Simone Renda. Una luce…

IN ITALIA IL PROCESSO A CARICO DEGLI

AGUZZINI MESSICANI DI SIMONE RENDA

Storica ordinanza del gip Ercole Aprile

LA MADRE: «OGGI E’ LA VITTORIA DI SIMONE»

Dopo oltre sedici mesi di cupa disperazione, finalmente è giunta una buona notizia ai familiari di Simone Renda (nella foto a destra), il bancario leccese 34enne, deceduto in una cella di sicurezza messicana, il 3 marzo dello scorso anno. Il 3 luglio, nel corso dell’udienza presso il tribunale di Lecce, è pervenuta al pubblico ministero Angela Rotondano, una lunga nota della Farnesina, che invitava a proseguire le indagini.

Il 7 luglio, il giudice per le indagini preliminari Ercole Aprile, ha depositato un’ordinanza contro l’archiviazione, accogliendo l’istanza presentata dai legali Fabio Valenti e Pasquale Corleto (per lunghi anni presidente della Camera Penale leccese) sulla base della “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, approvata in ambito ONU, sottoscritta a New York il 10 dicembre 1984, ratificata e resa esecutiva in Italia, con la legge numero 498, del 3 novembre 1988. Tale legge stabilisce che, su richiesta del Guardasigilli, è punito secondo la legge italiana lo straniero che torturi un cittadino italiano. Convenzione ratificata anche dallo Stato messicano.

Al termine di una vacanza, il giovane – oltre a subire il furto di contanti, carte di credito, documenti ed altri effetti personali – fu arbitrariamente arrestato. E, nonostante il parere di un medico (che prescrisse l’immediato ricovero in ospedale, a causa di precarissime condizioni di salute), fu dimenticato in cella d’isolamento, senza acqua, né cibo. Come se non bastasse, sia il certificato di morte giunto da oltreoceano, che l’autopsia eseguita a Lecce, evidenziarono segni di percosse (una ferita in fronte e lividi sulle braccia).

Né la famiglia, né il Consolato, furono tempestivamente avvisati dell’abusiva detenzione. Non gli venne messo a disposizione né un interprete, né un legale. Insomma, fu trattato alla stregua di un oggetto. Del resto non è che il Messico sia annoverato tra le nazioni più civilizzate.

Risultano indagati Cruz Gomez Gomez (responsabile dell’ufficio ricezione del carcere di Playa del Carmen), Pedro May Balam (vicedirettore del penitenziario), Arceno Parra Cano, Luis Alberto Arcos Landeros ed Enrique Najera Sanchez (guardie carcerarie), Hermilla Valero Gonzales (giudice qualificatore).

Gli atti sono tornati al pm, che ha due mesi di tempo per perfezionare la condizione di procedibilità (cioé per acquisire la richiesta del Ministro di Grazia e Giustizia, affinché si possa passare alla fase processuale). Si auspica che il ministro Alfano non neghi il beneplacito e che, una volta tanto, non sia valida la massima di Albert Einstein secondo cui “il diritto internazionale esiste soltanto nei manuali di diritto internazionale”.

In Italia è la prima volta che si tiene conto di questa Convenzione. Cosicché i familiari del povero giovane possano sperare di ottenere quella giustizia che, nel Paese latinoamericano, sino ad ora, gli è stata negata, nonostante diversi ed autorevoli interventi politici e diplomatici.

Cecilia Greco, la madre di Simone, finalmente può gioire un po': «Oggi è la vittoria di Simone e di tutti coloro che mi hanno incoraggiata in questa battaglia. Abbiamo sofferto tanto. I messicani ci hanno anche minacciati. Sono davvero molto contenta, si tratta di un grosso passo in avanti. Temevo che mio figlio venisse davvero ucciso due volte e chi me l’ha portato via la facesse franca. E’ una sentenza di portata storica. Ringrazio vivamente il giudice Aprile per l’estremo coraggio dimostrato e gli avvocati Valenti e Corleto». Sempre accanto a lei, altrettanto battagliera, la sorella Elisa. Ma non è solo l’intera famiglia a gioire, Simone ha davvero lasciato un vivido ricordo fra gl’innumerevoli amici e colleghi.

Anche Carlo Parlanti (il genio informatico montecatinese, gravemente malato, ingiustamente detenuto all’estero – attualmente nel deserto californiano – da oltre quattro anni e torturato), informato da chi scrive, ha espresso grande contentezza per la disposizione e la massima solidarietà alla famiglia. La sua compagna, Katia Anedda, presidente dell’associazione Prigionieri del Silenzio (www.prigionieridelsilenzio.it) – che si occupa di sostenere gl’italiani detenuti oltreconfine e le loro famiglie – ha dichiarato: «Ovviamente siamo molto soddisfatti, è un grande passo. Siamo vicini alla famiglia di Simone. Ma anche estremamente amareggiati nel constatare che ci si attivi solo in caso di decesso. Preferiremmo che ci si accorgesse dell’assoluta urgenza di tutelare i tanti connazionali detenuti e torturati all’estero (come Carlo Parlanti e Giuseppe Ammirabile), prima che sia troppo tardi. Ci auguriamo vivamente che sia un passo utile a salvaguardarli».

Massima solidarietà da parte di Giovanni Falcone (www.giovannifalcone.blogspot.com), disperato padre di Angelo che, insieme a Simone Nobili, è ingiustamente recluso e maltrattato in India, dal marzo dello scorso anno.

Vicinanza alla famiglia Renda è stata espressa, altresì, da Arrigo Trevisanello, presidente nazionale di Soccorso Sociale, con l’auspicio che ottenga giustizia.

La meta è ancora remota (sull’avvio del processo dovranno pronunciarsi un giudice per l’udienza preliminare ed i giudici di merito) ma, quantomeno, Cecilia ed Elisa Greco – e tantissimi con loro – possono iniziare a sperare.

Un provvedimento che sarà fondamentale, nei pur sempre ardui tentativi di salvare tanti disperati, i prigionieri del silenzio. Anche questo è il lascito di Simone.

Carlo Infante

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