ha portato Poste Italiane a questo punto. C’è però un altro (piccolo?) dettaglio: che questo provvedimento non inguaia soltanto i dipendenti di Poste. Ma assieme a loro, ci sono anche quelli di Ferrovie dello Stato, Alitalia e Rai. Soprattutto loro, che guarda caso, sempre dallo Stato dipendono. Una coincidenza? Mi chiedo: ma la colpa di tutto questo allora di chi è? Fa bene Brunetta a darci sotto con i fannulloni, se pur con troppa rigidità: crediamo nel merito, su questo ci siamo. Ma metter fannulloni e precari nello stesso sacco, non ci può star bene: è vero che un precario di tre mesi non è un precario di dieci anni, ma c’è altro. E’ un evidente caso di squilibrio intellettuale fra chi vuole una cosa, e chi vuole l’altra.

Ho conosciuto persone (assunti finalmente da alcune delle aziende prima citate) che hanno esultato all’età di cinquant’anni (!) per esser stati assunti dopo vent’anni di precariato. Vent’anni. E la cosa divertente di questi casi così plateali, è stato che prima di loro c’era chi aspettava da venticinque anni. Ma come siamo arrivati a questo punto? Di chi è la responsabilità? Quanto incide sul settore pubblico, e quanto invece sul settore privato? Cosa succederà ai lavoratori impegnati nel cosiddetto “lavoro atipico” ma che loro avrebbero volentieri ribattezzato “lavoro di M.”. Che ne sarà dei progetti fatti dai singoli, dalle coppie o dalle famiglie in virtù di un reintegro per lo meno accarezzato più e più volte?

Il precariato va combattuto alla fonte mentre va curato quand’è ormai posto in essere. Perché è questo un sistema che porta l’uomo a subire il ricatto, le costrizioni, che lo porta a vivere nell’infelicità e nell’impossibilità di capire cosa ne sarà di lui e del proprio futuro.

Caro Silvio, occhio, perché portare avanti questa scellerata trovata parlamentare porta ad una sola strada: un vicolo cieco.

Omar Kamal

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